Personaggio per un noir

Milano.

Milano.

Quelle volte che nevica,

il bianco dura la frazione di un minuto,

il respiro di una sveglia, poi,

poi è tutto un mare di fango merdoso, come un senso di inutile freddo umido.

Era in quell’inutile freddo umido che il commissario Mauro Schifanoia stava, nel cortile di una cascina diroccata, all’estrema periferia nord della città dietro al cimitero maggiore.

Un bar all’addiaccio, un cesso puzzolente senz’acqua, neve sporca e fango dappertutto.

Le ragioni per cui stava là erano molteplici: c’era Silvia che serviva al bar del più scalcinato centro sociale della lombardia: diciott’anni scarsi, di Merate: una che se gli chiedevi una bottiglia intera di havana te la spiattellava lì davanti senza fare tante storie, professionale né più e né meno del barista dell’Harris Bar, una che aveva classe, talento sprecato in un posto così.

Capelli scuri, una faccia che dimostrava meno della sua età, braccia scoperte e piedi scalzi troppo pallidi per il freddo, troppo pallidi per qualsiasi cosa.

L’altra era che in quel posto lì c’era qualche ragazza che lasciava scivolare lo sguardo sul suo impermeabile nero, più che altro con la curiosità con cui un bovaro guarda un bovino sconfinato.

Da qualhe tempo era il suo unico rapporto con l’altro sesso, l’andropausa aveva i suoi vantaggi, gli piaceva

L’ultima era che la gente lì ormai s’era abituata a lui, era indifferente, non lo cagava  e non rompeva i coglioni.

Si era scolato quasi tutta la bottiglia che ormai silvia gli metteva davanti senza nemmeno il fastidio di chiedere e  si era fumato un paio di pacchetti di sigarette obsolete.

Silvia ogni tanto gli faceva qualche domanda, roba storica, il sequestro di aldo moro, il crollo dei mutui americani, il funzionamento di una lavatrice, i punti erogeni maschili, non si capiva se per compiacerlo o cosa, lui rispondeva sempre cercando di fare del suo meglio, anche se non ci capiva un cazzo in materia, come ad un indiano quando gli domandi un’indicazione stradale: te lo dice anche se non lo sa.

Lui pure gli chiedeva delle cose, come uno che arriva e si è svegliato da un lungo sonno e intanto sono passati dei secoli. E pigliava pure appunti, su un quadernetto nero.

Dei secoli, dicevamo, dei secoli da una milano molto diversa quando lui era un ragazzo come silvia, che credeva nelle favole, quando i suoi amici morivano di overdose, quando si sentiva un po’ più sicuro di adesso: un omone di 50 anni armato di una grossa pistola a tamburo, fragile come l’ultima foglia secca di quell’inverno più rigido del solito.

Bestemmiando cercò il telefonino, non lo sapeva usare bene:

–         Schifanoia

–         C’è una morta al cimitero maggiore

–         Sto già qua. Arrivo in un minuto

–         Che culo

–         Licalzi

–         Eh

–         Vaffanculo

 

Scifanoia trirò fuori quindici euro e non stette lì ad aspettare il resto, silvia lo guardò, senza sorridere, come per dire grazie.

Andava in giro su una bicicletta nera che avrà avuto ternt’anni: dietro stava legata una cassetta da frutta di plastica grigia. Era il bagagliaio.

Arrivare in anticipo era sempre stato il suo triste destino, c’erano solo i due ragazzi della volante e il barbone che aveva visto per primo la ragazza morta.

Stava lì distesa sulla tomba di un certo Stolfi Mario, nuda ma intonsa, senza segni apparenti di violenza. Bella ragazza, come in tutti i film gialli che si rispettino.

Chiese di essere arrestato, faceva freddo, c’era da capirlo, “l’ho uccisa io” confessò “ senti Piovanelli, pigliati una sigaretta, e l’avanzo di havana- disse Schifanoia porgendo quel poco che restava della bottiglia – e non dire cazzate, tra poco arriva il magistrato.

