308°5′

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Aperto il recinto, il gregge trotta e pervade ogni spazio della nave: s’arrampica sui gradini, salta recinti, scantona. Qualche pecora si perde, incuriosita da qualche abbaglio, ma poi si ridesta e si unisce placidamente ai suoi simili.
La nave non ha nulla da invidiare a Metanopoli: la palestra, la discoteca, i negozi, il ristorante, anche se in versione più elegante.
Ma le pecore sembrano ricercare proprio questi elementi di familiarità piuttosto che l’esotismo della crociera, si compiacciono dell’esistenza del ping pong, ben presente, del resto, anche all’oratorio del loro paese. Perché non ci sono rimasti?
Una ragazza mi indica la mia cabina: avrà poco più della mia età, e un sorriso che mi sembra l’unico sincero su tutta la nave, deve essere slava a giudicare dagli occhi grigi, quasi trasparenti e dal seno pieno e alto.
La cabina è piccola ma ha una porta sufficientemente robusta che mi isola dal mondo esterno. Al mare vorrei starci attaccata: con una barca di massimo dieci metri, cercare di controllare la rotta in balia degli elementi, ma qua siamo ai piani alti, il mare si vede da lontano come dalla collina di Corniglia. La Metanopoli marina procede contro vento incurante del mare forza 4.
Ho deciso però di comportarmi bene, nonostante i miei genitori mi abbiano deportato su questo mostro.
Povericristi: il babbo tutto il giorno a tediarsi in una compagnia di assicurazioni, la mamma infermiera a svuotare padelle e pappagalli, si sono fatti abbindolare dai pieghevoli e dalla panzane dei vicini. Mi han chiesto di accompagnarli e ci sono venuta.
Potrò esercitarmi per la patente nautica, mi sono portata una bussola da rilevamento che di tanto in tanto punto verso la costa, la carta nautica della zona, le squadre col goniometro e il compasso che quando sbaglio gli esercizi mi infilzo con rabbia nelle gambe, sono tutta piena di buchi.
Disgraziatamente sono disgrafica e spesso inverto l’ordine delle cifre dei gradi che leggo sul goniometro: leggo 325 e scrivo 352: nell’ultimo esercizio di carteggio sono finita all’incirca sul campanile di Piombino.
I nostri compagni di tavolo, al ristorante, sembrano scelti dagli organizzatori con una cura da impiegati che nulla lasciano al caso: un cialtrone con le bretelle secondo cui nel suo cortile di Cortina pascolano i cervi. Sarebbe da comunicare la buona notizia al WWF. Lavora anche lui nelle assicurazioni come papà, fa il broker.
La moglie, una specie di meringa ingioiellata che quel fesso di mio padre si mangia con gli occhi, stesso segno zodiacale di mia madre, una meticolosa Vergine.
La prole: una ragazzetta che non stacca mai gli occhi dall’Iphone, manco quando mangia il dolce, alternando un caleidoscopio di espressioni: accigliata, felice, sorpresa, delusa, che viene da chiedersi che cazzo succeda dentro quell’affare.
Infine un orrido tamarro che secondo le alchimie degli impiegati Metanopoliti dovrebbe essere la mia possibile avventura romantica: ogni tanto mi guarda le tette. Io invece guardo insistentemente un punto indefinito alle spalle di Cialtrino, figlio di Cialtrone, come un monaco buddista in meditazione.
Evito le leziose pietanze sul menu foderato di finta pelle amaranto “gamberi rosa su letto di verdurine dadolate”, sicuramente surgelati e di provenienza nipponica, ordino una frittata.
Trinco bicchierate di rosso d’ un fiato senza la minima esitazione del polso.
Grazie a questi semplici accorgimenti, nessuno osa rivolgermi la parola, esco a fumare prima che a qualcuno venga in mente di farlo e prima che servano il dolce.
Punto un faro sulla costa e cerco di calcolarne la distanza.
Me ne torno in cabina, perfettamente rigovernata dalla mia deliziosa governante slava e mi addormento immaginando di averla tra le braccia, di accarezzarle il seno altero e di sentire il suo profumo salato.

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In mare si dorme da dio. Mi sono fatta undici ore filate di sogni di barche a vela e boschi incontaminati con risvolti pornosoft.
Nel cesso della mia cabina tutto è potentissimo, dal getto della doccia che pare di essere in un autolavaggio di autoarticolati, alla violenza inaudita dello scarico.
Dove andrà la nostra cacca così di fretta? mi chiedo se finisce direttamente in mare aperto o viene scaricata nei malcapitati porti dove attracchiamo, come si fa con i camper.
Comunque scompare, il termine tecnico sarebbe viene rimossa: lo scarico è talmente potente da far sparire i rifiuti anche dai nostri ricordi.
Me lo segno per il mio prossimo esame di psicologia clinica.
Comunque oggi sono di buon umore e decido di esplorare un po’ la nave.
Il gregge in questo momento è impegnato nell’assalto ai maritozzi del buffet, io mi defilo verso la piscina che è ancora poco frequentata.
Mi vergogno ad esporre le mie gambe martoriate dal compasso come quelle di San Sebastiano, mi tolgo solo la maglietta e mi metto a studiare meteorologia.
Lo scorgo in fondo alla piscina al mio angolo opposto, quando un alieno intercetta un suo simile lo riconosce.
L’esemplare ostenta occhiali da miope e sta leggendo qualcosa di ineluttabilmente tosto, come si può intuire dalla copertina austera e monocromatica: Sartre? Nietzsche? Herman Hesse? ah ecco! Ora riesco a leggere: è “L’idiota” di Dostoevskij.
Il nostro letterato è piuttosto carino, occhi chiari distratti, capelli lunghi arruffati, spalle sufficientemente larghe da non sembrare un intellettuale sfigato. Ti prego salvami. Vieni qua a chiedermi una sigaretta, a dirmi che ti sembra di conoscermi, una stronzata qualsiasi e avrai le chiavi della mia cabina.
Niente, non mi si fila minimamente, adesso gli passa davanti una tizia decisamente polposa in bikini, non può non notarla, vediamo almeno se è vivo. Non alza gli occhi dal libro. Sarà finocchio? Decido di giocare pesante. Mi levo il reggiseno, te lo do io il principe Myskin. Oddio non è che ci sia chissà che da vedere, ma è il gesto che conta. Stavolta mi pare che mi guardi, si alza, mi riguarda, se ne va.

3
Ormai mi sono distratta, non distinguo i cumulinembi dai cirri, tanto vale fare un giro.
La palestra di Metanopoli è proprio vicino alla piscina. Le ragazze sono perfettamente truccate con i capelli lavati di fresco e pettinati a coda di cavallo, qualcuna ha perfino gli orecchini. Corrono sui loro tappetini con le cuffie guardando fisso il vuoto cosmico, hanno un aria serissima, per forza, contemplano i buchi neri, i quark, le comete.
Gli uomini le guardano e si guardano a vicenda, un tizio solleva pesi enormi in costume attillato: è perfettamente depilato, pure sotto le ascelle, sulle gambe, sull’inguine.
Ora, una già ha i suoi problemi seri di identità sessuale, se poi ti combinano queste cose è chiaro che non ci si capisce più niente.
Nella piscina attigua un nostalgico del terzo Reich incita gridando “Forza rammollite” una mezza dozzina di povere casalinghe sovrappeso che fanno acquagym al ritmo techno.
E’ il personal trainer, in parole povere un rompicoglioni di professione.
Ma che significa tutto questo? Perché pagare per soffrire?
Come per i film di fantascienza, la religione e le gare di pesca il masochismo non l’ho mai capito. Secondo Freud si tratta di pulsioni di morte, ma a me non mi torna: è un concetto che non riesco a comprendere.
Non sono una donna, non sono una lesbica, non sono terrona, non sono settentrionale, non faccio il tifo per nessuna squadra di calcio, nemmeno la nazionale, non mi sento italiana. Non riesco a identificarmi nei discorsi di partigiani, tifosi o femministe. Sono spaesata: senza paese.
Straniera ovunque mi trovi.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

4
Rientro mesta in cabina. La mia badante sta finendo di sistemare il letto. Cerco di sorridere, faccio sempre fatica, come se i muscoli delle labbra fossero stanchi e atrofizzati ma questa volta ci riesco. Si chiama Bodomila, è croata di Spalato, studia legge, le piace lavorare sulle navi così guadagna per pagarsi l’università e viaggia per il mondo.
Rimbocca le coperte, la gonna sale un po’ sopra la piega dietro al ginocchio. Fremo.
Vorrei regalarle qualcosa. Cerco nella valigia e ne estraggo una confezione di ombretti, me li ha regalati mia madre.
Mamma è’ molto discreta e rispettosa delle mie scelte, ma cerca con delicatezza di mandarmi messaggi subliminali attraverso i suoi regali: trucco, graziosi completi intimi, romanzi d’amore.
Questi ultimi sono di autori tosti che non mi venga in mente che lei è una frivola: Marquez, Almudena Grandes, grandi classici.
Spera che diventi un po’ più femminile, o che almeno scopra il lato romantico della vita.
Comunque Bodomila gradisce molto i suoi ombretti di cui io non so che farne.
Mi ringrazia con un bacio infantile sulla guancia.
Sono sommersa da un’emozione devastante che non c’entra niente col sesso: è..è amore, cosmico, universale. Arrossisco e appena sola mi infilo nell’autolavaggio con getto gelato a tutta manetta.

5
Ritorno sul ponte un po’ stordita.
I miei genitori sono seduti sulle sdraio e sorseggiano un aperitivo, mi siedo con loro e ordino un Negroni, i miei vecchi si compiacciono.
Sono contenti che con il mio aperitivo partecipo in qualche modo al rituale della crociera: potrei sbronzarmi fino al coma etilico, sarebbe sempre meglio che starmene lì con l’aria spaesata.
Faccio conversazione.
Ma certo che mi diverto, ho dormito benissimo, non preoccupatevi per me, lo so ci sono tanti ragazzi della mia età, prima o poi ne conoscerò qualcuno, anzi c’è già uno che mi piace, sono qua anch’io per rilassarmi non preoccupatevi.
Per fare vedere che faccio qualcosa ricomincio a puntare la costa con la bussola da rilevamenti, sembro un po’ bacata ma almeno non sono lì seduta senza sapere che dire.

6
A cena il babbo cerca di tirarmi in mezzo raccontando alla famiglia Cialtroni delle mie aspirazioni nautiche, preferirebbe la danza classica, ma cerca di capirmi..
Vorrei essere risucchiata da un vortice spazio-temporale. Cialtrino tenta di attaccare discorso chiedendomi a quanti nodi all’ora stiamo andando.
Cialtrone, lo bacchetta asserendo correttamente che i nodi non sono all’ora ma sono nodi e basta.
Io dico “venti” e la faccio finita.Mi siedo fuori contemplando la quarta copertina del libro di testo della patente nautica.
“Cosa guardi? sei lì da mezz’ora”
Oddio! è lui! il Principe Myskin in persona.
“Studio le bandiere, ognuna ha un suo significato tipo “ho un ferito a bordo” oppure “sto accostando a dritta” ma corrisponde anche ad una parola o ad una lettera: è come l’alfabeto ebraico.”
Egli mi afferra un dito e guidandolo sulle bandiere compone una o due parole.Ora io ho un’intelligenza normale che mi ha permesso dignitosi risultati scolastici ma in quell’istante, con quel semplice gesto cretino da quindicenne il maledetto bastardo mi ha bruciato tutti i neuroni come una manciata di paglia gettata nel caminetto. Sono sui centocinquanta di frequenza cardiaca, sudata fradicia, rischio l’infarto miocardico.
“Che hai scritto?” Domando.
”Che sei bella” risponde il Principe.
A questo punto, sola ed a porta vuota, scaglio il pallone verso i popolari della curva sud. I miei tifosi sugli spalti fanno un ooohhh di delusione.
”Grazie, voglio dire, non so.. è che credo.. che mi piacciano le ragazze”
Ma perchè ho detto una cosa del genere? perchè non sono nata muta? perchè non mi riesce di controllarmi? comunque sua eccellenza non si scompone e afferma inaspettatamente:
”Bene, abbiamo gli stessi gusti. Magari potremmo diventare amici.”
Sorridi cretina, almeno sorridi.
Gli porgo una mano sudatissima e gelida e dico: “ Marina”
Lui me la stringe e sembra non volermela più restituire e risponde “Fabio”
Torno nella mia cabina agitatissima e passo una notte di pensieri torbidi che si alternano tra la mia ninfa Croata e il Principe Myskin.

