Trieste: pure io come Franz Kafka ho lavorato alle Generali

Sono qui da sei mesi e ancora non ho capito bene cosa devo fare: probabilmente niente, dal momento che i miei efferati tentativi di assicurare qualcuno o qualcosa sono stati frustrati da due gnomi dell’ufficio del personale che mi hanno, con molta cortesia, fatto capire di non forzare i tempi biblici del fiero brontosauro assicurativo levantino.
Esco in strada alle ore 17 e zero 1 dopo una giornata spesa in ufficio a scrivere un racconto di cavalli venuto discretamente: ormai bevo come Bukowski ma scrivo anche peggio.
Fuori c’è un freddo tremendo ma almeno la bora è calata: i negozi di mutande per jugoslavi stanno chiudendo, quelli di alimentari sono ormai belli che chiusi da un pezzo: aprono prima dell’alba brulicanti di pensionati e chiudono a mezzogiorno spaccato. Unica soluzione portare la sporta di cozze alle generali e appenderla fuori dalla finestra sperando che il vento la risparmi.
I bulgari e gli ungheresi stanno riprendendo i loro pulman carichi di mutande e pedalini triestini che dalle loro parti pare vadano a ruba. Li aspetta un viaggio avventuroso attraverso il confine austriaco dal momento che il confine croato è chiuso per guerra. Metà del carico serve a corrompere i doganieri.
L’odore acre dei crauti di Bepi Sciavo mi prende alla gola: serve a qualsiasi ora e stagione un misto di carni e salsicce di maiale bollite (il pezzo più magro è una specie di cotechino) conditi con cren lacrimogeno e annaffiati di Terrano, un vino locale, buono per condirci l’insalata. Credo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ti darebbe per morto sul colpo se solo ci passi vicino, lui il Bepi ha appena compiuto cento anni: mangia salsicce di cragno e sta un fiore.
Attraverso ponte rosso dove il vento si fa sempre più forte trascinando talvolta qualche anziano nel canale pieno di vecchie barche cigolanti e cefali affamati.
Raggiungo l’agenzia immobiliare: mi riceve una bella ragazza sui trenta con un fisico da nuotatrice sovietica. – m’ha detto Giorgio che cercavi un quartiere- (dialetto triestino + vocale = italiano è l’equazione linguistica dell’immobiliarista) -mi basterebbe un appartamentino, un quartiere intero mi pare un po’ da megalomane, sono solo- -si, intendevo, come lo vuoi l’appartamento- non raccoglie la battuta, taglio corto -è uguale mi piacerebbe con un terrazzino- Volentieri.. risponde – Volentieri è la contrazione di “se per caso lo avessi glielo darei volentieri purtroppo l’ultimo lo abbiamo affittato nel 46”. Io sono qua da un po’ e ho imparato l’idioma, ma prima rimanevo li speranzoso pensando fosse un affermazione.
-Ne ho uno solo ma è particolare.- Mi guida per i vicoli del ghetto con una falcata poderosa. Tossici, luci fioche odore di cera incenso e gatti.
C’è un negozio che vende solo corde, un altro espone orgogliosamente una scopa di saggina , candele bianche di paraffina e trappole per sorci. S’arrampica per una stradina ripidissima che sfocia in una piccola via piena di gabbiani, e guano dei gabbiani medesimi: che ci fanno lì? Così distanti dal mare?
Armeggia con le chiavi su di un portone gigantesco: due mostri di gesso mi guardano minacciosi da sopra.
Dentro è quasi buio: sembra l’ingresso di un riformatorio. Mi fa cenno di entrare in un ascensore a forma di bara di ghisa grigia. Mi spavento un po’ ma non oso disubbidirle. La bara volante parte con uno schianto tremendo e sibila sinistramente fino al quinto ed ultimo piano.
Una vecchia con la barba ci spia da una porta socchiusa si fa il segno della croce, sbatte l’uscio.
L’appartamento è piccolo arredato in stile rigorosamente fascista: mobili massicci di noce scurissimi. La cucina è abbastanza grande per contenere la mia collezione di pentole, il soggiorno è spoglio con un divano senza spalliera si sentono cigolii e spifferi dappertutto.
In camera da letto ci sono due ottomane gemelle ricoperte di vecchia tela gialla: vedo un bagliore dalla piccola finestra, mi affaccio: si vede uno scorcio di mare e ogni tanto si scorge lampeggiare il faro di Miramare. Penso che a Nadia piacerà questa luce intermittente quando verrà a trovarmi e che si addormenterà più felice sulla sua ottomana. Sorrido all’agente immobiliare che mi guarda incredula: mi piace la prendo quando posso venirci? Anche subito, sono 500 tutto compreso.

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Racconti possibilmente umoristici
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