Sofia: non pervenuta

 

wp_20161022_10_54_34_proQuando ero piccolo il mio programma preferito erano le previsioni del tempo del Colonnello Bernacca.

Non capivo granchè delle spiegazioni del militare sulle perturbazioni. Quello che mi piaceva davvero erano le temperature dall’estero. Scoprivo che c’erano città lontane, alcune molto più calde ed altre molto più fredde della mia.

Non sempre però il colonnello sapeva la temperatura di tutte le città, alcune, forse troppo lontane non erano pervenute.

Tra le città la cui temperatura più spesso non perveniva c’erano Belgrado e Sofia.

Immaginavo cavi del telefono spezzati dal vento e dalla neve e meteorologi che disperatamente si erano avventurati su mezzi di fortuna per portare la temperatura a Bernacca ma erano stati travolti dalle intemperie.

Scoprii che Sofia era in Bulgaria, un paese misterioso e comunista, dove la gente aveva addirittura un alfabeto diverso dal nostro.

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Da allora avevo sempre desiderato di visitare questa città esotica.

Finalmente dopo quasi cinquant’anni ho coronato questo sogno grazie ad un volo di un paio d’ore costato mano di trenta euro.

La prima cosa che colpisce a Sofia è la sua metropolitana, solo a Bangkok, ne ho vista una più bella.

E’ tutto pulito, perfetto ordinato e le persone sono tranquille e non si spintonano.

Sulla mia sfavillante vettura salivano ragazze liceali, con capelli colorati di rosso, di blu e di verde e gli occhi incollati allo smartphone come in tutte le metropolitane di questo mondo.

In men che non si dica, ho raggiunto il mio bed and breakfast, il Ferrari, aperto da una coppia italo-bulgara utilizzando i mobili della case dei genitori di lei in perfetto stile mussoliniano.

Sembrava di stare a casa dei miei nonni, e il gentile anfitrione bulgaro ci ha dato ottimi consigli su dove mangiare e su cosa visitare.

Tra gli altri il favoloso Ale House con spine di ottima birra da cui servirsi da soli ai tavoli, situato nei pressi della Vitosha, la via principale costellata di bar e caffè affollati.

Un altro aspetto notevole di Sofia sono gli alberi: li hanno piantati dappertutto e adesso sfondano l’asfalto con le loro possenti radici, per cui i marciapiedi sono tutti scarupati.

Comunque si tratta di una città molto verde, con immensi parchi pubblici, puliti e ordinati.

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Assieme al mio socio abbiamo percorso la città per chilometri spingendoci verso le più lontane periferie sovietiche.

Non mi sono mai sentito infastidito o minacciato.

La città è piena di mercati, coperti o all’aperto.

Tra questi il bellissimo mercato delle donne dove si possono trovare mercanzie ormai da noi dimenticate, come le zampe di gallina, i pesci d’acqua dolce e le teste di capra, nonché peperoni di ogni forma e colore, pentole tradizionali e un infinità di negozi di barbieri islamici.

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Abbiamo comprato olive e mandorle e ce le siamo mangiate durante il lungo cammino.

Ma non ci siamo certo accontentati di quelle. La cucina bulgara non è per niente male: insalate di formaggio simile alla feta greca e grandi piatti di carne e salsicce.

Anche la birra e il vino locale sono piuttosto gustosi.

Tra i numerosi mercati in cui ci siamo imbattuti ne abbiamo trovato uno di animali: galline, conigli, cani, gatti, pesci ornamentali, anatroni.

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Mentre facevamo colazione, il nostro anfitrione Bulgaro ci ha raccontato degli anni del comunismo e dei nuovi problemi del paese.

Durante il comunismo non si stava poi male: tutti avevano un’occupazione e si lavorava piuttosto poco. Avevi il tuo stipendio fisso e se non facevi domande e non andavi in chiesa probabilmente vivevi il resto dei tuoi giorni in pace.

L’ideale per un pelandrone senza alcuna altra ambizione se non quella di riempirsi la pancia e di dormire un letto morbido come me.

Finito il comunismo quasi tutti si sono ritrovati schedati come spie, il compito delle spie era quello di reclutarne delle altre: così queste trovavano più comodo riempire i moduli di adesione ispirandosi ai nomi sui citofoni.

Ah che bella vita avrei fatto.. una innocua finta spia con un solido posto fisso di impiegato statale aringa assicurata tutti giorni e pesce di fiume a Natale