7
Al mattino presto scrivo un messaggio di bandierine disegnate da infilare sotto la porta di Fabio, poi mi sento una ragazzina patetica, butto tutto nel cesso e aziono il turbo.
C’è un signore molto interessante sulla nostra nave: avrà settant’anni. Indossa bermuda caki e camicia a quadretti a mezza manica azzurra. Sandali ai piedi. Ha una telecamera e filma tutto dalla mattina a notte fonda. Mi chiedo se sia il solito maniaco dei gadget tecnologici, se cerci di lasciare un testamento spirituale oppure se sia un infiltrato che sta girando un documentario sull’idiozia delle crociere di lusso. Evidentemente in questa nave noi alieni siamo più di quanto pensassi.
Ieri, ad esempio, ho avvistato un tizio con una bellissima ragazza con l’aria di uno che lo stessero portando al patibolo
Ma non divaghiamo Seguo il cineasta di soppiatto. Dev’essere come sospettavo: sta filmando le persone, mica i paesaggi. Zoomma sugli zatteroni di una valchiria, indugia su una foto di gruppo con sfondo bianco sul quale i bari da crociera amano taroccare sfondi finti thaitiani, spazia con il grandangolo sul ristorante e la discoteca per poi rubare primi piani distorti.
E’ un fottutissimo neorealista punk col gusto dell’osceno che sta girando un documentario grottesco che Sodoma e Gomorra a confronto sembrerà Bianca e Bernie.
Lo incrocio e gli strizzo l’occhio, lui risponde a tono e sogghigna satanico accarezzandosi la barba.

8
Torno in cabina alla stessa ora delle mattina precedente sperando di sorprendere Bodomila mentre fa il letto. Ma è già tutto perfetto e immacolato. Delusa, mangio il solito cioccolatino alla menta sul cuscino ma scopro che mi ha lasciato un messaggio sulla cartolina della buona notte.
Catastrofe: mi invita in discoteca: io odio le discoteche e poi non so ballare. Con il solito infantilismo che mi contraddistingue pianifico di presentarmi con una gamba ingessata per dirottarla al bar dove sarei molto più a mio agio.
Mi aggiro nervosa come una pantera per la nave: c’è il comandante sul ponte e tutti vogliono farsi fotografare con lui.
Più che comandante lo definirei Almirante Magno da quanto splende di luce propria.
E’ un essere umano anche lui ma la venerazione di cui è oggetto farebbe montare la testa pure al Dalai Lama. In qualche modo provo compassione per lui.
Il regista Punk è lì a filmare tutto nel suo travestimento da innocuo vecchietto.
Stavolta sono io a sorprendere il Principe intento a discutere con una piacente cinquantenne. Dato che oramai ho capito che siamo alla crociera del sordido non so che pensare.

9
Attracchiamo a Ibiza: il gregge scende all’unisono popolandola in pochi secondi di cinquemila ovini indistinguibili.
La popolazione locale di mercanti di paccottiglia ha steso le proprie nasse già da quando la nave è entrata in porto.
Siamo rimasti in pochi a bordo: al bere del ponte 2 siamo soli: il principe, il regista nichilista ed io.
Fabio mi racconta che la carampana con cui stava parlando stamattina non era che sua madre.
Ecco che ci faceva sulla nave il Principino, mi ha confessato che sta cercando di piazzare la matrona, ha letto che le crociere sono l’ultima spiaggia e lui sta provando a sbolognarla.
Comunque la signora si diverte, e ha ottenuto sin ora un tale successo da preferire le avventure di una notte ad una relazione più stabile, con grande cruccio del rampollo.
Il vecchio non ha più niente da filmare così indirizza la telecamera verso di noi: facciamo un po’ gli scemi, ci diamo un bacio e brindiamo verso di lui. Il regista filma tutto, applaude e ci fa rivedere la scena.
Prendo coraggio è invito anche lui in disco con Bodomila e le mie paure.
Capisco immediatamente che questa mossa dal punto di vista strategico è una turpe puttanata.

10
Infatti eccoci in discoteca: c’è un casino d’inferno e non si riesce a spiaccicare parola: Bodomila ha due dita di minigonna, gambe un po’ robuste ma dotate di seducenti fossette laterali, tette che scoppiano sotto una canottiera azzurra, occhi di ghiaccio ma niente malizia e niente trucco, salvo un filo di rossetto.
Saluta il Principe che trasale, e lo comprendo, ma rimane abbastanza composto di fronte a tutto quel bendidio.
Bodomila scalcia via le scarpe e balla scatenata al ritmo techno, Egli la segue ipnotizzato e comincia a dimenarsi vicino a lei.
Io rimango pietrificata. Mai ballato in vita mia.
Ordino due Jack Daniel, doppi. Uno lo tracanno d’un fiato liscio. L’altro, con ghiaccio, me lo sorbisco lentamente con calcolato masochismo mentre li guardo ballare.
Finalmente l’ho capito: Freud e le pulsioni di morte. E’ meglio che schiacciarsi i foruncoli, meglio che piantarsi il compasso nelle cosce.
Sono bellissimi.
E le lacrime di colpo, come fosse crollata una diga mi rigano le guance.
Non piango di gelosia, piango quasi di gioia, penso a quanto sono belli, a quanto gli voglio bene, a quanto me li scoperei entrambi, penso che il mondo non è poi così male.
Ma adesso mi indicano col dito e vengono a sedersi al mio tavolo.
Sono felici e sudati e mi sorridono.
Poi penso che comunque vada, non sono sola, e riesco a sorridere pure io.
Ma immediatamente piombo ancora nel panico: ora sono al bar, un habitat per me favorevole ma come al solito non so che cazzo dire.
Vorrei essere brillante, poi mi faccio coraggio e decido che una conversazione può anche essere banale, purché sia.
Parlo di musica, dopotutto siamo in discoteca. Che argomento trito e inutile! Sono una cretina.
Cerco di imbastire una lezione di astronomia, sfruttando le nozioni apprese per l’esame di patente nautica e il cielo stellato.
I miei nuovi amici fanno di tutto per mostrarsi interessati al mio pedante monologo, in realtà si scambiano sguardi inequivocabili.
”Zia come mai sei rimasta zitella?” immagino mi chiederà un’ipotetica nipote tra cinquant’anni.
”Perché sono una deficiente figliola”
Rimaniamo a chiacchierare per circa un’ora poi adducendo un improbabile mal di testa mi ritiro in cabina lasciandoli soli affinché la natura faccia il suo sacrosanto corso.

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Mi sveglio col mal di testa, quello vero, dovuto a fisiologici postumi di sbronza da superalcolici.
Mi odio. Non voglio incontrare nessuno.
Vado in biblioteca dove ci sono tavoli sufficientemente grandi per esercitarmi al carteggio.
“Zia, perché non ti schiodi mai oltre le sei miglia dalla costa?”
“Perché non sono mai riuscita a prendere la patente nautica, nipote. Però ora sarebbe meglio che la piantassi di fare domande del cazzo e andassi a fare i fottuti compiti”
In biblioteca c’è l’opera omnia di Stephen King, Faletti, svariati codici da vinci, angeli e demoni come se piovesse.
Il vero mistero e come possa la gente leggere libri del genere: e vero o no che Gesu Cristo simpatizzava per Maria Maddalena? ma saranno affari suoi! Gossip religioso. Una volta si chiamavano pettegolezzi, credo fosse un termine più appropriato.
Accanto a questa consumata paccottiglia scorgo alcuni intonsi classici, per la maggior parte hanno su ancora la fascetta sulla copertina.

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Ho fatto 8 problemi: non uno completamente corretto. Ho le cosce come S. Sebastiano a furia di trafiggerle con il compasso. Inverto le cifre dei gradi degli angoli, punto il compasso dalla parte opposta, leggo ovest e traccio la rotta verso est. Ho gli emisferi inversi, ho le rotelle spanate, ho i neuroni incasinati. Forse ci vorrebbe l’elettrochoc. Ho letto che a voltaggio basso e sotto anestesia aiuta a ristabilire la polarità dei neuroni. Tutto nella scienza medica viene continuamente esaltato, gettato nella polvere e riabilitato.
A un certo punto scopro che c’è un giovane marinaio che mio osserva. Mi vergogno.
Deve essere un sottufficiale o un allievo sottufficiale.
Mi chiama signorina, ha un forte accento veneziano, grandi orecchie a sventola, occhiali spessi rettangolari con un’antiquata montatura nera. Sembra uscito da una commedia neorealista dove fa la macchietta del veneto tonto.
“Posso aiutarla, signorina?”
Questo è più stordito di me.
Anche il suo nome è ridicolo, si chiama Gerolamo, Momi per gli amici, che è ancora più buffo.
Però è un vero mago della nautica: traccia rapido rotte con precisione millimetrica, punta compassi come se non avesse fatto altro nella vita, e probabilmente è proprio così, fa complicatissimi calcoli a mente.
Alla fine mi regala una vera carta nautica tutta colorata.
“Così può seguire la nostra rotta, signorina”
Poi se ne va con l’ aria soddisfatta di chi ha compiuto un’azione giusta e opportuna.
Mi ricorda una canzone che ascoltava sempre mia madre: Ragazzo triste di Patty Pravo.
Mentre lavoro sulla carta nuova, mi accorgo che mi è più facile.
Di colpo i miei poveri neuroni, uno sparuto gruppo di dementi che caracolla inebetita spingendosi l’un l’altro e sbattendo ciecamente su ogni ostacolo, si desta, si riorganizza, si produce in un’ intuizione.
Lavorare sulla nuova carta mi riesce perché sono dentro la carta stessa con la mia Metanopoli marina. Vedo il sole, la costa, sento il vento, mi ci ritrovo.
Applico la stessa tecnica sulla cartina della scuola: sono a Piombino, ho alle mie spalle il porto, le ciminiere delle acciaierie, ne sento la puzza, percepisco una folata di scirocco dietro l’orecchio sinistro, di fronte a me c’è l’ Elba il mio obbiettivo, ma una subdola corrente mi trascina per tre gradi a sud ogni ora, correggo la rotta 308° 5.
Guardo la soluzione col cuore in gola.
E’ giusto! Che cazzo è giusto! Non ho sbagliato di mezzo secondo.
Tutto merito di Ragazzotriste. Triste come me.
Comincio a sospettare che non sia poi così scemo. Alla fine in “Pane e amore e fantasia” il carabiniere veneto tonto si scopa Gina Lollobrigida.
Mi accorgo che sono le dieci di sera, non ho mangiato, non ho bevuto, ma sono soddisfatta.
Torno in cabina.
Trovo un altro biglietto sul cuscino.
“Cara Marina,
passato il mal di testa? ti abbiamo cercata per tutta la nave. Sei arrabbiata con noi? Stasera andiamo al casinò, magari lo preferisci alla discoteca, se ti va ci troviamo lì alle 11.
Un Bacio.
Mila e Fabio”
Massì ci vado. Se non mi presento penseranno che mi sia arrabbiata perchè stanno assieme, che poi nemmeno lo so se stanno assieme. Giusto il tempo di prepararmi.
Metto un vestito. Non li metto mai ma per una volta sopravviverò. Voglio strafare: uso persino un po’ di matita sugli occhi e un filo di rossetto. Dopo un paio di errori grossolani che mi fanno sembrare un pugile pestato ottengo un risultato passabile.
Esco.
Fabio mi dice che sto bene, Mila mi abbraccia, mi da un bacio sul collo. Mi struscia un po’ troppo le tette su quelle povere cose che dovrebbero essere le mie.. Non porta reggiseno. Fabio le avrà detto qualcosa?
Mi agito, devo essere paonazza. Mila mi chiede con un sorriso innocente se mi sento bene.
Do la colpa al caldo sulla nave. Ma siamo ancora all’aperto e saranno 15 gradi.
Mi guardano perplessi. Avrò già la menopausa a ventun anni?
Al casinò ci sono una ventina di signore anziane che inseriscono meccanicamente secchielli di monete nelle slot.
Ogni tanto si sente una cascata di monete, al che la carampana di turno riempie il secchiello, senza alcuna apparente emozione, e ricomincia ad infilarle nella fessura.
Quando il secchiello è vuoto se ne tornano imperturbabili da dove son venute.
Fabio si mette a giocare a Black Jack, si vede che segue uno schema. Non punta tutte le giocate e aumenta le puntate secondo una progressione logica.
Vince moderatamente. Da professionista.
Io, come al solito, non so che fare e decido di liberarmi delle mie due fisch puntandole a caso sul numero a me più vicino, il 24. Vinco. Tutto da rifare. Ma non ho voglia, incasso la vincita e offro da bere ai mie due amici.
Probabilmente, rassicurata dai miei successi nautici del pomeriggio, riesco a imbastire una conversazione decente, gli racconto di Ragazzotriste e delle sue doti pedagogiche. Parliamo delle qualità di un buon insegnate: Fabio osserva che quella più preziosa è l’umiltà, il farsi piccoli per fare crescere l’allievo.
Torno in cabina soddisfatta della serata e di me stessa.

