Darsi all’ippica

Il mio rapporto con gli equini è iniziato diversi anni fa durante una vacanza in Toscana. Ho pensato che sarebbe stato bello andare in giro in groppa a questi animali per la campagna della maremma e mi sono fatto accompagnare per qualche passeggiata su dei ronzini trentenni piuttosto mansueti.

Le cose che mi hanno subito colpito di questi animali sono: tendono a spaventarsi di fronte a bestie più piccole di loro (suini, cani, forse anche grossi polli) e in genere per qualsiasi cosa di anomalo (un sacchetto di plastica che fa rumore, un tizio che falcia l’erba, uno che accende il motore) in queste malaugurate circostanze, cioè quasi sempre, diventano assolutamente imprevedibili e ingovernabili; sono in genere distratti, non guardano dove vanno e cadono da soli, cosa che per un quadrupede mi pare singolare e inquietante;  Per i motivi sopra indicati il mio approccio di principiante è sempre stato di estrema cautela: ginocchia strette, briglie corte “tu sei un cavallo e vai dove ti dico io all’andatura che voglio io: cioè quasi fermo.”

La mia compagna invece aveva un rapporto molto più liberale: lei era un’ospite dell’equino che andava e faceva tutto quello che gli pareva.La situazione ideale era: cavallo lento lei, cavallo nervoso io: non siamo mai stati dei grandi cavallerizzi ma in quelle condizioni ne usciva una cavalcata accettabile perché i nostri difetti compensavano le caratteristiche nefaste del quadrupede.L’ insegnante però, notando che le nostre inclinazioni non erano equilibrate decise di cercare di invertire i ruoli: “Tu tieni troppo il cavallo quindi stavolta ti darò un cavallo un po’ lento che dovrai spronare.” mi disse.Il cavallo in questione aveva un aspetto dignitoso: grigio chiaro con un’ espressione serena: mi piacque subito.Montai il ronzino rassicurato: sarebbe stata una cavalcata completamente priva di rischi. Notai subito che mantenendo il mio atteggiamento consueto (ginocchia strette, briglie corte, tu vai dove ti dico io..) il cavallo non andava da nessuna parte. Sembravamo la statua di Garibaldi in piazza Cairoli: suggestivi, forse quasi autorevoli, ma assolutamente immobili. Per la sua staticità, lo ribattezzai Cayetano.  Cayetano era un cavallo che conobbi molti anni prima quando, ai tempi del liceo frequentavo gli ippodromi. Mi illudevo di essere un grande scommettitore, in realtà andavo più o meno in pari o vincevo pochissimo facendo puntate abbastanza scontate con i quattro soldi che avevo. Un giorno ero andato con un amico che aveva puntato questo Cayetano che davano 8 a 1. L’equino in questione arrivò tranquillamente ultimo lontanissimo dagli altri: sembrava stesse facendo una passeggiata: mi venne in mente Aldo Fabrizzi nella parte di vetturino nei film neorealisti. Da quel giorno Cayetano per me è sempre stato sinonimo di brocco clamoroso e irrecuperabile. Stavolta io e il mio Cayetano, non eravamo più nei boschi dell’Appennino toscano, ma ci trovavamo tra le risaie della Padania. Trenta gradi e umidità tipo delta del Mekong nella stagione monsonica.  Non amando usare la frusta che tenevo in mano a puro scopo decorativo, iniziai a spingerlo con i talloni nel tentativo di  trasformare la nostra situazione di statua equestre in qualcosa di più dinamico. Con enorme fatica riuscii ad ottenere una stanca andatura al passo e dopo mezz’ora di tentativi una specie di trotto lentissimo e sconnesso. Cioè mi ostinavo a battere la sella cercando di darla a bere all’istruttrice che andavamo al trotto in realtà era il passo di prima , solo un po’ più veloce.  Grondavo sudore: se fossi sceso da cavallo e mi fossi caricato il ronzino sulle spalle mettendomi la sella sulla schiena e caricandomi Cayetano come cavaliere, saremmo andati più veloci.  Il sadismo dell’istruttrice giunse a chiederci un galoppo: diedi il comando e incredibilmente Cayetano partì: non era proprio un galoppo –galoppo perché molto più lento però come cadenza c’assomigliava abbastanza.  Ma a quel punto ero talmente stanco e accaldato che di colpo vidi tutto nero e persi i sensi: non caddi da cavallo ma mi afflosciai su di lui come un sacco di patate.  Quando mi ripresi eravamo fermi in mezzo al maneggio: il destriero era voltato verso di me, cosa che non mi era mai capitata, e aveva un espressione che sembrava dicesse: – Beh adesso che c’è avevo pure galoppato!”

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Racconti possibilmente umoristici
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