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L’oncologo al plurale

WP_000269Ho cinquantaquattro anni, sono in menopausa da tre e i dottori di Milano mi hanno detto che ho il cancro. Non me la sono presa più di tanto. Sono stata giovane anch’io, come si suole dire. Bella e sfrontata. Dicevano in paese.  Anche se la mia presunta sfrontatezza era roba da poco  a pensarci col senno di poi. Si, portavo i capelli corti. Ero l’unica ragazza che andava in giro in moto, un Cagiva rosso, 150 cc, piccola cilindrata ma comunque una vera motocicletta con le marce. Andavo a prendere il sole nuda con le mie amiche al laghetto delle streghe. Che poi non era nemmeno un lago ma una pozza di un torrente dove cent anni prima c’era stato un maglio. L’acqua  aveva un colore verdastro e ci saltavano dentro  le rane però c’erano delle rocce scure e piatte dove ci cresceva del muschio abbastanza morbido per potercisi sdraiare e  nessuno veniva   a disturbarci. Non ci andava nessuno perché il sentiero era franato e ci si arrivava da una scarpata calandosi con una corda da roccia, rubata da una nostra amica a suo zio, che avevamo legato a un faggio e tenevamo nascosta tra le frasche. Non so perché insisto con questo ricordo ma quella giornate passate in quella piccola Woodstock erano  quelle che più delle altre avevano il sapore di libertà e di aspettativa. Ridevamo delle nostre esperienze con i ragazzi dei paesi vicini, più o meno imbranati, e ci raccontavamo i nostri sogni. Mio marito l’ho conosciuto in discoteca a Fano, era più grande di cinque anni e aveva soldi in tasca e una Triunph  bellissima perché già  lavorava, nella salumeria del babbo. Ci siamo sposati presto, cerimonia religiosa, ma poi siamo partiti per il viaggio di nozze in moto direttamente dal sagrato della chiesa. Altro scandalo. Un giro di due mesi per l’Europa, dormivamo, pochissimo, in una canadese del fratello di Elio. Concerti Rock, raduni di motociclisti, birra. Sembrava un film. Tornati  a casa abbiamo preso in mano la salumeria. Gli affari andavano bene ma il lavoro era  duro, l’estate si teneva aperto anche di domenica per i turisti. All’una e mezza si  chiudeva la saracinesca e facevamo l’amore nel magazzino. Se ci andava anche la sera, dopo aver fatto tardi in birreria con gli amici che ancora non avevano figli. Poi è nato Piero. E’ cresciuto in fretta come una lattuga piantata con la luna crescente. E’ un bravo ragazzo che ama la natura e i funghi. Soprattutto quei cazzi di funghi. Almeno portasse a casa dei porcini da mangiare. Invece  piglia piccoli funghetti strani che poi riproduce  con gli acquerelli. Ha vinto anche un premio di pittura. Ma è meglio così perché  almeno quelli, i funghi,  qui ci sono. Per il resto non c’è molto altro. Gli anni successivi sono passati in fretta come la mortadella nell’affettatrice. Così arrivata alla mia età mi è sembrato anche naturale che fosse finita. 2 Non era dello stesso parere il dottore di Milano: un uomo grande e grosso con la barba che parlava sempre al plurale. “ Signora ce la faremo. Ce la dobbiamo fare” “Dobbiamo fare la chemio, ci darà dei disturbi ma vedrà che guariremo” “Signora come ci sentiamo oggi?” Quanto tempo era che non me lo chiedeva più nessuno? Devo confessare che mi faceva piacere che qualcuno si occupasse di me. Le infermiere che mi guardavano le pupille per  capire se sentivo dolore, le loro chiacchiere maliziose nei momenti di pausa mi ricordavano la mia adolescenza. Le ho viste uscire per una sigaretta. Ho chiesto se potevo raggiungerle. Le due più giovani hanno guardato la caposala che ha alzato impercettibilmente le spalle. Sono andata con loro. Il tempo di parlare del tempo e di dove si abitava, se avevamo un marito o un fidanzato. Andavo a Milano a fare la chemio come se andassi in vacanza. Scendevo l’Appennino in macchina tra i cipressi e le querce dorate frenando un attimo prima delle curve. e poi via,  in autostrada di corsa. La musica a tutto volume. Cantavo. Non avevo molto da perdere.  “Se è credente avremmo anche un religioso, vuole parlarci?” m’ha detto l’oncologo “ se invece non è credente abbiamo anche la psicoterapeuta” “accidenti, non vi fate mancare niente..” Ma cosa diavolo era un religioso? Ah un prete. Anche se  non ci assomigliava. Pareva piuttosto un manager di una finanziaria. O almeno alla mia idea di come potesse essere, dato che non ne avevo mai visto uno.  Abito scuro, smartphone, auricolare. Io se sono credente non lo so ma ero là e già che c’ero.. Non sapevo cosa dire e gli ho chiesto di confessarmi, mi è sembrato molto stupito .Forse i preti di Milano non lo facevano più. Parlava con accento spagnolo. Argentino di Buenos Aires. Mi ha detto dopo. Mi ha fatto strane domande: se uscivo con le amiche, cosa facevo nel tempo libero ” Nel tempo libero lavoro in casa.” Ho detto. Alla fine niente avemerie e padrenostri di penitenza mi ha detto solo: “vede, il peccato più grande è quello di non godersi la vita, che è un dono di Dio o comunque è un dono di qualcuno. Adesso non si riesce nemmeno ad andare in osteria a bere un bicchiere di vino con un amico. E’questo il peccato ” ha detto pensieroso. Poi ha sorriso. “ Abbiamo un’associazione che regala le parrucche ne vuole una?” Così mi sono fatta accompagnare da Laura, che è l’infermiera più giovane in questo posto pieno di parrucche. Ne avevo una in mano tutta  boccoli, rossa come il fuoco,  forse una parrucca  di carnevale. “ la provi.. vede le sta benissimo.. prenda quella” La fonte del consiglio non mi pareva  un’autorità dal punto di vista estetico. Aveva il camice aperto ma sotto pareva una zingara. Somigliava a uno stendibiancheria: esile ma piena di orecchini, pendagli e colane. Era  la psicoterapeuta in dotazione al reparto. E’ lei che poi mi ha convinta a scrivere queste righe. “la aiuterà a focalizzare” E io nel mio piccolo, un po’ per volta, ho focalizzato. Per esempio ho focalizzato che ne ho piene le palle di affettare salami ma per ora non ho ancora capito che cosa potrei  fare per non sprecare il tempo che mi rimane. Poco o tanto che sia. Un giorno mentre aspettavo tra un’infusione e l’altra è passata  Laura che mi ha detto “perché non va a farsi un giro in città?” “mi piacerebbe ma ho paura a guidare in quel casino. Sono una  di campagna” “le chiamo un taxi?” Pioveva. Il tassista guidava tranquillo nonostante il traffico.  I clacson e l’isteria del natale milanese non lo turbavano. Dalla sua radio si percepiva una musica a bassissimo volume. “Può alzare per favore?” “Le piace? Sono i Genesis. Li conosce?” “Mi ricordano il mio viaggio di nozze, piacevano molto a mio marito” “li ho ascoltati dal vivo qui a Milano, negli anni ottanta, è venuta un sacco di gente importante  a suonare in quegli anni Bob Marley, I Clash, Frank Zappa i Queen” Così abbiamo chiacchierato un po’. Pino, così si chiama, ha detto di essersi laureato in filosofia e che ha deciso di fare il taxista perché è un mestiere che  gli consente di  leggere e  ascoltare musica. “la gente a Milano è sempre  incazzata ma io non mi do pena. A proposito dove vuole che la porti?” “non so in centro.. Piazza del duomo?” “ha mangiato?. è quasi ora di pranzo.. non so se può mangiare.. mi scusi” Mi ha lasciato davanti a una specie di panetteria dove fanno i panzerotti Proprio vicino al Duomo. C’era un sacco di gente in coda anche fuori dal locale. Non mi andava di mangiare ma sono stata lì una mez’ora a sentire l’odore. Odore di fritto, di mozzarella e di pomodori. Mi ha anche detto che se ho una salumeria, mi sarebbe piaciuto sicuramente il negozio Peck, sempre lì nei paraggi,ma come ho detto ne ho le palle piene di affettati  e  non ci sono andata. Ho girato un po’ la città a caso e mi sono stupita per  il gran numero di stranieri. Poi ho richiamato Pino al numero che mi aveva dato e mi sono fatta riportare all’ospedale. Mi sembrava di essere una ricca signora con l’autista. “ lei che si intende di  letteratura, cosa mi consiglierebbe di leggere, una  cosa facile per ingannare l’attesa in ospedale, tenga presente che non ho mail letto niente dai tempi dell’alberghiero..” “ Così su due piedi è difficile Provi con “Lessico Famigliare” della Ginzberg” “Dal titolo non sembra tanto facile” “  E’ un libro divertente. Parla dei modi di dire che si usano in famiglia. Delle parole che si usano solo con i propri cari” “Tipo mio marito che mi chiama La Gnagnera” “si, cose così” Mi sono fatta accompagnare in una libreria grande come un ipermercato e l’ho comprato. E  poi , visto che vendevano anche dischi ho preso  “Physical Graffiti” dei Led Zeppelin, una copia per me e una per il taxi driver. “ se già ce l’ha gliela cambio” E’ stato molto contento e mi ha detto che se una sera resto a Milano gli sarebbe piaciuto portarmi in un locale dove suonano dal vivo. “un posto alla buona in periferia. Ma la musica merita” Dopo il libro di Natalia sono venuti i racconti. Abbastanza corti da leggersi comodamente nella pause della terapia. Erano piccole storie di autori americani. Spesso non succedeva quasi niente: la conversazione tra due vicini sulle lumache in giardino, un ragazzo che inseguiva un tacchino. Però in quelle storie sembrava di esserci dentro tanto erano ben scritte. 3 Le infermiere, in pausa sigaretta, mi hanno raccontato che c’è una paziente della mia età che va in una pasticceria in pieno centro dove ci sono dei giovinotti che per danaro accompagnano  le carampane come me e le soddisfano in ogni loro desiderio. Che cazzo me ne fregava?. Avevo la mia parrucca coi riccioli rossi.  Non mi conosceva nessuno. Ci sono andata. Mi hanno detto che dovevo ordinare un the al limone e guardarmi in giro. Le occasioni non sarebbero mancate. Così dopo un quarto d’ora mi si è presentato un tizio. Molto abbronzato e un po’ troppo muscoloso, ma abbastanza fine e garbato. Abbiamo amabilmente conversato di concerti classici e delle mostre che c’erano a Milano. Gli ho detto che non mi intendevo di arte e che ascoltavo solo musica rock. Mi sono sentita un po’ ignorante ma lui era molto gentile. Faceva, l’insegnate di sostegno , in una scuola per handicappati, veramente era precario, quindi arrotondava con le signore. Sposato, due bambine. Facevo  evidentemente troppe domande tanto che mi ha chiesto se ero una giornalista. Dopo un mez’ora ho detto che andava bene così e ho lasciato cento euro per la piacevole conversazione. Si è quasi offeso e li ha rifiutati. Ha detto di essere un professionista serio e che non accettava soldi solo per una chiacchierata. O il servizio completo oppure amici come prima. E’ andato via piccato facendomi inchino e baciamano come nei film. Non era roba per me. Il sesso è meglio farlo quando si è giovani e belli, alla mia età non se ha più tanta voglia e quando anche ci si riesce  non si prova più un granché. Si rischia di rovinare solo i bei ricordi. Preferivo farmi scarrozzare da Pino dapprima in centro ma poi anche nelle periferie. Il Giambellino,  la Bovisa, Rogoredo, Quarto Oggiaro. Mi raccontava aneddoti sulla città, più che altro fatti di sangue e storie di malavita. La panetteria di Quarto dove andava sempre un boss la notte a prendere i cornetti alla crema, che è stato ammazzato proprio lì alle quattro del mattino. La banca dove avevano aperto tutte le cassette di sicurezza con la lancia termica e quelli della banca che erano stati talmente scemi da segnare le cassette più ricche con un bollino rosso. Quando mi sono sentita un po’ meglio mi portava in trattorie fuori dal tempo a mangiare il risotto e le frittate con le ortiche. Bevevamo quel loro vino un po’ amabile e frizzante che all’inizio non mi piaceva. “me pare spuma” dicevo E’ stato un buon amico. 4 “ ce l’abbiamo fatta” ha detto un giorno tutto trionfante l’oncologo al plurale “ i valori sono tornati nella norma, le metastasi sconfitte. Deve solo fare dei controlli ogni sei mesi E’ contenta ?che fa piange? Vai a capirle le donne.” Ero guaita.  E adesso? Non mi restava che tornare al paesello ad affettare prosciutti “ non si potrebbe parlare con la psicoterapeuta?” mi è venuto da dire “Caro Elio, scusa se sono scappata così senza dire niente ma non sarei riuscita a congedarmi di persona, mi sarebbe venuto da piangere pensando a tutti i bei ricordi e non sarei riuscita a partire. Non hai niente da rimproverarti perciò non ti sentire in colpa.  Sei stato un bravo marito e un bravo padre. Ci siamo divertiti assieme. Soprattutto all’inizio. Poi il tempo è passato troppo in fretta senza che ce ne rendessimo conto. Non è colpa di  nessuno Non preoccuparti per me.  Sto abbastanza bene, i dottori di Milano mi sono sembrati ottimisti. Almeno per ora. Poi lo so la malattia probabilmente tornerà e così sia. Ma per ora sono qua e sono viva. Sono dai miei cugini in Australia. Mi hanno fatto una bella festa con pizza vino e maccheroni. Si sentono molto fieri di essere italiani anche se noi spesso ce ne vergogniamo. Qui la gente vive in compagnia, le signore bevono il the, ma più spesso la birra assieme,  gli uomini  solo quella oppure giocano al golf. Ci si ritrova la domenica e si esce la sera. Qualche volta andiamo in spiaggia, da Adelaide ci si arriva in tram, è tutto pulito e non ci sono gli ombrelloni e le sdraio. Ma i bagni e gli spogliatoi sono gratis. Ci si siede per terra sulla sabbia. C’è un sacco di spazio dappertutto. Le ragazze vanno in giro con la divisa della scuola fino a quasi vent’anni.  Sono vestitini a quadri da bambina. Chissà quanto ti piacerebbero. Non mi sentirei gelosa, piacciono anche a me, sono giovani e sembrano  avere speranza. Nessuno parla di malattie che qui è cattiva educazione. Non stanno tanto lì a lamentarsi e dicono sempre che non c’è problema, anche quando qualche problema inevitabilmente ce l’hanno. Come tutti quanti. Me ne starò qui per un po’, non lo so se torno. L’indirizzo è sulla busta, se hai tempo scrivimi, magari vieni a trovarmi, il viaggio non è poi così lungo. Abbi cura di te e di Piero. Vi voglio bene Clara