Oggi ho deciso di non studiare, mi sono presa un giorno di vacanza, rimango nella mia cabina a leggere ed esco solo verso sera.
Sulla nave c’è troppa confusione: mi cerco un angolo tranquillo dove guardare il mare.
Trovo un pezzo di ponte semideserto.
Semideserto perché affacciato alla balaustra vedo mio padre, faccio per chiamarlo:
“Che ci fai qua?”
“Piango” mi risponde.
Piange. Effettivamente. Ha la faccia solcata dalle lacrime e un aria tristissima.
- Che è successo?
Mi sento angosciata e imbarazzata. Per lui e per me.
- Penso a questa nave. Ai gerani sui balconi di casa. Ai cani. Agli alberi di Natale. Agli sforzi che facciamo per fingere di divertirci. Per dare un senso alla nostra vita. Per non pensare alla morte. A tua madre e a me e a quanto siamo piccoli e insignificanti. A quando uno di noi due morirà lasciando l’atro solo e triste. All’inutilità e all’orrore di tutto questo.”
Oh porca di una puttana. Questa è malinconia, e della peggiore. Da qualcuno dovevo pur averla ereditata.
Credevo questi fossero pensieri di esclusiva pertinenza di adolescenti sfigati e disadattati come la sottoscritta e non colpissero solidi lavoratori adulti e padri di famiglia.
Non esiste cura. Non dico niente Lo abbraccio e lo trascino al bar.
Restiamo lì a bere silenziosi e preoccupati per un po’.
“Scusa, no cioè..volevo dire grazie”
“Raccontami di come eri quando avevi la mia età” gli chiedo.
Abbiamo tempo, mamma è andata a teatro con la Meringa e il signor Cialtroni, lui gli ha detto che non ne aveva voglia e sarebbe andato in palestra.
Restiamo a parlare fino a tardi, alle undici siamo entrambi abbastanza ubriachi da poter intonare un coro di montagna, ma sono riuscita a farlo ridere e ricordare cose belle: delle ragazze che aveva conosciuto, di mamma da ragazza, dei viaggi con gli amici.

13
Un po’ scossa da questa esperienza intimista riprendo i miei esercizi di carteggio, per distrarmi un po’. Ormai però mi riescono facilmente, e ho quasi finito tutti i compiti delle vacanze.
Decido di tentare qualcosa di più difficile.
Così dopo aver preso qualche rilevamento e guardato la bussola, torno in biblioteca e mi diverto a tracciare la rotta della nostra nave sulla magica mappa di Ragazzotriste.
Ma qualcosa non mi quadra. Non è possibile! Eppure sembra che stiamo per passare proprio di qua. Incolpo i negroni. Rifaccio. Ritraccio. E’ uguale. Sto per pugnalarmi col solito compasso. Un boato. Mi ritrovo per terra in un angolo della biblioteca seppellita dai best sellers.
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È andata via la luce, urla, lamenti, pianto di bambini.
Mi rialzo e cerco affannosamente i miei amici, i miei genitori.
Malgrado il panico, mi viene in mente che ora o qualcuno da cercare, che non sono sola, questo pensiero mi sostiene. Mi faccio coraggio
Le altoparlanti parlano di un guasto all’impianto elettrico, dicono di stare calmi, ripartiremo al più presto.
Si, stronzate.
Non siamo lontani dalla costa.
Una nave ci mette un bel po’ ad affondare.
Riesco a radunare tutti quanti, una specie di arca di Noè degli affetti: i miei genitori, Fabio, Bodomila, persino il regista cinico che ho incontrato per caso sul ponte spaventato e confuso, c’è anche la famiglia Cialtroni al completo che si è aggregata ai miei genitori insieme ad altri intrusi.
In compenso non si vede l’ombra di un marinaio, sembrano tutti spariti.
Vado verso una scialuppa e comincio a togliere il telo di protezione, finalmente si vede qualcuno dell’equipaggio. I marinai mi guardano senza reagire.
Appare Ragazzotriste, ha un attimo di esitazione ma poi viene ad aiutarmi.
Il secondo ufficiale gli intima di attenersi agli ordini. Che per il momento non ci sono.
Con un insospettabile gesto di insubordinazione gli risponde: “Ma va in mona!”
Siamo scesi faticosamente in mare, le cime si sono impigliate varie volte, il motore ha faticato a partire.
Alcuni passeggeri sono nel panico e rompono decisamente i coglioni con domande inutili, lamenti e consigli di navigazione. Anche sull’arca c’era la zecca, lo scarafo e la zanzara: l’imperscrutabile disegno divino.
Il mare è molto mosso, stiamo tutti male.
A un certo punto la ragazzina dell’Iphone, si sporge per vomitare, perde l’equilibrio e finisce in mare.
Un secondo dopo Ragazzotriste le ha già lanciato il salvagente anulare, assicurato a bordo da una cima galleggiante. Tutti gridano come pazzi.
“Te la senti di stare al motore mentre cerco di prenderla?” mi dice Gerolamo.
Vado al motore, mi allontano dalla bambina, descrivo un ampio arco e mi porto su di lei sottovento, metto in folle.
La ragazza galleggia con la sua cintura di salvataggio non lontano dal salvagente anulare, ma è sbatacchiata qua e la dalla onde, la boetta luminosa attaccata alla cintura la fa sembrare una specie di lucciola che appare e scompare nel buio.
Ragazzotriste non riesce a prenderla, è come cercare acchiappare al volo un’anguilla da ubriachi sopra a un ottovolante.
Urla, si sbraccia, niente.
La Meringa mi inveisce contro.
A questo punto faccio una cosa che secondo le buone norme di salvataggio nautico sarebbe una grossa stronzata.
Aggancio il portachiavi della cabina al passante dei miei pantaloni, lo faccio scorrere sulla corda del salvagente anulare.
Ragazzotriste mi sgama e mi urla: “Che cazzo vuoi fare Noo!”
Ma io mi sono già buttata in acqua. Nuoto alla marinara sforbiciando con le gambe per non impigliarmi nella corda a cui sono attaccata, come a una specie di cordone ombelicale, riesco a vederla, mi avvicino, mi afferra i capelli e mi tira sotto. Mi aggrappo a lei, il suo salvagente e quello a cui sono attaccata ci tirano a galla, la abbraccio con tutta la mia forza cercando di immobilizzarla.
“Ce l’ho. Tira.”
Ci ripescano, sono tutti attorno alla ragazzina io sto tremando dal freddo e dalla paura.I miei mi abbracciano, Fabio e Mila mi guardano preoccupati. Io, lucidissima in acqua, ora ho una specie di crisi isterica, piango e tremo.
In poco tempo siamo sulla costa.

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Mi allontano dagli altri, mi tolgo i vestiti bagnati e li strizzo: sono nuda, senza alcun pudore in mezzo a un casino inverosimile di naufraghi, protezione civile, marinai, giornalisti, idioti che fanno foto col telefonino. Ma nessuno sembra notarmi.
Ragazzotriste mi raggiunge e mi mette addosso la sua giacca da marinaio.
Sorrido. Non mi riesce difficile.

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Ricciola alla limiteumano con brodetto e tagliatelle

Non mi riferisco alle donne dai capelli ricci che sono sempre state le mie preferite.
La ricciola è un pesce azzurro (credo?) parente alla lontana dei tonni.
E’ ottimo, ha carne soda e costa abbastanza poco ma ha il difetto che tende un po’ a rimanerre asciutto e intozzare.
Quindi va cotto in un intingolo che può poi essere utilizzatio per altri scopi.

Ingredienti per due persone mediamente affamate.
1 bottiglia di vino bianco dell’italia centrale: es. Frascati, Pecorino, Passerina, Verdicchio etc
1 Ricciola di un chilo circa
una manciata di cannolicchi
un po’ di vongole
4 canoce o canocchie
6 gamberi
4 scampi
prezzemolo
spicchio aglio
1 cipollotto fresco
olio extrevergine oliva
sale qb
peperoncino e/o pepe
alcuni capperi.
150 g di tagliolini all’uovo possibilmenbte fatti a mano ( 1 uovo per 100 g di farina di cui l’80% bianca e il 20 di semola di grano duro)

Svolgimento.
Per prima cosa bevetevi mezza bottiglia del vino centromeridionale, questo servirà a mettervi nella disposizione adatta a sfilettare il persce che è una discreta rottura di coglioni.
Dovevate farvelo sfilettare dal pescivendolo, ma vi siete dimenticati, razza di pisquani. E adesso non vi rimane che arrangiarvi.
Se non l’avete mai fatto si comincia a incidere con un coltello tagleinte e flessibile partendo dalla schiena vicino alla testa e ci si avvicina man mano alla coda.
Conservate gelosamente lisca e testa, che qua non si butta via niente.
Sgusciate i crostacei, anche qui non buttate via le teste.
Cannolicchi e vongole servono dopo.
Fate soffriggere dentro una padella d’acciaio, in abbondante olio, il cipollotto, l’aglio e metà del prezzemolo tritato, sale qb e capperi.
Fracassate le teste dei crostaci in un mortaio o sul piano della cucina a martellate se non avete un mortaio.
Buttate tutte le schifezze (teste lische etc) dentro al soffritto, fate andare a fuoco vivo due minuti poi versate un bicchiere di vino e abbassate la fiamma e metteteci il coperchio.
Dopo circa 10 minuti aggiungete le vongole e i cannolicchi.
Quando le vongole si apriranno spegete e fate raffreddare un po’.
Sgusciate le vongole e i cannolicchi, mondate il sugo da tutte le schifezze che ci avete messo cercando di recuperare le parti utilizzabili dalla testa del pesce e dalla lisca.
A questo punto sarete ridotti delle chiaviche e puzzerete di pesce come la spazzatura di un mercato ittico. Mettete in ordine la cucina togliendo le squame dal lampadario. e andate a farvi una doccia.
A questo punto il più è fatto, per festeggiare bevetevi un altro bianchino, Riaccendete l’intruglio e non appena intiepidito aggiungete i crostacei puliti e i filetti di ricciola.
I filetti devono cuocere due o tre minuti per parte. Spegnete e lasciate riposare al coperto.
Mettete a bollire l’acqua per le tagliatelle, una volta buttata la pasta togliete il pesce dal sugo e riccendete la fiamma, dopo 1 o 2 minuti massimo di cottura aggiungete le tagliatelle al sugo rigirate bene a fuoco vivace, se troppo asciutto aggiungete altro vino, sempre che ce ne sia rimasto e servite assieme ai filetti.

