La Cina è vicina

Si svegliò con l’ansia che non fosse successo nulla, col terrore di non trovarla più ma era lì: dormiva accanto al lui con il capelli sparsi sul cuscino, la sua sottile collana di corallo: sorrideva russando lievemente.

Un miracolo. Pensava che fosse tardi: che la vita non gli avrebbe regalato più nulla: invece c’era:  cosa avrebbe pensato al suo risveglio? avrebbe voluto rivederlo?, poteva sperare in un legame duraturo con una donna così giovane? Ma lei era lì e lui respirava piano per non svegliarla, perché quel momento potesse durare il più a lungo possibile. Sara si svegliò. Sorrise, corse a fare una doccia. Aveva un’aria naturale, si comportava come se nulla fosse, con la solita aria amichevole e allegra. Lui invece, come un cretino, cercava di interpretare ogni suo gesto, ogni sua parola. -Mi porti a fare colazione?- Scesero al bar. Via Paolo Sarpi si stava svegliando: i negozi erano già aperti le ragazze cinesi sistemavano la loro merce colorata nelle vetrine, gli uomini scaricavano carretti. Anche il bar era gestito da una coppia di cinesi: sorridevano, sembravano contenti di vederlo assieme ad una ragazza. -Buon giorno Dottore- – Per me il solito caffè, Sara tu che prendi ?- Sara ordinò di tutto. Come faceva ad essere così esile e mangiare con tanto appetito. Insistette per pagare lei. Il Dottore aveva semplicemente rinunciato alla possibilità di esercitare alcun controllo sulla situazione e lasciò fare. -Mi ha detto una mia amica che ha trovato in uno di questi negozi cinesi un paio di guanti d’angora neri. Se li trovi me li prendi?- Il Dottore si  illuminò, dunque l’avrebbe rivista, se non altro per consegnarle i guanti. -Sicuro, tanto oggi non lavoro- Gli diede un bacio –Io devo andare, ci si vede- Sparì nell’atmosfera opaca di via Bramante.

Era Sabato mattina: una tormenta di neve si abbatteva sul quartiere cinese. Il dottore si calò in testa un cappello nero di feltro e iniziò la ricerca dei guanti . Dopo aver visitato almeno 15 negozietti simili che vendevano promiscuamente ogni tipo di merce:dal pesce secco alle mutande da donna, spiegato cos’è un guanto, cercato di chiarire il concetto di lana,  puntualizzato quello più specifico di angora, ricevuto consigli e sollecitazioni da parte  dei negozianti affinché comprasse qualche altra cosa (un reggiseno, sciarpe di seta, katane, statuine) dal momento che di guanti erano sprovvisti, trovò finalmente una tizia che aveva dei guanti apparentemente d’angora.  Tuttavia i colori erano delle tinte pastello da brava ragazzina  che il Dottore non aveva mai visto né indosso a Sara e nemmeno indosso a qualsiasi altro essere di sesso femminile che fosse entrato in relazione con lui. Rosa confetto, ciclamino, celeste bambino. La ricerca è stata comunque abbastanza divertente: si immaginava di essere veramente in un mercato di un paese della Cina sperduto sotto la neve. Gli vennero in mente i film cinesi che aveva visto con la sua amica Laura. Il Dottore era uno dei maggiori esperti di cinema orientale in Italia. Non perché gli piacesse: anzi, al Dottore il cinema orientale faceva schifo, lo odiava con tutte le sue forze.  Però al Dottore piaceva la sua amica Laura che invece li adorava. Con Laura non concluse niente, vista adesso la situazione pareva una immane perdita di tempo e denaro. E poi Laura ormai aveva totalmente perso qualsiasi valore di fronte a Sara: quanto gli sembrava superficiale e viziata al confronto! Li avrebbe ammazzati tutti quei maledetti cineasti dagli occhi a mandorla:  facevano film lenti, tremendamente noiosi e terribilmente tristi. Per due ore  non succedeva nulla:  si d’accordo i paesaggi erano belli, però non era il caso di far durare un viaggio in bicicletta da Shangai a Pechino tutto il tempo di percorrenza che ci avrebbe realmente impiegato una vecchia signora sciancata. Poi si consumava la tragedia: il finale più triste che si potesse immaginare e lo spettatore se ne andava a casa depresso o si buttava direttamente sotto il tram. Però adesso gli tornavano in mente con simpatia le immagini di “Lanterne rosse” e “Biciclette a Pechino”, Il mercato tra Paolo Sarpi, via Rosmini e Via Bramante si era impregnato di odore acre di zenzero e di spezie, l’asfalto era coperto di neve fangosa e gli parve davvero di trovarsi nella Cina di un secolo addietro. Un gruppo di donne gridava in maniera concitata in mezzo alla strada: alcune di loro erano cinesi altre milanesi, pugliesi, sarde: le negozianti della zona tutte ugualmente agitate e sconvolte. – Un dottore chiamiamo un dottore-