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E’ tutto finto ma bisogna pur passare il tempo

cavalloSe vuoi sentirla tutta, Pasquale, portamene un altro, con l’acqua a parte, e poi versatene uno anche per te, che tanto qua non viene più nessuno e mi sa che nemmeno tu hai a casa qualcuno che ti aspetta.
Ma tu dimmi, se nelle sere d’estate a Milano c’è un posto più bello di questo?
La statua del cavallo, il fresco degli alberi, l’odore delle scuderie, le decorazioni liberty sui muri dell’ippodromo, l’urlo dell’arrivo.
Ma sta andando tutto a farsi fottere.
L’ippica è finita Pasquale. Forse va bene così, come diceva sempre suo padre, ma io Anita qui non ce la lascio. Sarebbe come lasciare un fenicottero dentro a un serraglio di galline. La porto in Inghilterra dove alle corse ci va pure la regina.
Il papà di Anita era un tipo strano:faceva il produttore per una compagnia di assicurazioni.
Non se la passava bene: le ragazze del call center gli fissavano qualche appuntamento durante la mattinata, ma in quel periodo nessuno aveva soldi da investire in assicurazioni sulla vita.
Così nel pomeriggio con la pioggia nelle scarpe o il sudore che gli macchiava la camicia finiva sempre allo stesso modo: sceglieva un palazzo mediamente signorile, possibilmente senza portineria, prendeva l’ascensore, saliva all’ultimo piano e cominciava a suonare campanelli dal primo sulla destra all’ultimo a sinistra per poi scendere una rampa di scale e ricominciare. Anche se sapeva benissimo che non sarebbe servito a niente.
Poteva funzionare con le produttrici giovani e carine. Quando apriva la porta un vecchio solo e triste, in pratica uno come lui, riuscivano quasi sempre con due moine a portarsi a casa la polizza vita, l’RC auto, l’incendio con danni ai beni, gli infortuni e chissà che altro.
Ma a lui quelli più educati rispondevano che erano già assicurati “su tutto” gli altri lo mandavano direttamente a quel paese.
Era abituato ad essere insultato, allora diventava ancora più gentile, per far vedere che era superiore e che nulla lo avrebbe scalfito. Gli mancavano otto anni alla pensione.
Viveva solo con due gatti: Castore e Polluce (anche se Castore era in realtà una femmina) regalati dalla sua ex moglie: due soriani grigiastri senza alcun segno distintivo. Banali.
La notte i vicini lo sentivano gridare:
“Gatti del cazzo! Giù dal divano. Stronzi!”
Però la mattina li spazzolava amorevolmente e gli comprava la fesa di tacchino.
Lui invece mangiava quasi sempre spaghetti al pomodoro. E un pezzo di formaggio di cui era ghiotto.
Dopo cena una bottiglia di Sangiovese, un po’ di televisione e un libro già letto.
Così da quattordici anni.
Da quando sua moglie, Marina, se ne era andata.
Erano rimasti in buoni rapporti.. lei si era semplicemente annoiata di lui.
Marina si sentiva un po’ in colpa, per questo tutte le domeniche veniva a rompergli l’anima: metteva in ordine, buttava via calzini e mutande usurate (a cui era peraltro affezionato) o peggio sequestrava formaggi grassi e malsani dal frigo, quelle volte che Gino si dimenticava di nasconderli.
Era vegana, appassionata di tisane e tofu.
Povero cristo.
Non aveva più avuto una donna: a volte le guardava con interesse, soprattutto d’estate, ma oramai erano un capitolo chiuso.
In fondo andava bene così.
Una domenica non avevo niente da fare così ma ne andai a vedere un concorso ippico in un maneggio di periferia.
Li conobbi lì.
Anita aveva sedici anni, era una bella ragazza con i capelli scuri e degli occhi chiari che non si sapeva da chi avesse preso.
L’unica cosa di buono che Gino avesse mai fatto nella vita, almeno secondo lui.
Quando Anita era piccola Gino non sapeva dove portarla, era una bambina strana, non parlava e sembrava non interessarle niente.
Così un pomeriggio l’accompagnò a vedere i cavalli, proprio in quel maneggio.
La bambina si ne innamorò a tal punto che volle assolutamente salirci sopra.
In breve fu chiaro a tutti che Anita era nata per cavalcare. Non aveva paura di niente e possedeva una grinta e una determinazione sorprendenti.
Gino era contento di aver trovato qualcosa che le piaceva e per farla felice si iscrissero entrambi a un corso per principianti.
Così tutti i sabati mattina, l’unico giorno che potevano vedersi secondo il tribunale dei minori, Gino e Anita cavalcavano in quel maneggio di periferia da soli, in silenzio.
Era il loro modo di stare insieme, di comunicare.
L’unico.
Il giorno che la vidi per la prima volta fui colpito da come cavalcava.
La ragazzina saltava gli ostacoli con grande naturalezza le sue giunture si piegavano in sintonia con quelle del cavallo sembrava una piuma sospesa in aria sopra la sella mentre l’animale correva per conto suo.
A quella gara si classificò terza solo perché era troppo irruenta. Cazzate da fighetti dei concorsi ippici. Secondo me era nata per le corse.
Andai a cercarla alle scuderie. Gino era lì che faceva la ruota come un tacchino.
“La ragazza ha del talento, mai pensato alle corse a San Siro?”
“ Lo chieda a lei” disse Gino.
Mi piacque la risposta. Glielo chiesi.
Fece un cenno con la testa, un mezzo sorriso, se ne andò verso i box quasi investendomi col cavallo che tirava per la cavezza..non doveva essere tanto normale.
Chiesi cosa a Gino cosa avesse.
Mi disse che si trattava di una forma di autismo: non parlava, prendeva tutto assolutamente alla lettera e a volte diventava violenta e spaccava tutto, sopratutto se pensava che le mentissero.
Qualunque cosa le sembrasse minimamente falsa, anche solo un modo di dire, la faceva uscire di cervello ed erano botte, urla, calci, pugni.
E la madre che faceva? Aveva battagliato per avere l’affidamento ma poi si dedicava prevalentemente a fesserie new age.
La presentai in diverse scuderie di amici e conoscenti ma quello che non andava era il carattere della ragazza.
Non diceva mai una parola e, quelle rare volte che lo faceva, sorrideva sempre con mezza bocca mentre l’altra metà della faccia restava seria.
Era un po’ inquietante.
Cominciai a frequentare anch’io lo scalcinato maneggio dove si allenava Anita e mentre lei finiva di pulire il cavallo e di cambiarsi io e suo padre, di qualche anno più vecchio di me, facevamo due chiacchiere al bar
Gino aveva l’aria di uno che si sente un fallito ma, come quando i clienti lo mandavano al diavolo, non si lamentava mai e tirava a campare come un mulo. Uno abituato a incassare bastonate. Mi piaceva.
Volevo fare qualcosa per tirarlo su di morale, non pesai alle conseguenze.
“ Gino ma come ti piacciono le donne?” gli chiesi.
“Mah? Normali”
“Come normali? Che risposta è? Non esistono donne normali. Alte? Base? Bionde? More?”
“Che ne so? più o meno tutte.. direi non troppo appariscenti. Normali E a te come piacciono?”
“A me piacciono le negre. Ma non svicolare.. Senti mercoledì compi sessant’anni. Io avrei pensato a un regalo. Sempre se non ti offendi. Vai a questo indirizzo alle sei e mezzo. Si chiama Laura.”
“Ma dovrei andare con una puttana?”
“Offre la ditta. E poi Laura non lo fa proprio di mestiere, diciamo che arrotonda.. sai la crisi..Una normale come piace a te”.
“Ma non so se sono ancora capace. E poi una cosa finta..”
“ e che credi che quelle normali, come le chiami tu, non fanno finta? 8 su 10 o alla meglio 7 su 10 fingono..e non mi dire che non te ne sei mai accorto”
“certo che me ne accorgo, tutti se ne accorgono, ma poi che le dici? “guarda cara che non me la sono bevuta È inutile che urli e strepiti tanto si vede benissimo che è tutta una commedia?”
“Dici che se ne accorgono proprio tutti?” gli chiesi
“Certamente. Tutti se ne accorgono ma fanno finta di crederci per convenienza. Il mondo è pieno di gente che racconta palle e di altri che fanno finta di bersele perché gli conviene”
Un filosofo tedesco sarebbe stato più ottimista.
Cambiai rapidamente argomento.
“Gino non stare a farla tanto lunga. Laura è una che ti mette a tuo agio. Non rompere le palle: fai il favore entra da quella porta e poi se non ti va te ne vai.”
Per Gino quell’appuntamento fu peggio dell’esame di maturità. Non ci dormì la notte e davanti a quella porta aveva 120 pulsazioni al minuto.
La porta si aprì lentamente e dietro di essa c’era una ragazza carina, senza trucco con un vestitino corto ma non volgare. Lei era gentile e le cose si svolsero in tutta tranquillità.
Dopo Laura gli offrì un bicchiere d’acqua e fecero due chiacchiere. Faceva parte del servizio.
Lui gli chiese quanto sarebbe costato tornare.
“In genere prendo cento. ” gli disse Laura. “Se però vieni spesso..non so tutte le settimane si può fare una specie di abbonamento con lo sconto”
Così tutti i mercoledì Gino alle 18,30 era da Laura.
Puntuale come un orologio per tre mesi. Un tipo metodico.
Alle fine c’era sempre il rito del bicchiere d’acqua e delle chiacchiere finali, ogni volta la parte sociale durava qualche minuto in più. Era un bonus per i clienti più affezionati.
“Che lavoro fai?” chiese un giorno la ragazza per fare un po’ di conversazione.
“Il produttore assicurativo, vendo polizze porta a porta”
“Mi spiace, dev’essere uno schifo di lavoro”
“Sempre meglio che lavorare dentro un ufficio davanti a un computer. E a te piace il tuo lavoro?”
“Sempre meglio che vendere polizze.”
“Già c’è sempre un lavoro peggiore.”
Gino raccontava sempre questo dialogo che lo divertiva molto.
“ti va una birra?” chiese Laura, forse contenta di averlo fatto finalmente ridere.
Gino naturalmente accettò e poi solo per abitudine le chiese::
“Laura tu hai mai pensato al tuo futuro? A quando non potrai o non vorrai più lavorare?”