>Variante 1 aggiungere dei pomodorini maturi al soffritto sin dall’inizio
variante 3 = variante 1 + variante 2

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Minimalismo

Incedevo per la cucina. Eccola lì, la cesta della biancheria sporca. Ho diviso la biancheria per colore, una volta la gettavo nell’oblò tutta assieme. Ma poi macchiava. I rossi, i bianchi, i blu. I pedalini, annodati l’un l’altro, per preservare l’appaiamento.
Le mie mutande scozzesi, le avevo indossate quella volta con Paola. I suoi occhi marroni. Sgranati. Alla vista della mutande scozzesi.
Cerco il sapone. Maledizione uno scarafo. Sotto il lavandino. Non ho l’insetticida.
Vado a chiederlo alla dirimpettaia. Suono. Mi apre. Indossa pantofole di spugna. Azzurre.
- Ho finito l’insetticida- le dico.
- Dovrei averene, da quando hanno spostato la spazzatura è pieno di scarafaggi.-
Risponde.
Torno sotto al lavandino. Armato di flit. A cercare lo scarfo.
Ma non c’è più
Tutto questo per dirvi che a me i minimalisti americani stanno veramente sui coglioni.

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Rino

una canzone del mio cantautore preferito, dedicata all’amore

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Il destino è un cavallo che vince al fotofinish

1980
In una mattina di novembre me ne stavo seduta con due mie amiche su una panchina del parco Sempione di Milano in prossimità della fontana dell’acqua marcia.
In quegli anni la nebbia saliva anche in pieno centro, stavo guardando il vapore della fontana .
Avevamo bigiato, ricordo che ci stavamo passando una sigaretta fatta col Samson. Adesso in tabaccheria si trovano almeno venti tipi diversi di tabacco sfuso ma allora c’era quello, il trinciato per pipa del monopolio e il Clan, in un pacchetto scozzese che però non sapeva di nulla.
Giulia, fece l’ultimo tiro, spense la sigaretta sulla panchina e mi chiese “ Così ti piace Jacopino?”
“ Si, non lo so, deve essere per il modo che ha di tirarsi su la frangia quando parla in assemblea o per quel buffo accento emiliano, bello non lo è mica tanto”
Non ero bella nemmeno io: capelli biondi appiccicati alla faccia dove stavano sparse delle lentiggini, mi dicevano che somigliavo a Patty dei Peanuts, non mi pareva un gran complimento..
“Non è questo il problema è che secondo me è culo” disse Giulia.
“ Dici così perché non ti si fila, per me è solo imbranato” Questo fu il commento di Marta, più giovane di un anno, l’unica di noi tre ancora vergine, capelli cortissimi, pelle chiara, piuttosto timida coi ragazzi per via del complesso delle tette piccole.
Più che piccole proprio non le aveva, e ai voglia a dirle che a tanti ragazzi piacevano proprio così, o alla peggio non gli importava. Per Marta le tette erano un problema.
“Ecco ha parlato l’esperta” dissi.
Ridemmo.
“ Però magari la piccola stavolta c’ha preso- disse Giulia- se è solo imbranato un rimedio c’è: fargli sapere che ti piace. Così sa di andare sul sicuro e si disciula”
“ Mi sembra un bel piano” fece Marta incoraggiata dal giudizio di Giulia che consideravamo la più figa e la più scafata del gruppo.
“ mi pare che sia amico del Colnaghi, quello dei cavalli..”
Pochi giorni dopo il concupito Jacopo stava bevendo un bianchino al bar di fronte al suo liceo.
Aveva un conto aperto nel locale. Ogni tanto la barista glielo condonava perché Jacopo organizzava scioperi e occupazioni che per l’azienda si traducevano in incrementi considerevoli di fatturato dovuti al maggiore afflusso di studenti nell’esercizio.
Colnaghi entrò nel bar ordinò uno Stravecchio Branca e gli chiese di parlargli in privato.
Il Colnaghi era un tipo molto educato e formale, gestiva con discreto successo un’attività di bookmaker abusivo presso l’ippodromo di S. Siro con un giro d’affari di una decina di milioni di lire . Non si occupava di politica ma tra i due c’era una reciproca stima.
“Devo darti una dritta”
Jacopo pensò a un cavallo sicuro alle prossime corse, già altre volte gli aveva fornito informazioni simili che si erano rilevate quasi sempre affidabili.
“ Si tratta di Monica. Gli interessi”
“ Oh checcazzo sei sicuro?”
Ma la domanda non si poneva, l’affidabilità di Roberto Colnaghi era indiscutibile, come quella del Financial Times per un agente di cambio.
Tra la popolazione maschile del liceo avevo la fama di una facile, una specie di Messalina, fama sicuramente esagerata, ma riconosco che qualche elemento concreto c’era.
Nonostante mio padre fosse severissimo, tanto che non mi lasciava uscire quasi mai da sola, appioppandomi spesso un cugino ebete, ciellino e rompipalle, avevo già avuto diversi ragazzi .
Fortunatamente, a differenza di Giulia che i miei consideravano una ninfomane incline alla tossicodipendenza che mi avrebbe trascinato sicuramente alla perdizione, Marta, col suo angelico pallore verginale passava per una innocua brava ragazza e si prestava volentieri a coprire le mie avventure.
A casa sua ci si perdeva da tanto era grande e comunque i suoi non c’erano quasi mai, c’erano solo degli orrendi botoli di razza carlino inoffensivi, quanto la madre, che una volta mi aveva beccato in flagranza,nella sua vasca da bagno in compagnia di un biondino e si era limitata a chiudere la porta senza fare una piega.
Marta, si infilava nel letto di sua sorella e mi cedeva volentieri il suo a patto che le raccontassi tutto nei dettagli.
Questa procedura, naturalmente, era universalmente nota ai miei compagni di scuola quindi Jacopino fu molto colpito dalla successiva dichiarazione del Colnaghi.
“Inoltre” disse Roberto con una certa solennità “a Natale va a casa di Marta a Monterosso sono solo loro due e la Giulia”
“Roberto grazie è un informazione importantissima. Come posso sdebitarmi ?” “ “Venerdì ho compito in classe, mi farebbe abbastanza comodo se ci fosse uno sciopero”
“Roberto, Venerdì è l’anniversario di piazza Fontana, facciamo sempre sciopero, lo faremo in ogni caso”
“Beh, tanto meglio. In bocca al lupo!”

Dalle parti di Monterosso, forse Corniglia, aveva una seconda casa anche Zambretti, uno sfigato allucinante, patito del Rock progressivo. Suonava con alcuni amici , i Diamonds negli oratori di periferia, perché nei centri sociali li avrebbero linciati.
Individualmente non è che suonassero male è che ognuno andava per conto suo, e poi erano dei tarri terrifici tutti vestiti di bianco.
La domenica successiva Jacopo si recò ad una loro esibizione in un sala parrocchiale di Quartoggiaro. Tolte due dodicenni brufolose che applaudivano gli altri erano tutti usciti a fumare.
Jacopo prese da parte il Zambretti: gli fece i suoi complimenti per il concerto dicendo che erano molto migliorati e che gli ricordavano gli Area dei primi tempi. La rock star ne fu lusingata.
“ Che fai a Natale? Ah suoni alla parrocchia del Gallaratese?, peccato perché dev’esserci una specie di festa a Monterosso a casa della Marta, c’è pure la Giulia e la Monica. Sai sono da sole in casa..”

Mussolini, Lenin, Cicerone: parlare in pubblico è un dono di natura, Jacopo poteva annoverarsi tra i più dotati a patto che si trattasse di masse oceaniche. In contesti più ristretti non spiccicava parola, era tremendamente timido o semplicemente non sapeva che dire.
Ma con me fu diverso. Lo intercettai in manifestazione, nel gruppo dei marxisti leninisti. Erano stretti in cordoni, cioè camminavano in lunghe file dandosi il braccio tipo falange macedone. Quale occasione migliore?
Mi infilai in mezzo ai militanti e mi strinsi al braccio di Jacopino.
Dopo la manifestazione mangiammo assieme una focaccina e passammo il pomeriggio parlando di politica, libero amore, Dio ed altri grandi temi esistenziali di cui si usava parlare a quell’epoca.
Ora ho un po’ di nostalgia per quei discorsi seriosi e per la nostra ingenuità, ma credo che quel giorno avessi altro per la testa.
Così su una panchina dei giardini della Guastalla gli appoggiai amichevolmente una mano su una coscia e lo sentii trasalire. Gli piacevo, lasciai la mano deve stava per circa una per un bel po’.
“ Dove vai per le vacanze? Monterosso? Ma guarda ?Pure io. Da Zambretti, si, è un po’ fissato con la musica underground ma è simpatico, ci vediamo lì allora ”
Stava arrivando il filobus, Jacopo fece per darmi un bacio sulla guancia. Girai la testa, restammo lì al limonare e a toccarci sotto i vestiti con le mani gelide per non so quanto tempo.
Alle vacanze di Natale mancavano due giorni.

La casa di Zambretti era una stamberga in cima a una collina, ci volevano quaranta minuti di cammino dalla stazione del paese. Non c’era riscaldamento e faceva un freddo porco. Ma il piano era ben congegnato. Per allettare il padrone di casa Jacopo si era dichiarato possibilista su eventuali disponibilità della Marta nei suoi confronti . “ Non ha ancora il ragazzo e se combino con la sua amica, il che è praticamente matematico, sarà psicologicamente incoraggiata a dartela. Le ragazze hanno questa specie di spirito di emulazione”
Allo Zambre sarebbe interessata più la Giulia , ma lì anche a essere molto ottimisti non c’era storia, meglio indirizzarlo su un obbiettivo meno impegnativo..
Jacopo era un ragazzo onesto e realista, non poteva fomentare illusioni, ne andava della sua credibilità..
Passarono tre giorni pattugliando tutti i bar di Monterosso e percorrendo spiagge deserte sferzate dal maestrale. Delle tre amiche nessuna traccia.
Si nutrivano esclusivamente di pasta condita con un barattolone di pesto, che aveva preparato la madre dello Zambe, pessima cuoca, ci aveva messo il dado. Al quarto giorno il Zambretti cominciò a spazientirsi e a disperare sul nostro arrivo. Anche Jacopo cominciò a pensare a un pacco o che fosse successo qualche guaio.
In effetti un guaio era successo: a mio padre venne un infarto mentre stavamo facendo la spesa di Natale all’esselunga.
Mi spaventai moltissimo ma riuscii a chiamare il pronto soccorso e a salvarlo. La partenza fu ritardata alla sera di capodanno.
Il treno di ritorno di Jacopo incrociò il nostro di andata da qualche parte dell’appennino quella sera.
Come disse un giorno il Colnaghi:
“Ti studi i risultati sulla stampa specializzata, metti Trottosportmen, punti su un cavallo affidabile, lo segui tutta la corsa mentre è avanti di quattro lunghezze ma alla fine spunta un altro stronzissimo equino e il tuo perde al fotofinish.
E’ più che la sfiga: è il destino. Non c’è un cazzo da fare.”