-Il 118, lo chiamo io, ho qua il cellulare- -No il 118 no, no 118 no-  Ripeteva una signora anziana come una cantilena -Sono clandestini – li rimanderebbero in Cina, spiegò la titolare di una profumeria Si fece largo. -Sono un medico, cos’è successo-

Perché aveva fatto una cosa così stupida? Il giorno prima non si sarebbe mai sognato di cacciarsi in un guaio simile.  Le donne smisero di gridare: una ragazzina che avrà avuto dodici anni lo prese per mano. Aveva un’aria seria ma tranquilla e fiduciosa.

-Fate passare. Ecco il dottore. C’è il dottore. Menomale-

La ragazzina lo accompagnò in un cortile di una casa di ringhiera. Muri gialli scrostati, molte piante sui ballatoi abitati da vecchi milanesi, immigrati, del sud e famiglie cinesi.

La ragazza bussò alla saracinesca di una specie di garage.

Lo fecero entrare: una decina di banchi di lavoro ordinati in due file con le macchine da cucire al loro posto ma le operaie, tutte ragazze cinesi poco più grandi della ragazzina, stavano intorno ad una donna incinta. La donna era sudata, nonostante il freddo, e aveva un’espressione di dolore ma non piangeva e non gridava. – Sono un ortopedico. Non posso- Nessuno lo capiva. La ragazzina sorrise – Dottore- disse e  indicò la donna.

– Non posso farla partorire. Non l’ho mai fatto. Chiamo qualcuno..-  La ragazzina sorrise ancora –Dottore- disse di nuovo e comunque era ormai troppo tardi per fare qualsiasi altra cosa. Aveva preparato l’esame di ginecologia e ostetricia 25 anni prima, era un complementare, non aveva studiato molto e aveva preso 19, il voto peggiore nel suo libretto universitario. -Quanti anni hai?- -Quattordici- disse la donna

Si tolse la giacca e iniziò a lavorare dando ordini alle donne attorno a lui: prima in inglese e poi in italiano. Non si rese conto che capivano perfettamente entrambe le lingue anche nelle espressioni più complesse. Tutto funzionava a meraviglia, era come se avesse avuto il libro aperto davanti e tutti i gesti e tutte le reazioni previste nel testo si realizzavano in modo automatico come fosse inevitabile. Senza nessun problema nacque il bimbo: sembrava anche lui molto serio e dignitoso somigliava a sua madre e non piangeva.

Pensò per un attimo di compiere i suoi doveri burocratici: denunce, anagrafe, polizia, ospedali. Non fece niente di tutto questo. Si sfilò i guanti di gomma gialli di quelli per lavare i piatti che aveva trovato nel lavandino della fabbrica, garage, dormitorio e, per quel giorno, sala parto, quei guanti che aveva lavato come aveva potuto con aceto di mele e sapone per stoviglie. Mentre se ne stava andando la ragazzina disse ancora una volta “Dottore” prese qualcosa dalla merce impilata vicino alle macchine da cucire.

Erano due paia di guanti di lana d’angora che corrispondevano alla descrizione di Sara.

Fuori aveva smesso di nevicare. Milano era tornata Milano al sole tenue e malinconico del suo novembre. I suoi tram e  le sue macchine che andavano da qualche parte nonostante tutto. Il dottore guadò una vetrina di una piccola macelleria: esponeva cose che non vedeva da molto tempo: zampe di pollo, code di maiale,cotenne.. e la sua immagine riflessa ..che sorrideva.

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