Dopo mez’ora Laura consegnò a Gino cinquecentomila euro in contanti. La più bella polizza vita a premio unico della sua carriera. Laura avrebbe avuto la sua pensione. Gino le sue provvigioni.
Mi chiamò al telefono esaltatissimo, mi doveva vedere: subito.
Corsi a casa sua.
“ ci pensi Mario! Un bacino di utenza della madonna senza concorrenti: una miniera d’oro. Anita sarà fiera di suo padre.”
“ Gino vacci piano non so se tutto questo è legale.”
Diventai il suo consulente tecnico: nel mondo delle scommesse se ne vedono di tutti i colori: puttane, trans, ladri, usurai. Tutta gente bisognosa di previdenza integrativa.
Mi chiese di preparargli una lista di possibili clienti.
Provò con una certa Jessica. Ma gli andò male. Non poteva proporgli le polizze al primo appuntamento, doveva diventare un cliente abituale, conquistasi la loro fiducia.
Cominciò a darci dentro a ritmi serrati, non so se prendesse il Viagra. Sempre per motivi di lavoro, per carità.
Era entrato in diversi giri piuttosto loschi ma il core business rimanevano le prostitute.
Scoprì che non erano tutte professionali e gentili come Laura: c’erano quelle aggressive, quelle scazzate.. una guardava la televisione durante il rapporto, un’altra rispondeva al cellulare.
Comunque una volta stabilita una routine, era come col panettiere sotto casa, si facevano due chiacchiere, si instaurava una certa familiarità e le polizze le compravano.
Si fece una certa nomea nell’ambiente era diventato l’imps dei ladri e delle puttane.
“Mario” mi disse “Avevi ragione tu. In fondo non è molto diverso rispetto alle poche ragazze che ho frequentato prima. E’ comunque tutto un rituale..tutto finto..le porti a cena.. le fai dei complimenti, le fai ridere. Loro ridono.. fanno finta che sei brillante, che gli piaci, ma magari non gliene frega niente. Lo fanno così per passare il tempo. Me ne ricordo una che si muoveva completamente a casaccio, a letto era una frana, eppure ne aveva di esperienza.. di uomini ma anche di donne. Un’altra sembrava morta. Così invece è molto più schietto.. e poi alcune sono anche molto simpatiche”
La conoscevo: era l’ideologia del puttaniere romantico.
“Tra qualche mese le inviterai a cena” gli dissi per scherzo.
“Ma perché no?” rispose serissimo
“.. ma non dire cazzate”
Dopo qualche mese i suoi brillanti successi professionali attirarono l’attenzione della sua compagnia.
“Gino ! “ disse l’ispettore di produzione “ hai dormito per trent’anni e adesso mi stai battendo tutti i record di vendita. Complimenti! Vorremmo solo sapere come fai.. Ti proporremmo un contratto di agenzia. Agente di città: avrai dei collaboratori, un ufficio tuo, ma, per favore, comprati delle scarpe, dei vestiti decenti e una macchina nuova. Così fai schifo.”
“ Galimberti ti ringrazio della fiducia ma per ora preferisco fare da solo e mantenere il mio stile. I soldi su conto corrente vi arrivano no? Quindi non mi rompete i coglioni”
Questa risposta era sintomatica della metamorfosi che era avvenuta in lui, non era più il Gino mansueto e remissivo di prima.
Non aveva mai tempo, il cellulare gli squillava ogni minuto e si faceva rispettare.
Andava a gonfie vele. Mi chiesi quanto potesse durare.
Una volta mi chiamò nel cuore della notte. “Voglio un puledro. Voglio comprare un purosangue”
“Calmati Gino”
“ Ho una bella cifra. Sono tutti i miei risparmi. Investili bene.”
“Ma sei sicuro?”
Gli trovai un bel puledro: il budget era di tutto rispetto.
Anita quando glielo portammo lo abbracciò e si mise a piangere.
Passava tutto il tempo ad allenarlo. Lontano da occhi indiscreti.
Un giorno la sorpresi per caso mentre lo faceva girare al tondino.
Non si accorse che ero lì. Parlava.
Col cavallo parlava.
Gli dava degli ordini per allenarlo ma gli raccontava anche di se della sua vita.
Aveva una bella voce, profonda. Mi sarebbe piaciuto sentire cosa diceva ma me ne andai prima che mi notasse.
I cavalli non possono mentire. Penasi.
Gino continuava a lavorare a pieno ritmo finchè non gli venne un cocolone.
Per fortuna si trovava da Monika, una ragazza ungherese piuttosto robusta e con bel sangue freddo.
Lei si spaventò ma ebbe la forza rivestirlo, trascinarlo sul pianerottolo e chiamare il 118.
I medici del Niguarda non ebbero tempo per farsi troppe domande. La sua storia stava in piedi: era un assicuratore anzianotto che si era sentito male facendo le scale, era il suo mestiere. Inutile ficcanasare oltre.
Così Gino capì che il Galimberti non aveva poi tutti i torti, non ce la poteva più fare da solo. Necessitavano collaboratori. Ma chi?
Il candidato ideale avrebbe dovuto possedere le physique du role e possibilmente non disdegnare i transessuali, un mercato di nicchia certo, ma da non trascurare. Gino era un po’ troppo tradizionalista per tutto questo.
Conoscevo qualcuno che potesse fare al caso suo? Certo che si.
Naturalmente il dipendente era in nero, gli girava parte delle provvigioni sottobanco ma a quel punto, la storia di Gino la conoscevano tutti gli iscritti al Rui (Registro unico intermediari assicurativi) della provincia di Milano.
Passò qualche mese.
A questo punto posso solo fare delle ipotesi perché nessuno sa cosa è successo veramente ma ritengo essendo un bookmaker, uno che di ipotesi e teorie ci ha fatto una professione, di poter fornire una ricostruzione abbastanza qualificata.
Galimberti, il suo diretto superiore, non ha potuto pensare che le polizze di Gino piovessero dal cielo ma ne ha deliberatamente ignorato la provenienza. . Gli altri produttori racimolavano spiccioli, mentre il mio amico fatturava alla grande. Lo ha lasciato fare
Doveva raggiungere il budget, e il suo premio di produzione dipendeva direttamente da quei contratti. Era nella merda peggio di lui: aveva le rate della macchina da pagare e la figlia aveva bisogno di un apparecchio per i denti. Adesso che le cose erano diventate di pubblico dominio nel giro aveva paura.
Ha tergiversato un po’ e poi ha scritto un bel rapporto al suo capo: il direttore distrettuale.
Si certo, si leggeva nel rapporto, le intestatarie delle polizze erano quasi tutte donne, quasi tutte cittadine straniere, senza una professione ben definita però.. a voler ben vedere: avevano pagato il premio in anticipo e in contanti ed erano incensurate nonché in regola col permesso di soggiorno quando non fossero cittadine comunitarie a tutti gli effetti. Può una compagnia di assicurazioni nutrire una presunzione di colpevolezza che non sarebbe lecita nemmeno a un magistrato? Il rapporto probabilmente si concludeva dicendo che qualora la compagnia avesse deciso di annullare i contratti il Galimeberti non avrebbe esitato a restituire i premi alle clienti.
Infine ci avrà sicuramente allegato un prospetto con i grafici relativi ai dati della produzione “as it” cioè come erano al momento, compresi i premi di Gino, e “As if” ossia come sarebbero miseramente stati senza Gino.
Galimberti fiero del proprio lavoro e con la coscienza limpida, ha infilato il tutto in una busta diligentemente depositata nella posta in uscita.
Il direttore del distretto era sicuramente meno coinvolto: Che schifo! Si trattava di riciclaggio, ne andava del buon nome della compagnia. Avrebbe dovuto licenziarli tutti e due: Gino e Galimberti che non aveva vigilato. O peggio che lo aveva coperto. Però quella statistica “As if” era davvero deprimente: il direttore distrettuale aveva già fatto conto di quei premi nel piano di produzione e aveva fissato obbiettivi ancora più ambiziosi. Non si poteva tornare indietro. Ne andava della sua credibilità.
Dopo averci pensato un bel po’, ha telefonato al suo sottoposto facendogli i complimenti per il rapporto “completo e articolato”, gli ha chiesto per cortesia di inviagliene copia in word per correggere alcuni piccoli refusi.
Arrivata la copia ha cambiato la data e ci ha messo il proprio nome spedendolo, tale e quale, più in alto.
La storia si è ripetuta analogamente per tutta la catena di comando della compagnia fino al tavolo dell’amministratore delegato.
L’AD letto il rapporto si sarà certamente adirato: a che servivano tutti quei dirigenti scalda poltrone buoni solo a leccare il culo?
Nessuno aveva fatto un tubo: doveva decidere sempre tutto lui. Stavano lì come le statuette del presepe a fare le comparse mentre un produttore riciclava il denaro delle prostitute e, una volta che lo avevano scoperto sul fatto, si rimandavano la palla a vicenda per mesi senza che nessuno decidesse un cazzo.
Ha preso il rapporto e lo ha gettato con rabbia nel tritarifiuti. Ha chiamato il direttore del personale.
I soldi erano ormai stati incassati e non si poteva raccontare agli azionisti che non c’erano più.
Ovvio.
Ma non si poteva neanche lasciare che un produttore mettesse in piedi un’agenzia di puttanieri. Che diamine!
La compagnia fece a Gino una proposta molto generosa: quattro anni di stipendio anticipato, le provvigioni relative ai suoi contratti se le poteva tenere. Calcolando che gli mancavano sei anni alla pensione poteva stare tranquillo.
Lo accompagnai all’aeroporto.
“ti è andata bene”
“ anche fosse andata male non mi importava. E’ tutto finto”
“non sei almeno contento per Anita?”
Rimase un po’ in silenzio come faceva spesso i primi tempi che lo conoscevo.
“ Certo. Mandami sue notizie ma non dirle mai dove sono. Adesso devo andare. Grazie di tutto”
Sarà pure tutto finto, Pasquale, ma è anche vero che dobbiamo pur passere il tempo: così ci ho voluto provare.
E così sono diventato un allevatore anche se nella mia scuderia c’è solo un cavallo e un’amazzone mezza matta. Domani abbiamo la nostra prima corsa veramente importante.
Se vinciamo spedirò a Gino la pagina del Trottosportmen con la foto della figlia. E adesso portami il conto che si è fatto tardi.