1984
Marta malgrado l’assenza di tette trovò finalmente il suo primo ragazzo: era piuttosto bello, gentile e affettuoso ma, disgraziatamente, tossico.
Abitava da solo in una soffitta in Corso S. Gottardo, lei andò a stare da lui e non la vidi più.
Lui la trovò alle cinque del mattino dopo nella vasca da bagno: l’acqua ormai era gelata e lo era anche Marta.
Pare che l’eroina fosse di buona qualità ma il cuore di Marta aveva un difetto congenito, non aveva retto.
L’amava. Pensò seriamente di suicidarsi. Ma dopo aver pianto per delle ore tenendo quella fredda mano bagnata trovò la forza di chiamare i suoi genitori che lo rinchiusero a S. Patrignano. Non ho più avuto sue notizie.

1988

Il Colnaghi si era laureato alla Bocconi e aveva trovato subito lavoro da un commercialista, amico di famiglia.
Andava ancora qualche volta all’ippodromo ma aveva perso il vizio del gioco.
I soldi non erano mai stati un problema, aveva un sacco di amici e la sera prima era stato a una festa e aveva rimorchiato una bella ragazza tedesca.
Andava tutto alla grande.
Aveva dormito a casa di lei, poi era tornato verso casa fermandosi al bar lì sotto a fare colazione.
Poi era salito nel suo appartamento per cambiarsi e andare in ufficio.
Il commercialista, non vedendolo arrivare provo a chiamarlo al telefono e, visto che non rispondeva, dopo un paio di giorni chiamò suo padre.
La madre aveva le chiavi di casa sua.
Lo trovò in giacca e cravatta, seduto sul divano. Morto.
Sul tavolo uno specchio e una banconota arrotolata.

2001
Avevo accompagnato i bambini al catechismo e stavo tornando verso casa, mi fermai a guardare una vetrina: vendevano sandali di cuoio artigianali come quelli che usavo da ragazza. Li faceva Marta, le piaceva lavorare il cuoio.
Lo chiamavano vintage. Mi venne un po’ di nostalgia e sorrisi.
Improvvisamente sentii un dolore al petto accompagnato da una sensazione di freddo intenso. Ho cercato di respirare ma non ci riuscivo. Ero terrorizzata: non c’era nessuno in giro.
Infarto stavo morendo: ho pensato a mio, ho pensato a Marta ho pensato ai bambini.
Il cuore, cazzo, è sempre il cuore che ti frega.
Mi sono trovata in ospedale: non c’era da preoccuparsi, era stato solo un attacco di panico.
All’ospedale mi rassicurarono, c’era un team specializzato per questo disturbo. Mi diedero delle pastiglie. Ebbi altri due episodi ma poi sembrò andare meglio.
Mi raccomandarono di frequentare un gruppo di auto aiuto per depressi e disturbi d’ansia. Ci andavo tutti i martedì. Stavo lì con altri ansiosi o depressi, parlavamo dei nostri problemi, alla fine ha funzionato.

Jacopo aveva una vita tranquilla.
Sposato, niente debiti, niente figli, un buon lavoro: un treno che correva su solide rotaie,. Nessuna problema nessuna rottura di coglioni..
Una domenica mattina uscì per comprare il giornale. Mentre stava tornando a casa vide una coppia di anziani: si tenevano per mano, lei aveva in mano un sacchettino con dentro un pesce rosso. Si fermò a guardarli. Fu come il crollo di un muro.
Tornò da sua moglie in lacrime e continuò a piangere per tre giorni.
Andò da uno psichiatra che gli prescrisse dei farmaci, dopo quindici giorni iniziò a star meglio.
Gli raccomandarono di frequentare un gruppo di auto aiuto per depressi e disturbi d’ansia. Ci andava tutti i lunedì. Stava lì con altri ansiosi o depressi, parlavano dei loro problemi, lo faceva stare meglio.

2005
Stavo bene e non frequentavo più il gruppo di auto aiuto.
Ogni quattro o cinque anni però l’associazione organizzava un corso per reclutare nuovi conduttori di gruppi. Sonia, la presidentessa dell’associazione fece un giro di telefonate tra gli ex pazienti che le sembravano più adatti all’incarico, cioè i meno squinternati.
Ero disponibile il gruppo mi aveva aiutato e non avevano chiesto un soldo. Mi sentivano in dovere di fare qualcosa.
Stavo ascoltando una noiosa lesione teorica sulla depressione e cominciai a distrarmi guardando le altre persone, eravamo quasi tutte donne di maschi ce n’erano solo tre.
Uno aveva un aspetto piacevole: era pelato ma aveva qualcosa di familiare.
Doveva essere lui, guardai l’ora, attesi fino alle 18 e 15, nascosi l’orologio sotto il maglione e gli chiesi che ora fosse. La r delle sei e un quarto era la sua inconfondibile erre moscia ferrarese.
“ mi sembra che andavi a scuola al Volta”
“ Monica? Ma eravamo amici, non ti ricordi?”
Finsi di non ricordarmi, finsi di confonderlo con qualcun altro.
Parlammo della povera Marta, di Giulia che era diventata una famosa giornalista televisiva e di come se l’era sempre un po’ tirata.
Dopo sei mesi di corso, delle cinquanta persone che c’erano all’inizio fummo entrambi dichiarati idonei.
Proponemmo a Sonia di lavorare assieme: non c’erano controindicazioni: un uomo e una donna, un’ansiosa e un depresso saremmo stati rappresentativi di entrambe le patologie saremmo andati più facilmente d’accordo.
Si trattò di formare i gruppi facendo uno screening tra i candidati: quelli troppo impegnativi andavano scartati o almeno lasciati gestire a conduttori più esperti.

Chiara
Una delle nostre prime clienti fu Chiara una ragazza sui trent’anni siciliana: bionda con dei grandi occhi azzurri che si riempirono quasi subito di lacrime.
Le tremavano le mani, con le quali tormentava un fazzoletto zuppo.
La storia di Chiara era abbastanza semplice.
Era arrivata a Milano a ventitre anni per assistere una zia ammalata.
Andava a fare la spesa alla Coop, vicino casa della zia. Un giorno aveva un carico particolarmente pesante e una guardia giurata l’aiutò a caricarlo sul motorino.
La guardia era gentile e tutte le volte l’aiutava con la spesa; così si conobbero, fecero l’amore nel suo piccolo appartamento e un anno dopo si sposarono.
La famiglia di lui non la sopportava, dicevano che il figlio meritava di più. Ma lui era affettuoso e la difendeva.
Una mattina il marito vide una signora bionda in difficoltà con una pesante cassa di acqua minerale, cercò di aiutarla. L’ultima cosa che ricordava e che la donna sembrava portare una parrucca. Poi tutto nero.
Gli rubarono la pistola e rapinarono il supermercato.
Ai voglia ad essere addestrato ma se ti prendono di sorpresa non c’è niente da fare.
Commozione celebrale.
Il marito dopo l’incidente era cambiato, non lavorava più: se ne stava in casa a guardare la televisione, non si lavava, non faceva più l’amore con lei.
La picchiava, era patologicamente geloso: Beveva e fumava, le rubava i soldi.
I genitori di lui dicevano che era una puttana. Solo perché usciva di casa a lavorare.
Non riuscì più a continuare il suo racconto sopraffatta dai singhiozzi.
Guardai Jacopo: era decisamente un caso troppo difficile per due pivelli come noi.
Ma in quel momento forse non ci si sentivano i cinquantenni spompati che eravamo ma i due ragazzi della panchina della Guastalla.
Abile arruolata. Si presenti lunedì prossimo alla 17,30. Grazie arrivederci e cerci di calmarsi e che Dio, o qualcuno, ce la mandi buona.
Già il primo giorno sorsero delle difficoltà perché Chiara iniziò subito a piangere e strillare, in un evidente tentativo di resistenza alla terapia,- avremmo poi commentato con Jacopo- diceva che lei non sarebbe più venuta perché aveva paura a tornare a casa a quell’ora di notte da sola.
Il gruppo era già allo sbando, la gente non sapeva dove guardare.
Mi stava venendo un altro attacco di panico, Jacopo non sapeva che cazzo dire. Ma i gruppi di autoaiuto sono una forza della natura dalle risorse imponderabili.
Così una signora anziana disse: “Vieni con me, prendo il radiobus”

