Perduto per sempre

Recensione

di Roberto Moroni, Ed Rzzoli, peso 455 grammi, Euri 18,50 porcaputt!

A vedere la faccia un po’ da sfigato che l’autore ha l’ardire di schiaffare sul risvolto di copertina, non gli daresti due soldi. Ma il libro era consigliato da pulsatilla che continuo con snobbisomo presuntuoso a considerare l’unico intellettuale credibile che abbiamo attualmente in Italia (beati monocoli in terra caecorum – sempre stato rimandato in latino, si scrive con ae?) così, mannaggia a lei, l’ho comprato. Il Moroni, nonostante la faccia da sogliola esselunga che si ritrova, scrive esageratamente bene con una conoscenza delle dinamiche familiari degna di Freud.

Parla di  Luigi, un giovane normale, in una famiglia bene normale, quindi in una gabbia di nevrotici: padre narcisista anaffettivo, madre depressa assente, sorella imperscrutabile e deviata, sotto una patina di normalità quasi ostentata.

Il giovane Luigi sembra ereditare tutto il narcisismo paterno che però non esprime con lo stesso esibizionismo giulivo ma con un cinismo passivo e solitario, triste e soprattutto coi soldi di mammà e papà da cui sembra non volersi comunque emancipare mai.

L’unica parte in cui il libro, sempre molto vibrante, si affloscia come una pera troppo cotta è la descrizione delle scopate del protagonista. Ma si sa gli scrittori maschi, a parte Buckowsky e Herry Miller, non sanno scrivere di sesso.

Per loro una semplice scopata deve essere per forza un’esperienza quasi mistica in cui i due attori perdono ogni cognizione spaziotemporale mentre io mi immagino la signora in questione che mentre il Luigi di turno perde la trebisonda è intenta a contare i fiorellini della tappezzeria pensando “avrò pagato la bolletta del gas?”

Comunque il libro, come tutti i libri di spessore si presta ad una serie di riflessioni:

E’ lecito ad età adulta starsi a interrogare sui propri genitori, che ci sono toccati in sorte per caso e stare a menarsela se li volevamo più protettivi, meno invadenti, più ricchi, più grassi, più macho o più finocchi?

Non si può proprio emanciparsi, cercare di essere migliori e semplicemente dimenticarli?

Come mai persone immature, ipercritiche, autoreferenziali e sostanzialmente inutili come il nostro Luigi finiscono spesso per essere il sogno romantico di molte donne?

A Milano si dice “va’ a laurà”. Non so bene che c’entri ma mi è venuto così.

Bel libro, uno dei migliori letti ultimamente, per fortuna però domani attacco la Grandes!

 

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Racconti possibilmente umoristici
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