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Nuovo blog

Sposati e sii sottomesso.
Il nuovo blog matrimoniale di limiteumano, pieno di perle di saggezza..

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Blowin’in the wind

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How many road must a man walk down before you can call him a man?”

 

Era l’estate del 74: in Germania c’erano i mondiali di calcio, le Brigate Rosse rapivano i magistrati ma il mio amico ed io, freschi di licenza elementare , avevamo problematiche ben più importanti di cui dibattere ai giardini di villa Scheibler.

“Ma ci pensi Claudio, l’anno prossimo saremo alle medie e ci saranno le classi miste con le ragazze”

“Non penso ad altro dalla mattina alla sera: dobbiamo assolutamente conoscerle, farcele amiche”

“Io ho un piano: ne scelgo una bella e la invito al baracchino dei gelati, che te ne pare?”

“Mi sembra un ottimo piano il gelato piace a tutti e non ti sgamano. Ma poi che le dici? Non le puoi mica parlare di calcio e di figurine.”

“Hai ragione. Che cosa piace alle ragazze? Cosa pensano? Cosa fanno?”

Da quel momento rispondere a queste domande e’ stato lo scopo principale della nostra vita.

Il calcio, l’ippica, le scommesse, le macchine sono passatempi da babbei, niente e’ più interessante e complicato delle donne.

Cercare di capirle, procurarle piacere, sorprenderle, farle ridere non c’è null’altro per cui valga la pena di stare al mondo.

Il primo ottobre avevamo un piano quasi perfetto, elaborato nei minimi dettagli con la consulenza tecnica di una cugina di Claudio che aveva tredici anni e, pare, avesse già limonato.

Ma quando le vedemmo rimanemmo senza parole. Erano troppo belle, troppo grandi, troppo intelligenti. Si sedettero tutte assieme nella fila vicino la finestra con i loro grembiuli bianchi e quelle rare volte che ci guardavano sembrava guardassero dei vermi.

Noi eravamo in borghese, brutti, piccoli e mocciosi: non avevamo speranza.

Ci vollero due trimestri perché De Marco, il più audace di noi, avvantaggiato dalla sua grande esperienza di ripetente, riuscisse a stabilire un contatto con la Balzarini, un bimba grassottella e occhialuta, ma pur sempre appartenente a pieno titolo alla razza eletta.

La scoperta del sagace De Marco era sensazionale : alle ragazze piaceva studiare, erano davvero creature strane. Una buona tattica di avvicinamento era farsi aiutare nei compiti.

L’ ultimo anno al terzo trimestre i grembiuli cominciarono a sbottonarsi sulle magliette attillate che lasciavano intravvedere le tette in fase di crescita, noi maschi andammo completamente fuori di testa ma, consci della nostra impotenza, ce ne stavamo per lo più tra noi ad affermare la nostra identità sessuale.

C’erano cose da uomini e cose da finocchi.

Erano cose da uomini: il calcio, il biliardo, le carte, l’ippodromo, i giacconi, le scarpe da tennis, le sigarette forti, bere , le moto.

Erano invece cose da finocchi:vestirsi bene, pettinarsi, i cappotti, i mocassini, il tennis, ballare, le sigarette leggere, ma, soprattutto, farsi accompagnare a scuola dai genitori.

Un nostro compagno, che, poveretto, veniva da Novate, si faceva accompagnare dal padre di nascosto fino all’imbocco della Comassina, per evitare quest’onta.

Quando lo scoprimmo fu sputtanato a vita.

Finite le medie si doveva scegliere cosa fare dopo. Scoprimmo che le scuole dove c’erano più donne erano le magistrali e il linguistico.

Il linguistico ci sembrava più virile, quindi scegliemmo quello.

In prima eravamo sempre dei marmocchi intoccabili, però potevamo studiare il comportamento di quelli di quinta in particolare dei pochi che già scopavano.

Il De Marco ci aveva visto giusto. Con le donne andava forte la cultura e pure la politica, alternativamente c’era la discoteca ma, come si era detto, ballare non era cosa da uomini.

Fu per questo e solo per questo che decidemmo di diventare uomini di cultura.

Leggere Marx era obbligatorio, almeno Il Manifesto, ma poi per la letteratura, si poteva scegliere liberamente un proprio filone.

I francesi erano deprimenti: Celine, Sartre, Camus, per non parlare poi di Proust che valeva mille punti ma ti faceva veramente due palle così, e mi sa fosse pure un po’ da finocchi.

I russi erano decisamente più interessanti ma li sentivamo troppo lontani con i loro nobiluomini e cosacchi a cavallo.

Infine scoprimmo gli americani: quasi tutti tossici o alcolizzati, come da noi a Quartoggiaro: scrivevano di cose che capivamo e che vivevamo anche noi ed era decisamente roba da uomini.

Claudio leggeva più di me e scriveva alcuni suoi racconti che poi leggeva alle ragazze, funzionava .

Finte le superiori andai a lavorare in officina da un amico di mio padre, Claudio invece decise di continuare gli studi. Dove stavano le donne? Lettere o filosofia. Quale di queste facoltà era più appropriata a un vero uomo? Filosofia. Facile scegliere quando si hanno dei riferimenti chiari.

Continuava a scrivere sempre meglio, continuava anche a leggere i suoi racconti alle ragazze, e continuava a funzionare..finché non mise incinta una sua amica.

Decisero di tenere la bambina e andare a di vivere assieme a casa della madre di lei che era separata.

Andai a trovare la bimba in ospedale.

“Giulia ti presento zio Tino. “ Disse Claudio.

“Mi hai chiamato zio?”

“Martina ed io siamo figli unici, dovrà pur avere uno zio.”

“Sono onorato, farò del mio meglio, ma ora scusami devo andare al gabinetto “

Sarò pure un sentimentale ma mi venne da piangere e il Tino di via Trilussa non si poteva mica far vedere piangere davanti a tutto il personale del Sacco.

Claudio era preso dalla famiglia e dal lavoro, aveva cominciato a insegnare ed era riuscito a pubblicare la sua prima raccolta di racconti e cercava di diventare uno scrittore.

Ci si vedeva di rado, ma comunque, quando eravamo assieme, tornavamo i ragazzi di prima e facevamo le nostre lunghe passeggiate a piedi da Quarto ai Navigli, fermandoci ogni tanto in qualche birreria a ridere e a parlare.

Ma questo, dicevo, capitava raramente: nei viali di di villa Scheibler c’erano ormai più siringhe che sassolini, molti nostri amici morirono.

I favolosi anni ottanta..

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Non mi rimaneva che fare lo zio: niente pannolini puzzosi, niente tasse scolastiche, niente mogli ansiose.

Ti prendevi il meglio gratis: una creatura meravigliosa da osservare mentre cresceva che mi avrebbe confidato i sui segreti e avrebbe accresciuto enormemente il mio know how nella materia per me più interessante.

Giulia ed io trovammo dei giardinetti senza troppi tossici vicino villa Pizzone.

All’inizio lo facevo per puro zelo ziesco, poi scoprii che la bambina era un arma di broccolamento micidiale.

Bastava lasciarla giocare e leggersi un bel libro seduti sulla panchina che dopo un quarto d’ora si sarebbe azzuffata con qualche suo collega marmocchio per la conquista dell’altalena.

“Mi scusi sa e’ un po’ vivace..si è molto carina ma non è mia figlia, io sono lo zio, sa sarei scapolo..ah il libro..John Fante…”Chiedi alla polvere”.. se vuole glielo presto.. tanto l’ho finito.. e poi l’ho notata spesso qui : ci rivedremo sicuramente..”

Ragazze madri, donne separate, mogli trascurate, era come sparare con la doppietta del 12 dentro a un pollaio.

Tutte diverse, tutte uniche: il loro modo di baciare, il loro modo di fare l’amore, la loro voce, i loro sogni, le loro stranezze.