Mario
Mario non aveva fratelli, però aveva un cugino: Michele.
Il cugino Michele era più grande di tre anni, anche lui era figlio unico ed erano inseparabili, sin da bambini.
Michele era più di un cugino o di un fratello per Mario era il Modello da seguire.
Era più coraggioso, più originale, sapeva un sacco di cose e piaceva alle ragazze, piaceva a tutti.
Gli aveva insegnato a pescare con la mosca, in un paese dove non si andava oltre il verme, a fumare le Davidoff, che erano molto meglio delle Marlboro che fumavano tutti, e poi le birre migliori, i vini migliori, la barca a vela.
Avevano fatto qualche regata sui laser, così per ridere, e un paio di volte avevano vinto.
Michele era generoso, divideva con lui tutte le sue cose, e gli presentava le ragazze innamorate di lui che non gli interessavano. E alcune gliela davano anche, perché se era cugino a Michele e se stava sempre appresso a lui che lo considerava carne della sua carne e lo stimava, significava che questo Mario non poteva essere un fesso qualunque.
Al paese Michele era rispettato, pure dai camorristi.
Da quando suo cugino se ne era andato a Milano a studiare, Mario si sentiva solo, il paese gli andava stretto, il bar, i tossici i nullafacenti.
I soliti discorsi, le solite ragazze.
Tutto sembrava predestinato: le coppie, il lavoro, le compagnie, erano già assegnati fin dalla nascita , non poteva succedere niente di nuovo.
Aveva fatto bene ad andarsene Michele, e quell’anno era tornato per le vacanze.
Si era comprato una macchina, un fuoristrada nero, non uno dei più cari ma lo aveva preso con i soldi suoi. Si era portato la ragazza, una di Varese, bella, sportiva e simpatica.
Si era laureato e ora lavorava in uno studio legale americano. Perché crisi o non crisi se uno era come Michele a Milano lo trovava il lavoro. Lo pagavano bene. Si vedeva dai vestiti da avvocato che portava.
Così Mario aveva chiesto ai suoi genitori di andare anche lui a studiare a Milano, sarebbe andato a casa di Michele, che lo avrebbe magari aiutato nello studio e che forse lo avrebbe pure presentato nel suo studio legale casomai ci fosse stato bisogno di una mano.
I genitori ne furono entusiasti. Michele era una garanzia: finalmente il loro figliolo, che gli era sempre sembrato un po’ tonto, aveva elaborato un piano, aveva dimostrato maturità e carattere.
Gli comprarono un paio di bei vestiti e gli garantirono un vaglia mensile di 800 euro che a loro sembrava una piccola fortuna.
Tuttavia quando chiamò al telefono Michele per comunicargli la bella notizia, nonostante il suo entusiasmo gli sembrò di percepire un attimo di esitazione, un paio di secondi di silenzio prima che dicesse:
“Ma certo Mario, sei il benvenuto, qui ho una stanza in più che avevo affittato a una studentessa, ma poi da quando c’ho la ragazza l’ho lasciata libera. Ma con te è diverso, sei di famiglia. Martina sarà contenta, c’ha un sacco di amiche da presentarti.”
Ma quei due secondi di silenzio gli pesavano.
Ma era normale, Michele era uno che valutava bene le cose, che ci pensava prima di dare una risposta o a prendersi un impegno.
Infatti tutto andò bene, Michele era stato gentile, lo aveva portato a cena fuori, aveva dato una piccola festa in suo onore, con Martina e le sue amiche che gli erano sembrate carine e spigliate. Anche se nessuna di loro sembrava avere un lavoro, bevevano Negroni sbagliati a secchiate e spendevano senza preoccuparsi per i soldi, Michele sembrava avere un conto aperto nei locali che frequentava.
Si vide per un po’ una di queste ragazze, si chiamava Paola, a letto gli pareva un po’ fredda, sembrava volesse solo compiacerlo e si muoveva in un modo un po’ meccanico, non sembrava molto coinvolta.
Mario frequentava, l’università, studiava.
Una sera rimase alzato fino a tardi per preparare il suo primo esame: diritto privato.
Tornò Michele un po’ubriaco.-
“ Vieni cuggino, beviti con me l’ultimo bicchiere, il bicchiere della staffa”
Versò due dosi abbondanti di burbon con ghiaccio.
“ Mario, ti devo dire una cosa: la laurea, lo studio legale, la fidanzata, sono tutte stronzate, tutte palle”
” Ma che scherzi Michè? ci siamo stati tutti alla tua laurea alla statale, i professori, gli altri candidati, la tesi.”
“Mario ascolta, io sono venuto qua come tanti altri stronzi a pigliarmi una laurea.
Sono venuto coi mille euro dei genitori, che tra affitto e puttanate finiscono subito, l’università, le tasse da pagare, gli studi legali che non ti danno un centesimo, manco il biglietto del tram, per lavorare dodici ora al giorno.
Sai in quanti lo capiscono che non ci sta un cazzo da fare Mario? Che è uguale al paese solo che costa tutto il doppio. Un sacco di gente. Se non sei figlio di qualcuno, non conti niente e te la puoi solo pigliare nel culo. E sai come fanno gli altri: falsificano il libretto, scrivono i voti finti, che manco a dirlo sono tutti trenta e lode e bevono, fumano e se ci riescono si scopano qualche compagna di corso.
Poi alla fine il gioco non regge più e confessano tutto ai genitori. se c’ hanno il coraggio, e se ne tornano al paese a vivere della pensione della nonna.
Oppure si ammazzano Mario, l’ho letto sul giornale ci sta uno che si è buttato dalla finestra. Una morte orribile, spiaccicato per terra come uno scarafaggio, ma forse più dignitosa rispetto a confessare a tutti il proprio fallimento.
Io ho falsificato i voti, ma ho fatto le cose in grande: ho ingaggiato una compagnia di attori di una scuola di teatro: mi è costata una fortuna ma i soldi non mi mancano. Tutto finto: ho noleggiato un’aula della statale, e c’ho messo i professori, i compagni di corso, i parenti dei compagni di corso, la tesi rilegata, la festa coi parenti. Tutto finto”
“Michele scherzi, ci saranno state almeno cinquanta persone..”
“Le comparse costano poco. Gli aspiranti attori sono tutti dei morti di fame”
“E i soldi dove li prendi?”
“ Cocaina, Mario, la vendo al dettaglio, sempre nell’ambiente degli avvocati e dei giudici: la vendo in un bar dietro il palazzo di giustizia, qualche volta pure dentro.”
“ E Martina? È finta pure lei”
“ Martina è un’amica. Non è la mia ragazza, è lesbica. Io copro lei, lei copre me, andiamo d’accordo.”
Mario si mise a piangere, come un deficiente.
“ Mario che piangi, scusa ma te lo dovevo dire, mi sento meglio, non ne potevo più almeno a te dovevo dirlo”
“ ma adesso Michele, adesso.. io che minchia faccio?”
“ Vedi tu Ma’ o fai come me, o te ne torni al paese, oppure ti laurei e provi a trovare un lavoro, magari ti può pure andare bene”
Mario, finì tutta la bottiglia e la mattina dopo mandò affanculo l’esame di diritto privato.
Stranamente si sentì leggero, aveva capito la differenza tra lui e suo cugino.
Michele era un grande, lui un mediocre.
Ma non c’era niente di male ad essere un mediocre, una vita semplice, poche preoccupazioni, magari una famiglia, una ragazza che gli sorridesse quando tornava a casa dal lavoro, dei figli.
Un avvenire di mediocrità lo rendeva più sereno: c’era una dignità e un orgoglio in quella modestia.
Sapeva quello che voleva. Fece diversi concorsi pubblici e qualche mese dopo fu assunto al ATM per guidare i radiobus la sera.
Quando lo disse ai suoi sua madre scoppiò a piangere, suo padre invece constatò che quello del tranviere è un lavoro onesto.
Andò a Milano a trovarlo, si fece mostrare il radiobus, gli disse che lo rispettava.
Lavorare la notte gli piaceva, la città sembrava più bella, aveva uno stipendio suo di cui era fiero e si trasferì in un monolocale in piazzale Corvetto.
Una sera salì sul radiobus una ragazza bionda con dei grandi occhi spaventati, era accompagnata da una signora più anziana che gli disse “ mi raccomando me la riporti sotto casa la mia bambina” la guardò tutto il tempo dallo specchietto retrovisore. Gli sembrò bellissima.
Lui chiese al suo capo di cambiargli il turno in modo da essere sempre in largo la Foppa tutti i lunedì alle 8 di sera. Il capo si informò delle motivazioni e non ebbe nulla da obbiettare.
Gli disse solo questo:“ Va bene ma solo per una settimana, lo faccio per te. Perché non devi perderci del tempo. Portala fuori a cena, dalle un bacio e se ci riesci trombatela quella sera stessa. Se le lasci il tempo di pensare è finita.”

Erano tre mesi che Chiara non si vedeva più al gruppo di auto aiuto, ma quel giorno era lì e sembrava un’altra persona. Ci disse che una mattina si era svegliata sorridendo e che aveva continuato a sorridere. Ci disse che aspettava un bambino.
Lo so è un fottuto happy end, uno di quei finali a sorpresa che dovrebbero dare un senso a tutta la storia e che ti fanno venire il voltastomaco e pentire di aver imparato a leggere.
Ma è andata così.
Finita la seduta, senza dire nemmeno una parola Jacopo ed io siamo andati al bar, abbiamo ordinato due negroni e brindato dopo esserci guardati per un secondo negli occhi, come fanno i tedeschi. E mi è toccato risentire tutta questa storia dall’inizio.

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La strategia

Recentemente la vostra amata pantegana si è recata al convegno modiale delle pantegane della Premiata Ditta.
Era un po’ che non ci andavo quindi mi ci sono recato con baldanza e fiducia.
Tema del convegno: “E’ finito il formaggio: strategie e prospettive.”
Il problema è che alla premiata ditta c’è una struttura piramidale: piramidale si, ma al contrario: al vertice capovolto della piramide sta un unico cercatore di formaggio e sopra di lui stanno schiere di coordinatori di caciriccotta, funzionari del taleggio, managers di cacicavalli, gran duchi del gorgonzola.
Dai tempi di Fantozzi non è cambiato nulla.
L’altro problema è che tutti questi generali del parmigiano han perso confidenza coi formaggi medesimi: sono anni che non ne vedono uno in faccia e non si ricordano se odorano di piedi o di verbena.
Di qui la necessità di una nuova strategia.
Gran Formaggiaro Galattico: ” Basta bisogna che cambiamo registro, innovazione, strategia, il nuovo che avanza”
Sorcio Vietnamita “Si ma in concreto?”
GFG ” ecco stupido sorcio asiatico, già sbagli, sei tu che devi porti obbiettivi più alti, tu che devi indicarci la via”
Sorcio Messicano ” si potrebbero tagliare i costi, si potrebbero tagliare le auto aziendali”
GFG ” pazzo! e io come faccio a venire qua”
Sorcio Cambogiano ” potresti lavorare da casa c’è il telelavoro”
GFG ” Zoticone! e poi chi la sente quella rompipalle di mia moglie che brontola di continuo”
Sorcio di carriera ” si potrebbe fare finta di aver per le mani una grossa forma di pecorino in modo da indurre gli azionisti ad affidarci più croste e intanto rosicchirci le provviste per l’inverno”
GFG “Barvo astuto roditore! questo mi piace”
Sorcio Guatemalteco ” ma poi non ci rimane più niente quando fa freddo e i formaggi scarseggiano”
GFG “Taci babbeo. Intanto iniziamo a mangiarci quello. A furia di parlare mi è venuta fame.  Si comincia inordine gerarchico, passate qua le croste se ne rimane ce ne sarà un po’ anche per voi.

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Vita sessuale e politica di Luca e Marco


Alla fine degli anni settanta al liceo scientifico Ponzio Pilato eravamo quasi tutti evangelisti, salvo qualche fortunato che si chiamava Andrea. Le ragazze, invece, si chiamavano inevitabilmente Paola oppure  Barbara. Era per questo motivo che avevamo dei soprannomi.

Quelle della quarta I, come tutte, si dividevano in due gruppi: quelle sessualmente attive e le figlie di Maria. Questi due partiti non avevano contatti , ma quella mattina, quando videro in fondo al corridoio Luca, accompagnato dalla prof. di matematica, reagirono come un banco di sardine all’apparire di un tonno. Si intrupparono bisbigliando e poi si scagliarono in ogni direzione.

La prof lo presentò: “ questo è Luca Casiraghi viene dal Leone decimoterzo”.

In quel decimoterzo anziché tredicesimo cogliemmo una punta di sarcasmo.

“Sicuramente un fascista” diagnosticò Marco Agonia Baroni

. “Però è carino” disse la sua compagna di banco, Paola Carpa Franceschini.

Marco invece sembrava un sorcio: basso, biondiccio occhialuto.

Finita la lezione di matematica, la Carpa, così chiamata per la somiglianza delle sue labbra carnose con quelle del omonimo ciprinide,   affrontò il presunto figlio della lupa con il suo consueto bon ton. Le altre sardine rispettarono la gerarchia di beccata e la lasciarono fare.

“ Come hai detto che ti chiami?”

“Luca Casiraghi”

“Bene, Luca Casiraghi, sono attratta fisicamente da te. Scopiamo?”

Il Casiraghi fece un sorriso ebete. La Carpa, annusata l’esca, si diresse delusa da un’altra parte. Non era un chicco di mais ma polistirolo.

Marco fece a Luca:

“ Che c’è? non ti piace?”

“Ma diceva sul serio?”

Lo guardò con commiserazione, fu soprannominato il Pretino, però almeno non sembrava un fascista.

I due fecero amicizia durante l’ora di religione. Marco aveva l’esonero e di solito andava al bar a giocare a bigliardo, ma quel giorno pioveva e restò in classe a leggere Metropoli.

Luca fece alcune osservazioni a Don Pietro, un prete operaio che chiamavamo Frate Mitra.

Ne nacque una lunga discussione, nella quale Marco si lasciò coinvolgere, che sconfinò nell’ora di italiano. Assistettero anche il professore di filosofia e diversi studenti di altre classi dal momento che si sparse in fretta  la voce di un dibattito di grande interesse. All’epoca la dialettica era il modo più apprezzato per rimorchiare e i due evangelisti erano davvero molto preparati.

Alla fine la discussione terminò con un pareggio, Marco sportivamente disse a Luca “sei più astuto di un cavedano”

Il cavedano, oltre ad essere un pesce furbo, è anche quasi sconosciuto a chi non ne fa oggetto di pesca dilettantistica. Così Luca scoprì di condividere con quel comunista senzadio la passione della pesca: ci sarebbero andati assieme per i successivi quarant’anni.