Voglio ancora bene a ognuna di loro e ogni tanto le chiamo per sentire come stanno.

Giulia cresceva e veniva spesso a trovarmi: prima per abbuffarsi di caramelle, poi per bere e fumare in pace ascoltando la musica a palla dal mio stereo.

Per la verità ascoltava musica pessima: i Cranberries, gli 883..

“Io alla tua età ai concerti ci andavo gratis, si sfondava il servizio d’ordine con quelli di autonomia.”

Prima ho provato a farle ascoltare i duri e puri: Frank Zappa, gli Area, i Led Zeppelin per avvicinarmi poi sempre di più hai suoi gusti: i Beatles, i Dire Straits, gli ultimi Pink Floyd, che da The Wall in poi erano considerati inascoltabili, roba commerciale o melensa e che mi vergognavo di possedere.

Mi piaceva insegnarle a guidare la mia Guzzi che se Claudio lo avesse saputo ci avrebbe ammazzato, manco il motorino le voleva comprare.

Un giorno mi mostrò orgogliosamente il suo primo reggiseno.

“Che te ne fai? La fionda per i piccioni? Avrai si e no una prima. Ai miei tempi molte ragazze non lo portavano, almeno d’ estate, sempre che non avessero veramente delle tette enormi.”

“Davvero zio?”

“See, c’erano le femministe che li bruciavano, e non stavano nemmeno tanto a depilarsi le gambe, le ascelle e le sopracciglia come fate voi adesso.”

“Ma zio! che schifo!”

“A me piacevano”

Scelse il liceo classico, ma le piaceva la matematica, “e’ così che funzionano le donne” pensai.

Si inventava complicatissime equazioni per spiegare il comportamento delle sue amiche o dei ragazzi, mi ricordavano gli strampalati piani di abbordaggio miei e di suo padre.

I ragazzini, sono portati a pensare che le cose seguano una logica, devono cercare di darsi delle spiegazioni. Mica lo sanno che succede tutto per caso.

Lei e le sue amiche smaniavano per di Caprio che a me pareva un insopportabile bamboccio viziato , parlavano di vestiti di marca. Mi sembravano un po’ frivole rispetto alle ragazze dei tempi miei.

In particolare Giulia aveva un’amica del cuore che riteneva molto più bella di lei. Le donne hanno il mito di quella più bella di loro. Ricordo la mia prima ragazza che mi parlava sempre della sua bellissima sorella. Mi ero fatto delle fantasie ma quando la conobbi era secca come un acciuga e aveva la faccia da rana.

Non è che l’ amica di Giulia non fosse carina ma aveva una bellezza un po’ ordinaria: si, ammettiamolo, aveva due tette notevoli ma a parte questo era anche lei troppo magra con delle labbra carnose che se ne stavano perennemente imbronciate come quelle di una carpa.

La Carpa, malgrado la sua conversazione non fosse più interessante di quella di una pecora, riscuoteva un certo successo, i ragazzini alle prime armi vanno sul prodotto di massa, cercano quella che somiglia alle bambole delle riviste.

Invece Giulia, nonostante a me sembrasse molto carina, in quel periodo ,non era altrettanto gettonata. Per consolarla le dicevo che poi i veri uomini maturi avrebbero cercato il prodotto di nicchia, quella un po’ diversa dagli standard, essenzialmente una che non li avrebbe annoiati.

Alla fine successe quello che temevo.

Giulia si innamorò perdutamente di un pisquano con i muscoli guizzanti e la faccia da pirla.

Così mi espose suo scellerato piano dell’amica test.

Consisteva nel presentare al Pisquano la Carpa e se questa non gli fosse piaciuta avrebbe significato che egli amava solo lei.

“E’ una cannonata alla Gigi Riva contro la nostra porta ” dissi.

“Chi sarebbe Gigi Riva?”

“Un centravanti sardo degli anni settanta, potentissimo, forse il migliore che abbiamo mai avuto.”

“Vuoi dire che il mio piano e’ una stronzata?”

“Enorme, Giulietta mia, colossale, un errore tattico della Madonna. Ascolta lo zio!

In primis a noi maschi le donne piacciono quasi tutte anche se siamo fidanzati con Penelope Cruz. E’ una questione genetica, darwiniana, una legge della natura. Serve alla conservazione della specie.

In secundis, scoparsi le amiche delle proprie fidanzate e’ il sogno erotico numero uno del maschio medio.

In terzis (si può dire “in terzis” tu che fai il classico?) scoparsi i fidanzati delle amiche è il sogno erotico numero uno delle donne medie.”

Parole al vento.

Blowin’ in the wind.

Mentre pronunciavo queste sante parole di saggezza ero conscio della loro totale inutilità’: il mendace pisquano, negando la Verità biologica avrebbe superato a pieni voti il test e Giulia gliel’avrebbe data istantaneamente.

Si può forse evitare che venga a piovere?

No.

Tanto vale limitare i danni.

Lasciai perdere i miei inutili ma doverosi ammonimenti e le dissi:

“Giulia, in questo periodo finisco sempre tardi in officina non e’ che potresti venire qui nel pomeriggio a dare da mangiare al gatto Ti do una copia delle chiavi.”

La ragazza ebbe due secondi di smarrimento e poi si illumino’ come un neon.

Come previsto la sera dopo il letto puzzava di Sole piatti, segno inequivocabile che li sopra era successo qualcosa.

Mi fermai a meditare.

Dormire li mi sembrava una profanazione. Cambiare le lenzuola significava fare intendere che avevo inteso.

Dormii nel sacco a pelo sul divano del soggiorno, mi sembrava di essere in montagna inoltre si sentiva meno il rumore della strada.

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Un mese dopo me ne stavo pacificamente in soggiorno a bermi una bottiglia di vino, stranamente non avevo voglia di finirla così fui costretto a rovistare nella spazzatura per cercare il tappo che avevo buttato via.

Prima di trovare il fottuto tappo trovai un inquietante oggetto che mi era familiare, un tester di gravidanza.

Preso dal panico corsi giù alla ricerca di una farmacia aperta, non ricordavo di che colore avrebbe dovuto essere quel maledetto tester, chiesi al farmacista.

Negativo. Per fortuna.

Comprai una confezione di goldoni da 12.

Non mi andava di parlarne con Giulia ma dovevo lanciarle un messaggio.

Non sapevo bene dove posizionarli. Sul comodino sarebbe stato scontato. Doveva vederli ma non pensare che li avevo messi lì apposta per lei.

 

Comò, tavolo del soggiorno, mensola dove appoggiavo le chiavi di casa, frigorifero (?)

Alla fine dopo vari esperimenti optai per la mensola del bagno, aprii la scatola me ne infilai un paio in tasca e la posizionai di fianco al dopobarba, così.. come dimenticata dopo l’uso.

La scatola rimase intonsa, ma ne trovai un’altra nel cassetto del comò, il messaggio era arrivato.

Giulia era sempre più innamorata e mi parlava di quanto il Pisquano fosse pazzo di lei e di farneticanti progetti matrimoniali.

“Vacci piano” dicevo

Poco dopo si sono lasciati.

La mia casa inondata di lacrime e le mie bottiglie di Havana riarse come le pietre del deserto.

Cominciò a pomiciare con tutto il quartiere ma continuava a pensare a faccia da pirla.

Pomiciava e beveva.

Mi preoccupai, a Quarto, erano disponibili in abbondanza rimedi più radicali del mio rum.

Suo padre non poteva aiutarla, cominciava a star male, in famiglia minimizzava la sua malattia.

Quell’estate Giulia se ne uscì con un altro piano infausto.

Vacanze in Puglia con i suoi amici tra cui l’immancabile Carpa e il Pisquano.

“Mi sa che faccio una cazzata “

“Mi sa anche a me, Giulia, perché non vieni con noi, andiamo in Marocco in moto: ti faccio guidare l’enduro nel deserto “

“Ma i grandi queste cose le fanno. Voglio dire ..le vacanze con gli ex..”

“Appunto, i grandi”

La sciocchina non voleva confessarlo ma in cuor suo sperava che il mare e la tarantella gli avrebbero riportato il Pisquano.

Naturalmente non successe nulla di tutto questo.

Claudio, morì.

Andai al funerale.

“Io ci sono” dissi

“Lo so zio” disse

Vederla soffrire mi strappava qualcosa dentro. Piansi disperatamente e non mi fregava niente se mi vedeva tutta Quartoggiaro.

Piansero anche i ragazzi dell’officina che avevano mandato una corona che chissà quanto gli era costata.

Cercavo di stare con mia nipote più tempo che potevo, la portavo al cinema e ai concerti.

Le raccontavo di suo padre quando eravamo ragazzi e dei nostri buffi piani per conquistare le ragazze.

Un giorno seppe da una comune amica che il Pisquano aveva ingravidato la Carpa, non era cambiato: per il controllo delle nascite continuava ad affidarsi alle fasi lunari, o, semplicemente, se ne fregava.

I due colombi avrebbero convolato a nozze e si sarebbero tenuto il marmocchio. “Peggio per loro” pensai.

Giulia se la prese più del dovuto: non volle più rivedere l’amica né l’amica dell’amica che aveva semplicemente riferito la notizia.

“Non posso perdonare”

Le spiegai che non c’era nulla da perdonare in quanto la sua povera amica non aveva nessuna colpa, era un granello di polvere in balia di meccaniche celesti implacabili, che la poveretta non poteva e non doveva dirle nulla né prima e né dopo la Puglia. Le spiegai che i pisquani vanno e vengono mentre le amiche restano e bisogna cercare di conservarle .