Quando Marco venne insignito della carica di referente politico militare degli studenti medi di Autonomia Operaia per la zona Milano centro- Milano est le sua preoccupazione cadde sull’aspetto  “militare” implicito nel suo nuovo status.

Chiese lumi a Matteo, responsabile cittadino e suo superiore diretto, il quale rispose serafico: “il primo dovere di un rivoluzionario è l’autoconservazione.” Marco rassicurato si attenne scrupolosamente a questo precetto. Cercava di evitare gli scontri, parlamentava con la polizia, si metteva d’accordo con gli altri gruppi, andava a bere l’aperitivo col preside, arrivava con calcolato ritardo ai raid antifascisti, aspettando che questi se ne fossero andati per conto loro.

Era un sorcio di biblioteca assolutamente terrorizzato dalla prospettiva dello scontro fisico. Alle manifestazioni ci andava in giacca e cravatta e, quando le cose si mettevano male, se la filava come un lampo mescolandosi in mezzo alla folla degli onesti cittadini .

La sua operazione militare più eclatante fu l’occupazione della scuola. Il dispiegamento di forze provenienti da diversi istituti di tutta la Lombardia era assolutamente sproporzionato per affrontare quattro bidelli per lo più corrotti dallo stesso Marco. Il tutto si svolse in modo fulmineo senza alcuno spargimento di sangue.

Ci fu anche un esproprio proletario alla posteria  dove Marco andava sempre a comprarsi il panino alla mortadella, i negozianti erano assicurati e furono loro stessi ad aiutare i rivoluzionari indicando i prodotti più costosi.

Durante l’occupazione Marco  consumò abbastanza felicemente il suo primo rapporto sessuale.

La ragazza si chiamava Paola , detta Cherry, era una seconda, piccola di statura con i capelli neri corti e un bel didietro da cui il soprannome. Marco aveva le chiavi di uno sgabuzzino dove tenevano i materassini della palestra. Ci portò Cherry . Mentre lui si stava dando un gran daffare lei gli disse: “Marco senti, ti stai scopando il materasso, sarebbe meglio ti scopassi me.”

Lui ci rimase un po’ male ma Paola, pur essendo un po’ sprovvista di diplomazia, dimostrò assoluta padronanza della situazione. Tirò fuori una Camel senza filtro e la intinse nell’olio di hashish. Se la fumarono assieme, poi gli salì sopra e fece tutto lei con molta calma, fermandosi spesso per dargli il tempo di calmarsi. Andarono avanti quasi ininterrottamente per tutta la settimana di occupazione il che creò qualche problema organizzativo stante l’irreperibilità del leader che, anche quando era presente, si trovava in condizioni talmente penose che gli valsero il soprannome di Agonia.

Qualche mese dopo Marco ebbe un’incredibile botta di culo. I suoi si separarono: la madre se ne andò in una comune di seguaci di Osho, il padre aveva un’altra donna a Meda e si trasferì da lei. Gli affittarono  un monolocale e incaricarono uno zio di andare ogni tanto a trovarlo se avesse avuto bisogno di qualcosa. Lo zio era un frikkettone trentenne e che si univa volentieri alle nostre feste donando generose razioni di alcolici e fumo. Aveva anche una splendida collezione di dischi di musica rock che importava dall’Inghilterra, copiammo tutto su cassetta.

Questo monolocale per Marco fu come avere in poppa gli alisei per attraversare l’atlantico: la sua vita sessuale migliorò sensibilmente. E anche la nostra.

I genitori di Luca erano noti imprenditori brianzoli. Iscrissero il figlio al Leone, una scuola di preti, ma quando lui era in quarta, l’azienda andò a catafascio e dovettero mandarlo alla scuola pubblica, per di più nella sezione più sfigata.

Il pretino era sinceramente credente: aveva approfondito la sua fede attraverso studi di teologia: S. Agostino, S. Tommaso e un sacco di altri santi.

Frequentava il gruppo di comunione e liberazione ma gli sembravano un po’ troppo moderati e superficiali.

Integralista ma non bigotto: era curioso e affascinato dal mondo molto meno ovattato della scuola pubblica. Soprattutto dalle ragazze che al Leone non c’erano. Eravamo tutti in balia di tempeste ormonali degne di capo Horn  e lui non navigava di sicuro in una placida laguna. Ma per un bel po’ di tempo rimase vergine.

Eravamo tutti in vacanza quando la bomba alla stazione di Bologna provocò la strage, eravamo tutti convinti che la gente si sarebbe indignata, che sarebbe cambiato qualcosa, forse lo erano persino quelli che quella bomba ce l’avevano messa. Invece non successe nulla. Nessuno si indignò più: né per la strage né per nulla al mondo.

Seguirono poi anni piuttosto tristi. Una coltre di eroina, di ottima qualità e inspiegabilmente a buon mercato imbiancò l’Italia. I più fortunati morirono di overdose quasi subito, altri di Aids, altri ancora si trascinarono nei loro involucri, oppure finirono in comunità terapeutiche da cui tornarono altre persone che non conoscevamo.

I sommersi e i salvati.

Noi, che eravamo i salvati, almeno per il momento, frequentavamo l’università fiduciosi in una disoccupazione pressoché certa e in un futuro inutile.

Passavamo il sabato pomeriggio in una tabaccheria di via Novara dove gli anziani proprietari  cucinavano frittate e cotechini mentre noi, ci riscaldavamo al fuoco di un camino e guardavamo la nebbia attraverso le inferiate. Una piacevole metafora.

Autonomia si stava dissolvendo, Marco continuava a fare politica in modo quasi disperato: manteneva i rapporti con alcuni personaggi piuttosto vicini a Prima Linea, lo sapevano tutti, compressa la polizia, ma nessuno diceva niente.

Luca si interrogava sulla sua vita che scorreva monotona e soprattutto senza amore. Il suo coinvolgimento nel gruppo era limitato alle battute di pesca, riservate ad un pubblico maschile.

Fu su di un raschio del Ticino, con l’acqua che gli arrivava a metà stivali, che prese Marco da parte e gli fece una proposta che non si poteva rifiutare.

-         Marco, ti devo parlare.

Quando uno gli diceva “ti devo parlare” Marco si incazzava automaticamente, riflesso condizionato: come per il cane di Pavlov

-         E allora parla

-         Beh i miei genitori hanno una seconda casa a Sassello, in campagna nell’entroterra ligure, mi chiedevo se magari, con gli altri amici, non potessimo organizzare, non so.. dei fine settimana.. delle piccole festicciole..Non so se potrebbe interessare..

-         Potrebbe, certo che potrebbe. Anzi sarebbe un’ottima idea.

-         Solo che ci sarebbe un problema, i  miei genitori sono molto severi: mi impongono orari da convento, vogliono sapere con chi esco, conoscere i miei amici. La cosa strana è che sono preoccupati perché non ho ancora una ragazza.

-         Ma come te la trovi una ragazza, povero cristo, se sei agli arresti domiciliari?

-         E’ proprio questo il punto, se una sera tu e i tuoi amici veniste a conoscere i miei, e.. non so.. riusciste ad ispirargli fiducia..

La tentazione di andare tutti lì e trasformare casa di Luca nel set di Arancia Meccanica fu molto forte ma come al solito prevalse la linea di Realpolitik di Marco.

-         Non possiamo certo trasformarci in un gruppo di paninari. Rimaniamo noi stessi ma in una prospettiva un po’ più austera, più presentabile, più aperta.

-         Mi pari Berlinguer – disse uno degli estremisti.

In casa di Luca lo stile Impero imperava effettivamente sovrano: al posto dei comodini i genitori avevano degli inginocchiatoi in noce. Provammo  pietà per lui.

Una nostra amica, una punkabbestia che frequentava una scuola di teatro si era trasformata in un’alunna della scuola delle suore Marcelline, la roccaforte delle figlie di Maria: un’interpretazione degna di Strehler con tanto di cerchietto sui capelli e gonnella a pieghe.

Marco, che per l’occasione indossava una giacca di tweed e pareva uno studente di Oxford dell’ottocento,  intrattenne il padre, appassionato di storia, con una descrizione minuziosa della battaglia di Stalingrado.

Fu così che la fanteria sovietica conquistò Sassello. La casa era isolata in mezzo ad un bosco: ci andavamo spesso a bere vino e a parlare di  letteratura, soprattutto francese e americana, che aveva preso il posto della politica nei nostri discorsi . Stare lontano da Milano era una necessità.

Fu durante una di queste feste che a notte fonda sentimmo gridare aiuto. Qualcuno dormiva, qualcuno era con la ragazza, qualche altro era troppo sbronzo ma Marco, che ultimamente faticava a prender sonno, uscì fuori a vedere.

Il Pretino era riverso in un fosso con la testa in acqua completamente ubriaco mentre la falsa Marcellina  stava cercando di tirarlo in secco per i piedi. Lei e Marco gli salvarono la vita. Luca non lo seppe mai.  Si era comportato con generosità nonché da autentico pirla, era ormai definitivamente uno dei nostri.

Autonomia si dissolse definitivamente. La radio da cui trasmetteva Marco fu venduta ad un emittente commerciale per quattro soldi.

Luca invece si divideva tra CL e la parrocchia. Aveva un ruolo un po’ defilato ma scriveva discorsi e articoli.

Molti di noi andarono all’estero per evitare il militare, per lo più a Londra, li chiamammo il battaglione Tamigi. I più saggi tra essi si guardarono bene dal tornare in patria. Eravamo rimasti in pochi.

La gente cominciò preoccuparsi soprattutto per la propria depilazione, prima le donne, poi anche gli uomini.

Si avvicinava il pezzo di carta e relativo salto nel buio.

Ma ci restava sempre la pesca.

Le torbiere di Iseo erano la nostra zona  di pesca preferita. Durante la guerra ci estraevano la torba, una specie di fanghiglia combustibile a buon mercato, ora si erano trasformate in stagni pieni di ninfee e canne palustri dove nidificavano uccelli rari. Erano anche molto pescose: lucci, black bass, anguille,  persici reali, carpe e tinche e, soprattutto, non ci andava mai nessuno.

Era settembre,Luca stappò il vino ed esordì:

-         Ragazzi, vi devo dire una cosa

“Prende i voti” pensammo.

-         Ho incontrato a una festa Sara Smith, ci siamo messi a parlare.. insomma mi ha invitato a cena a casa sua per domani. “Non ci sono i miei” ha specificato..

Sara era una ripetente di quinta quando noi eravamo in quarta, una donna (a noi sembrava proprio una donna) altera che portava sempre una giacca di renna sfrangiata, una camicetta scollata senza reggiseno. Camminava a testa alta facendo sobbalzare le tette, non si filava nessuno salvo ragazzi molto più grandi che venivano a prenderla con grosse moto.

Si diceva che facesse uso di LSD. Insomma ci metteva molta soggezione.

-         Sti cazzi, Pretino complimenti!

-          E’ che io.. non l’ho mai fatto

Sara non sembrava il soggetto ideale per uno alle prime armi, ma Marco gli diede un sacco di buoni consigli e concluse l’esaustiva spiegazione donandogli tre goldoni che teneva in uno scatolino di caramelle.

-         Tanto a me non servono

Si lasciò sfuggire.

I colpi di scena non erano terminati

Lo guardammo preoccupati.

-         Ragazzi giurate che non dite niente? Ci sono gravi implicazioni politiche.

-         Muti come pesci

-         Sono due mesi che sto con la Salma

La Salma doveva questo soprannome alle invidiose compagne, si chiamava Alma Gervasio era la Regina delle figlie di Maria, indiscutibilmente la più bella della scuola, parlava con voce melliflua e flautata, aveva angelici boccoli biondi , un corpo sinuoso ed era il Leader di CL.