Blowin’ in the wind

Infine le spiegai che sono capaci tutti ad essere tristi, che tanto per tutti finisce male, che siamo destinati a invecchiare, restare soli e a morire ma non per questo dobbiamo rinunciare a ridere e a sperare.

E almeno in questo caso mi sembrò che mi avesse ascoltato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Australia

Grazie a un paio di pastiglie di sonnifero e alcuni gin tonic arrivo all’aeroporto di Adelaide fresco come una rosa. Vengono a prendermi due parenti di mia moglie Don e Jo alle 7 del mattino, per me è la prima volta in vita mia che qualcuno fa una cosa del genere, sono commosso.

La Famiglia è immigrata qui una cinquantina di anni fa, si sono moltiplicati e si sono ben acclimatati: tutti hanno grandi case con giardino e cane, non passano il tempo a lamentarsi come da noi, hanno relazioni sociali ricche e frequenti insomma stanno bene. E’ appena nato Jessie, la quarta generazione. Vado a trovarlo all’ospedale e trovo una folla di parenti e amici festanti.

Penso a come sarebbe stata l’Italia se non fossimo tutti impazziti, se non passassimo il tempo a fregarci l’uno con l’altro, se avessimo avuto un migliore esempio dalle istituzioni.

Sono l’unico parente italico, anche se acquisito, che si è avventurato da queste parti mi accolgono con molto affetto senza però perdersi in inutili complimenti. Tra feste, banchetti, pranzi e cene recupero in brevissimo tempo i chili persi coi brodini asiatici.

Organizzano una rimpatriata in mio onore a base di pizza saranno 50 persone e la pizza è ottima.

Sembro Ziobelo nel film “il barbiere di Rio”, sono un po’ imbarazzato ma cerco di fare il disinvolto e mi lascio fotografare accanto a tutti come la guardia della regina.

Mi portano a visitare le cantine della Barrosa Valley: è tutto perfetto, curato, pulitissimo, organizzato. Penso al casino delle aziende agricole italiane.

Il vino costa un patrimonio 30 dollari per una bottiglia appena bevibile, da noi ci compri un ottimo Chianti se non un Brunello.

E’ un paese enorme con infrastrutture costosissime: collegare due città con una strada (le strade, anche di campagna sono perfette) deve costare un patrimonio, hanno un welfare invidiabile e un imposizione fiscale modesta. Mi sono fatto l’idea che la principale fonte di risorse per lo stato siano le tasse sugli alcolici che sono comunque molto richiesti.

Mi aggiro per le strade di Adelaide si notano comitive di liceali: alcune sono alte un metro e novanta, sono dotate di ragguardevoli tette e di regolare fidanzato ma vanno vestite con la divisa della scuola: un vestitino a quadretti scarpe da tennis e calzini corti. Da noi non si vestirebbero così manco all’asilo, alle elementari usano il tacco dodici di Prada, tutto firmato dalla testa ai piedi. Alle medie viste da dietro non si distinguono dalle madri se non per il fatto che la madri portano la cartella.

Siccome l’ospite è come il pesce e dopo tre giorni puzza e sto mettendo su due chili al giorno decido di lasciare momentaneamente i simpatici parenti ed avventurarmi in Tasmania.

Mentre la zona di Adelaide è piuttosto arida la Tasmania è piena di boschi e fiumi.

Hobart sembra una grande marina, col suo porto, le sue barche a vela, i negozi di fish and chips, molti pub di amichevoli universitari.

Mi incontro con dei ragazzi italiani amici della mogliera: mi pare che stanno bene: non solo lavorano e li pagano ma fanno anche il lavoro che si sono scelti per vivere.

Dicono che gli manca un po’ l’italia perché la gente lì è un po’ bidimensionale. Sarà, penso perplesso.

Per il resto la Tasmania è una specie di far west, non c’è quasi nulla ma quel poco che c’è è valorizzato al massimo. In un museo vedo una scheggia di bottiglia di bibita, pare sia dei primi del novecento c’è scritto. Anvedì! Ma fanno bene loro.

Giro felice dappertutto godendomi strade deserte e paesaggi bellissimi, mangio pesce, faccio il bagno in splendide rischiando l’assideramento. Le spiagge sono deserte e senza ombrelloni ma inspiegabilmente ci sono i bagni e le cabine per cambiarsi:tutto pulitissimo e gratis. C’è forse un tizio che parte all’alba dal paese più vicino e fa sessanta chilometri per fare le pulizie tutte le mattine.

Sono tutti gentilissimi e socievoli. Sembra una svizzera allegra. Praticamente il paradiso in terra.

Finisco in un paesino di minatori. Nessuno in giro, sono tutti al pub sbronzi alle 4 del pomeriggio. Il Saloon è anche l’unico albergo le stanze sono messe peggio che a Bangkok, però si mangia bene, la birra è buona e gli ubriaconi non danno noia.

Al ritorno ad Adelaide partecipo al carnevale italiano, è un grosso padiglione fieristico pieno di vecchie Cinquecento e Giulie super. Ci saranno alcune migliaia di persone, ricorda un po’ l’oktoberfest.

I nostri connazionali sembrano conoscersi quasi tutti, hanno un’aria agiata e rilassata, le ragazze sono belle e un po’ più vistose rispetto alla media locale.

Malgrado abbia noleggiato una macchina Jo e Don mi insistono per scortarmi in aeroporto, ci beviamo una birra mentre penso al casino che mi attende al rientro.

 

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Bali

ImmagineL’arrivo non e’ stato il massimo, al controllo bagagli la mia valigetta verde pisello ha destato subito sospetti. Decisamente anomala non tanto nel colore quanto nelle dimensioni minuscole rispetto ai caravanserragli che i miei colleghi si portavano dietro.

Il visto Thai e la mia condizione di viaggiatore solitario hanno fatto il resto. Hanno perquisito la valigia, mi han fatto spogliare e un sacco di domande.

Fortunatamente rimango molto tranquillo, anche se intanto il mio povero affittacamere non sa dove sono finito e mi attende con il suo bel cartello “limiteumano” fuori dall’aeroporto sotto una specie di tifone tropicale.

Una volta liberato e portato in salvo dall’affittacamere e dal  suo simpatico figlio, rimaniamo bloccati due ore in un ingorgo pazzesco.

Il turismo a bali e’ concentrato nel vertice meridionale dell’isola.

Sono tutti a Kuta, qualcuno al massimo sta a Lovinia e un elitte spocchiosa sta a Ubud dove  appunto  lo snobbismo di Sir Ugo mi ha condotto.

Nel resto dell’ isola, piuttosto grande, anche se sulla carta sembra un caghino, non c’e’ un cane morto, almeno in questa stagione.

Raggiunta ormai alle dieci di sera la pensione mi catapulto verso la zona ristoranti dove mi forniscono un ottima anatra e vino locale più che dignitoso. Non avendo parlato con esseri umani da giorni e giorni tampino una polacca, grazie alla mia  approfondita conoscenza dei piu’ assurdi paesucoli polacchi e delle loro discutibili delicatessen alimentari.

Ubud e’ bellissima anche se un po’ turistica, ci sono piante tropicali dappertutto, un bel mercato, templi e case private che non si distinguono molto dai templi.

I balinesi sono religiosissimi e passano meta’ della loro vita a pregare, partecipare a cerimonie e fare offerte rituali agli dei hindu’.

La cosa migliore e’ che quasi nessuno sa cosa sia un assicurazione, quando mi chiedono che mestiere faccio tento di spiegarlo e mi guardano esterrefatti.

Dicono che basta pensare che tutto vada per il meglio, e forse hanno ragione.

Quasi nessuna macchina e’ assicurata e per fare la patente basta pagare un tot.

A Ubud, c’e’ una specie di comunita’ di espatriati, pensionati rasta, pensionati non -rasta, backpakers, viaggiatori di passaggio che si ritrova in tre quattro locali, in particolare un ristorante dove si mangia abbastanza male ma costa poco e ci si siede in tre o quattro grossi tavoli con altri sconosciuti. E’ facile fare amicizia.

Alcuni sono decisamente fuori di cervello.

Sono seduto a un tavolo un po’ sfigato con un vecchiardo olandese che vive in indonesia (da ora VO)  e una carampana canadese (CC) . Mentre guardo malinconico un gruppo di squinzie imperiali ventenni  e scosciate sedute al tavolo di fronte, chiedo a CC, tanto per fare conversazione,  se ha dei consigli da darmi su posti da vedere e cose da fare a Bali, visto che lei ci va tutti gli anni.

CC – beh dipende da quanto ti fermi e cosa ti piace fare-

LU – ancora quattro giorni, mi piace visitare i templi, i villaggi, guardare i pesci, la musica rock, qualche museo..non posti troppo turistici tipo Kuta-

CC -no mi spiace non saprei che dirti, proprio non so, quattro giorni..mah-

LU -ah va beh, dicevo per dire..-

CC – Tu, VO, che vivi in indonesia.. diglielo tu dove andare-

VO -No deve decidere lui che fare..dipende da lui..-

CC – Come questo babbeo viene qua e ti chiede cosa puo’ fare a Bali e tu manco gli rispondi-

VO -Non e’ che non gli rispondo e’ che non so i suoi gusti-

CC – ma se te lo ha appena detto deficiente, ha ragione la mia amica che gli uomini olandesi sono noiosi

VO -io sarei noioso?

LO (scuchiando nei noodles)  -ehm ma non ne farei un caso internazionale.. in che albergo state?

CC – Non solo sei noioso ma sei anche una gran capa di cazzo,  un povero cristo ti domanda cosa fare a bali perchè e’ uno sprovveduto appena arrivato qui e tu niente muto come un pesce. Olandesi puah!