Oggi si direbbe un ghiottissimo gossip, ma allora sarebbe stato solo un pettegolezzo e a nessuno venne in mente di dirlo in giro. Ma i commenti immediati si sprecarono..

-         Agonia e la Salma, che bella coppia!

-         Non te la darà mai

-         E cosa dici a quelli del collettivo?

-         Marco, non ti preoccupare, le figlie di Maria sono come le altre ragazze. Cambia solo la procedura, come dici tu che fai legge.

Ci spiazzò Luca.

-         Erudiscimi..

-         Sono solo un po’ più romantiche, devi tergiversare un po’. Portala a fare un week end sul lago d’Orta, prendi camere separate

-         Ma è un posto tristissimo, sono morti pure i pesci!

-         Appunto. Più è triste e meglio è. Deve essere una situazione drammatica: lacrime, struggimento. Dille che devi partire militare..

Luca si presentò da Sara: c’era anche altra gente. Strane ragazze con i capelli rapati, una coppia di omosessuali, un paio di americani sui cinquanta  Non c’era molto da mangiare ma incenso, musica francese tristissima, molti liquori e un etto di erba. Verso le tre di notte Sara lo portò in camera sua:  i consigli di Marco funzionarono. O meglio avrebbero potuto anche non funzionare tanto Sara era talmente fatta di assenzio,erba e pastiglie che non se ne sarebbe nemmeno accorta. A Luca comunque sembrò di aver fatto un figurone anche se il giorno dopo lei manco si ricordava chi fosse.

Ma anche i consigli di Luca erano più che fondati.

Sul lago d’Orta la Salma trascinò Marco in camera sua senza bisogno di tanti melodrammi. Mai un soprannome si rivelò tanto improprio. La ragazza era in realtà una tigre: mordeva, graffiava, gridava tanto che Marco era preoccupato che  li sbattessero fuori dall’albergo.

Tornò ridotto peggio che all’occupazione tanto che per un po’ lo chiamammo il Salmo, ma , naturalmente, solo fra amici intimi.

Una mattina Marco aveva il collettivo antagonista all’università, era uno dei più anziani e si sentiva un po’ fuori posto, c’era uno che piangeva.

-         Che è successo?

-         All’esame ha preso solo 24 e non sa come dirlo ai suoi

Marco avrebbe voluto dire “Compagni andatevene tutti affanculo” invece disse “Vado un istante in bagno” e tornò a casa sua. Non avrebbe più fatto politica per molti anni.,

Avevamo già quasi tutti un lavoro quando molti di noi ricevettero una busta di elegante carta color crema.

“ La Signoria Vostra è invitata al matrimonio tra Marco Barone ed Alma Gervasio che sarà celebrato presso la basilica di S. Ambrogio in Milano”

Lo stesso Luca, a cui Marco aveva chiesto di fare da testimone, pensò che lo avessero arrestato.

Marco era innamoratissimo di Alma, ma andare a convivere o sposarsi in comune  era impensabile per la famiglia di lei. Suo zio era uno di quelli che portava in giro il papa sulla cadrega, pare fosse un grande onore. Alma seppe giocare bene le sue carte. I suoi genitori fecero un regalo al futuro genero, che ultimamente era un po’ depresso. Una vacanza in Cile alla missione di don Hugo sperduta nelle Ande in Patagonia. Lui accettò di buon grado, si sentiva solo e aveva bisogno di allontanarsi dal cupo inverno milanese.

Don Hugo era un uomo grande e grosso dal carattere esplosivo che amava la caccia,la pesca e il Malbec.

Girava con un fuoristrada scassato e portava il conforto della fede ai contadini patagoni ma, soprattutto, li aiutava nei lavori agricoli grazie alla sua forza disumana. A Marco piacque molto.

-         Non occorre che ci credi del tutto Marco, basta che ci provi un po’ ogni tanto. Anch’io che sono un prete delle volte non ci credo.

Agonia fece una rapida carriera nei ranghi del cattolicesimo: battesimo, comunione, cresima e matrimonio in meno di un mese.

-         A questo punto dammi anche l’estrema unzione così la finiamo

Disse a Don Hugo il giorno del matrimonio.

C’eravamo tutti, con una gran voglia di prenderlo per il culo. Ma la sposa era talmente bella che ci mancò il fiato.

Tre anni dopo nacque una bambina che chiamarono Sofia. Fecero l’amore ogni giorno fino all’ottavo mese. Poi purtroppo Alma rincretinì totalmente. Dormiva con la bambina, mangiava con la bambina, parlava come una bambina. Marco semplicemente non esisteva. Si trasferì in camera degli ospiti. Cominciò a frequentare un centro buddista, non si convertì a questa religione ma diventò vegetariano. Non smise però di andare a pesca, anche se i pesci che prendeva li liberava con ogni cura.

Luca si era laureato in medicina e, grazie ai suoi appoggi politici, fu assunto al San Raffaele. Si scopava le infermiere allegramente e guadagnava bene con l’attività privata.

Sposò Marina, la figlia di un luminare, e diventò aiuto:  adesso si scopava pure le tirocinanti.

Una suora lo beccò con una in un letto del reparto di cardiologia, nessuno disse niente, si sentì invulnerabile.

Ma anche Marco, almeno economicamente, stava bene: lavorava in una fabbrica di armi come responsabile dell’ufficio legale.

Avevamo meno tempo per pescare ma, quando ci andavamo, erano posti sempre più belli e più esotici.

Nei primi anni novanta andammo in Lapponia.  Si poteva bere l’acqua dei fiumi, tanto era pulita. Il resto erano renne, enormi alberi di pino, temoli e zanzare. Non c’era la notte ma un tramonto lunghissimo in cui il sole si spostava lateralmente sulla linea dell’orizzonte. Perdemmo il senso del tempo. Fu durante uno di quegli interminabili tramonti che Luca quasi in lacrime confessò che sua moglie lo tradiva.

-         Marco mi devi aiutare. Voglio divorziare devi farmi da avvocato

-         Ma sei scemo, io faccio contratti: non so un cazzo di divorzi

-         Ma sei il mio migliore amico,e poi sei bravo

-         Chi è l’avvocato di tua moglie

-         La Balzarini

-         La Balzarini è una pantera. Ci farà alla cacciatora con la polenta. E poi scusa, non eri tu che mi rompevi le palle sull’indissolubilità del sacramento e mi fai tutto sto casino perché Marina ti ha messo le corna quando tu ti trombi tutta la ASL Milano Nord, compresi i veterinari .

-         Ti pago cinquanta milioni, in nero, anticipati..

-         Beh però!

Marco accettò alle seguenti condizioni: soldi subito, carta bianca, colloqui separati e segreti con i due coniugi.

Studiò il caso con la massima attenzione, cercò di capire ogni possibile motivo di diverbio tra Luca e sua moglie Marina: dall’educazione dei figli, ai progetti per il futuro, ai gusti musicali, alle questioni religiose. Ma non ce n’erano, a parte le corna, naturalmente. D’altra parte andare in causa contro la Balzarini era come buttarsi da un balcone.

Convocò i coniugi presso il suo ufficio scrisse con la biro un indirizzo su di un foglietto e disse:

- ecco andate qui, dopo le 22. Adesso lasciatemi in pace, devo lavorare. Se non va bene ci vediamo domani-

Il giorno dopo non si vide nessuno né quello dopo ancora.

Arrivò solo un pacchettino  con dentro un orologio di una famosa marca svizzera “sei il migliore. Luca e Marina” diceva il biglietto.

L’indirizzo che Marco aveva passato ai coniugi Casiraghi era quello di un club situato dietro al parco Sempione. Lampadari di cristallo, mobili inglesi,tartine al caviale, champagne, ostriche. E tanti nuovi amici: distinti, riservati, raffinati. Dopo pochi minuti di esitazione iniziale furono subito messi a loro agio e si divertirono moltissimo. Fecero la tessera Platinum e continuarono a frequentarlo almeno due volte al mese. Luca smise di compromettersi con le tirocinanti e Marina si diede pace.

L’Italia si riempì di immigrati, non solo uomini e donne ma anche pesci e uccelli: Lucciperca, Siluri del Danubbio, Barbi Ispanici, Aspi, Amur, Pseudorasbore, Gardon, Breme e poi Cormorani e Svassi.

Andavi a pesca e tiravi su pesci stranissimi. Ma nel Po a Maggio c’era sempre la risalita delle Cheppie, un pesce di mare che, non si sa perché, trova molto romantico riprodursi nelle acque melmose della Padania.

Ormai la barchetta di Luca ci conteneva tutti belli comodi e fu lì che Marco ci disse che si era innamorato.  Fin lì nulla di male, il problema era che la tizia oggetto del suo amore manco la conosceva, o meglio l’aveva conosciuta su internet.

Cercammo inutilmente di farlo ragionare.

La ragazza in questione, Marta, era graziosa ma nemmeno paragonabile alla statuaria Alma, però gli dedicava qualche attenzione e lo lusingava e lo trovava simpatico. Forse anche troppo: chiamava nel cuore della notte, minacciava di raccontare tutto alla moglie, si appostava davanti a casa e all’ufficio di Marco.

-         Una personalità border line

Diagnosticò Luca che ormai era considerato un luminare della psichiatria moderna.

In pratica una da cui scappare a gambe levate che avrebbe creato solo grandissimi casini.

Insomma alla fine fu costretto a raccontare tutto alla moglie, senza ancora essersi portata a letto questa Marta.

Alma, fu glaciale:

-         Per me puoi fare quello vuoi, ma devi restare un buon padre per Sofia.

Fu costretto a una routine terribile.

Alle dieci di sera si metteva in pigiama, salutava la figlia e si metteva a letto. Puntava la sveglia alle due, per vestirsi e andare da Marta, che aveva pure lei le sue esigenze altrimenti faceva piazzate. Stava con lei fino alle sei di mattina, altra sveglia, tornava a casa, si rimetteva in pigiama svegliava Sofia e preparava la colazione, infine si rivestiva e andava finalmente a lavorare.

Luca gli consigliò di ricominciare a fare politica, per distrarsi.

Si iscrisse al PD,  partito presieduto da Rosy Bindi. Due mesi dopo cercò di togliersi la vita con alcool e barbiturici. Lo ricoverarono a Villa Turro.

Fu lì che Alma incontrò Marta: le due si abbracciarono e piansero.

Luca, ormai primario al San Raffaele e dedito, con sua moglie Marina, ad una serena dissolutezza sessuale fatta di feste a tema e vacanze a Las Vegas andò a visitarlo e prescrisse riposo assoluto.

Marco dopo aver negoziato una buona liquidazione con la fabbrica di armi, un’azienda seria e tradizionale dove un pazzo suicida a capo dell’ufficio legale non rientrava nello stile aziendale, chiamò Don Hugo chiedendogli se poteva passare qualche giorno di convalescenza da lui.

Il prete disse che sarebbe stato provvidenziale dal momento che stava diventando vecchio e non riusciva più ad occuparsi da solo della missione.

Per un po’ di tempo continuò a ripetere ai contadini della patagonia di non essere un prete, poi si abituò ad essere chiamato Don Marco.

Fu ordinato sacerdote dal Vescovo Di Puerto Montt il 20 dicembre del 2007, – E’ solo una divisa- diceva don Hugo -ti serve per dare i sacramenti, aiutano la gente a sperare-

E la gente austera di quel posto aspro e selvaggio meritava di farlo.

Noi continuiamo ad andare a trovarlo una volta l’anno. Salmoni, mica scardole!

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