VO – molte grazie – (se ne va indignato)

Altra cosa che mi ha colpito e’ che a differenza della thailndia qui la prostituzione sembra essere soprattutto maschile, diretta a soddisfare signore occidentali di tutte le età.

Dopo aver girovagato in motorino per risaie, villaggi di campagna eccetera decido di muovermi e trasferirmi al mare, ma voglio vedere anche i templi e il lago, cosi’ non volendo guidare una macchina non assicurata in un labirinto di stradine spesso interrotte a causa di cerimonie religiose mi affido a un autista professionista che per 40 dollari sarà a mia disposizione un giorno intero.

Lago e templi veramente belli, nel tempio principale c’e’ una folla incredibile di balinesi che stanno celebrando il rito della luna piena, arrivano da tutta l’isola a portare offerte e meditare sul sagrato dove il prete hindu li benedira’ dopo 20 minuti di meditazione. Solo che nel tempio non ci stanno tutti, quindi c’e’ una coda infinita.

Eccomi infine ad Amed, insisto per farmi portare in centro, ma il centro eccolo li due alberghetti e un negozietto lurido.Immagine

La mia sistemazione e’ molto bella con le mura in paglia e delle canne di bambu’ che sotengono il tetto, viene a trovarmi un sorcio che passa serenamente sotto il bambu.  Puo’ Sir Ugo sopportare un simile oltraggio? Mai. Tantopiu’ che da una parete proviene un rumore forte e stranissimo, un incrocio tra lo sgozzamento di un ocone e un rospo in calore.

Brontolo, chiedo agli albergatori vicini, mi imbufalo. Finalmente allo sdegnato -I’ can stay here. I’going to leave immediately- avviene il miracolo.

A bali le trattative si concludono andandosene : a quel punto i prezzi crollano, le pretese si volatilizzano, le soluzioni si trovano. Mi trovano una stanza sulla spiaggia col tetto a prova di topo e persino l’aria condizionata.

– Non me ne frega niente, la voglio allo stesso prezzo-  tuona oramai scatenato il dilagante Sir.

– va bene va bene sire basta che si degni di restare con noi nella nostra umile dimora-

Conclude, l’albergatore oramai sconfitto.

Credevo di aver visto dei bei pesci in Thailandia, ora qui la sabbia e’ nera e ciottolosa ma sott’acqua e’ veramente una meraviglia, si nuota nei coralli gialli, bianchi e rossi  tra migliaia di pesci di tutti i colori. Per il resto il nulla qualche affittacamere, un paio di osterie che ti servono birra e il pesce pescato quel giorno, o volendo anche pollo ma si deve aspettare che te lo accoppino.

 

 

 

L’arrivo non e’ stato il massimo, al controllo bagagli la mia valigetta verde pisello ha destato subito sospetti. Decisamente anomala non tanto nel colore quanto nelle dimensioni minuscole rispetto ai caravanserragli che i miei colleghi si portavano dietro.

Il visto Thai e la mia condizione di viaggiatore solitario hanno fatto il resto. Hanno perquisito la valigia, mi han fatto spogliare e un sacco di domande.

Fortunatamente rimango molto tranquillo, anche se intanto il mio povero affittacamere non sa dove sono finito e mi attende con il suo bel cartello “limiteumano” fuori dall’aeroporto sotto una specie di tifone tropicale.

Una volta liberato e portato in salvo dall’affittacamere e dal  suo simpatico figlio, rimaniamo bloccati due ore in un ingorgo pazzesco.

Il turismo a bali e’ concentrato nel vertice meridionale dell’isola.

Sono tutti a Kuta, qualcuno al massimo sta a Lovinia e un elitte spocchiosa sta a Ubud dove  appunto  lo snobbismo di Sir Ugo mi ha condotto.

Nel resto dell’ isola, piuttosto grande, anche se sulla carta sembra un caghino, non c’e’ un cane morto, almeno in questa stagione.

Raggiunta ormai alle dieci di sera la pensione mi catapulto verso la zona ristoranti dove mi forniscono un ottima anatra e vino locale più che dignitoso. Non avendo parlato con esseri umani da giorni e giorni tampino una polacca, grazie alla mia  approfondita conoscenza dei piu’ assurdi paesucoli polacchi e delle loro discutibili delicatessen alimentari.

Ubud e’ bellissima anche se un po’ turistica, ci sono piante tropicali dappertutto, un bel mercato, templi e case private che non si distinguono molto dai templi.

I balinesi sono religiosissimi e passano meta’ della loro vita a pregare, partecipare a cerimonie e fare offerte rituali agli dei hindu’.

La cosa migliore e’ che quasi nessuno sa cosa sia un assicurazione, quando mi chiedono che mestiere faccio tento di spiegarlo e mi guardano esterrefatti.

Dicono che basta pensare che tutto vada per il meglio, e forse hanno ragione.

Quasi nessuna macchina e’ assicurata e per fare la patente basta pagare un tot.

A Ubud, c’e’ una specie di comunita’ di espatriati, pensionati rasta, pensionati non -rasta, backpakers, viaggiatori di passaggio che si ritrova in tre quattro locali, in particolare un ristorante dove si mangia abbastanza male ma costa poco e ci si siede in tre o quattro grossi tavoli con altri sconosciuti. E’ facile fare amicizia.

Alcuni sono decisamente fuori di cervello.

Sono seduto a un tavolo un po’ sfigato con un vecchiardo olandese che vive in indonesia (da ora VO)  e una carampana canadese (CC) . Mentre guardo malinconico un gruppo di squinzie imperiali ventenni  e scosciate sedute al tavolo di fronte, chiedo a CC, tanto per fare conversazione,  se ha dei consigli da darmi su posti da vedere e cose da fare a Bali, visto che lei ci va tutti gli anni.

CC – beh dipende da quanto ti fermi e cosa ti piace fare-

LU – ancora quattro giorni, mi piace visitare i templi, i villaggi, guardare i pesci, la musica rock, qualche museo..non posti troppo turistici tipo Kuta-

CC -no mi spiace non saprei che dirti, proprio non so, quattro giorni..mah-

LU -ah va beh, dicevo per dire..-

CC – Tu, VO, che vivi in indonesia.. diglielo tu dove andare-

VO -No deve decidere lui che fare..dipende da lui..-

CC – Come questo babbeo viene qua e ti chiede cosa puo’ fare a Bali e tu manco gli rispondi-

VO -Non e’ che non gli rispondo e’ che non so i suoi gusti-

CC – ma se te lo ha appena detto deficiente, ha ragione la mia amica che gli uomini olandesi sono noiosi

VO -io sarei noioso?

LO (scuchiando nei noodles)  -ehm ma non ne farei un caso internazionale.. in che albergo state?

CC – Non solo sei noioso ma sei anche una gran capa di cazzo,  un povero cristo ti domanda cosa fare a bali perchè e’ uno sprovveduto appena arrivato qui e tu niente muto come un pesce. Olandesi puah!

VO – molte grazie – (se ne va indignato)

Altra cosa che mi ha colpito e’ che a differenza della thailndia qui la prostituzione sembra essere soprattutto maschile, diretta a soddisfare signore occidentali di tutte le età.

Dopo aver girovagato in motorino per risaie, villaggi di campagna eccetera decido di muovermi e trasferirmi al mare, ma voglio vedere anche i templi e il lago, cosi’ non volendo guidare una macchina non assicurata in un labirinto di stradine spesso interrotte a causa di cerimonie religiose mi affido a un autista professionista che per 40 dollari sarà a mia disposizione un giorno intero.

Lago e templi veramente belli, nel tempio principale c’e’ una folla incredibile di balinesi che stanno celebrando il rito della luna piena, arrivano da tutta l’isola a portare offerte e meditare sul sagrato dove il prete hindu li benedira’ dopo 20 minuti di meditazione. Solo che nel tempio non ci stanno tutti, quindi c’e’ una coda infinita.

Eccomi infine ad Amed, insisto per farmi portare in centro, ma il centro eccolo li due alberghetti e un negozietto lurido.

La mia sistemazione e’ molto bella con le mura in paglia e delle canne di bambu’ che sotengono il tetto, viene a trovarmi un sorcio che passa serenamente sotto il bambu.  Puo’ Sir Ugo sopportare un simile oltraggio? Mai. Tantopiu’ che da una parete proviene un rumore forte e stranissimo, un incrocio tra lo sgozzamento di un ocone e un rospo in calore.

Brontolo, chiedo agli albergatori vicini, mi imbufalo. Finalmente allo sdegnato -I’ can stay here. I’going to leave immediately- avviene il miracolo.

A bali le trattative si concludono andandosene : a quel punto i prezzi crollano, le pretese si volatilizzano, le soluzioni si trovano. Mi trovano una stanza sulla spiaggia col tetto a prova di topo e persino l’aria condizionata.

– Non me ne frega niente, la voglio allo stesso prezzo-  tuona oramai scatenato il dilagante Sir.

– va bene va bene sire basta che si degni di restare con noi nella nostra umile dimora-

Conclude, l’albergatore oramai sconfitto.

Credevo di aver visto dei bei pesci in Thailandia, ora qui la sabbia e’ nera e ciottolosa ma sott’acqua e’ veramente una meraviglia, si nuota nei coralli gialli, bianchi e rossi  tra migliaia di pesci di tutti i colori. Per il resto il nulla qualche affittacamere, un paio di osterie che ti servono birra e il pesce pescato quel giorno, o volendo anche pollo ma si deve aspettare che te lo accoppino.

 

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