Il magistrato si chiamava Chiara e arrivò circa mez’ora dopo con Licalzi, quelli della scientifica e tutti  gli altri. Era una donna bionda coi capelli sottili sui quarantacinque, bella anche lei, sfiorita e malinconica.

Licalzi disse – ma è marta martini

–         e chi è ?

–         la velina di striscia la notizia, non l’hai mai vista?

–         No?

–         Ma dove cazzo vivi? Ma tu sei matto devi ricoverarti

Schifanoia si mise a dormire su una panchina mentre gli altri si davano da fare.

–         Commissario che facciamo?

Disse un Licalzi un po’ meno polemico

–         Andiamo da Arturo

Si avvicinarono alla macchina, Schifanoia aveva legato la bici a un palo.

Sirene spiegate, gran casino, in una notte ovattata come un chilo di burro lesso.

–         Chiara vieni pure te?

Chiara non disse niente e aprì lo sportello.

Arturo era un bar tabacchi in via Dolfin.

Tre ragazze sui tredici, forse turche, e una, cinese giocavano a calciobalilla strillando alle tre di mattina.

–         che fai ?– disse Licalzi

–         guardo la partita- era Schifanoia, mentre Chiara ordinava un Dombajro. Doppio, con ghiaccio.

Nessuno disse niente per ore, era l’unico bar di milano in cui malgrado il divieto tutti fumavano, anche le tredicenni del calcetto, una bella partita, spettacolare.

Alle sei di mattina Chiara al sesto dombairo disse che aveva sonno e se ne voleva andare.

Nessuno le credette  finchè non chiese ad Arturo un taxi, allora l’accompagnarono a casa sua, non lontano di li, in paolo sarpi e andarono a letto anche loro.

Il giorno dopo verso le dieci Schifanoia senza salutare nessuno si presentò in commissariato.

Aveva mal di testa.

Una gran folla aspettava in saletta.

–         Che minchia vogliono Licalzi?

–         Confessare. Dicono tutti di aver ammazzato la Martini.

–         Il fidanzato c’è?

–         Certo

–         Cominciamo da lui, adesso in tutti i gialli il colpevole è il fidanzato, è come una volta il maggiordomo, adesso i maggiordomi non ci sono più bisognava pure trovare qualcuno… che limiteumano scrive racconti brevi mica c’abbiamo Manzoni

 

Arriva uno. Alto grande grosso pelato e con l’orecchino. Sorride.

-Buongiorno commissario so’ Joao Paulo-

– Chi scusi?-

– Il centravanti dell’ inter, le ho portato una foto con l’autografo. “al commissario Schifanoia con rispetto”

– Grazie, mi dica?

-Ma come? Non mi conosce? E’ del Milan per caso?

– no

– non le piace il calcio?

– non mi rompa i coglioni, qua le domande le faccio io!

– Dica?

– No cazzo, dica lei. E’ lei che è venuto qui, no? Che accidenti vuole?

– Ahhh, la confessione. Ho ucciso io Marta.

– Bravo. E perché?

– come perché?

– Il movente santiddio. Per quale motivo l’avrebbe uccisa?

– ma ci vuole anche il movente?

– essi, checcazzo

– gelosia, metta gelosia

– Licalzi, mi tolga dai piedi questo deficiente

 

Arriva una, vecchia, con la bocca a culo di gallina

 

-Salve Commissario sono la mamma

– mia madre?

– ma no, che dice? la madre di Marta

– Ah, e che vuole?

– ho ucciso io mia figlia

– anche lei? E come mai?

– invidia

– e che so? Li sette vizzi capitali. Licallzziiiii:  Rauss!

 

Arriva un’altra

–         Buongiorno commissario.

–         Giorno, dica

–         Ho ucciso mia sorella

–         Ottimo. Per quale motivo?

–         Beh vede commissario, da piccola io e Marta…

–         Senta lei continui pure, intanto Licalzi verbalizza, vado un attimo in farmacia a comprare l’aspirina c’ho un po’ de mal di testa

Schifanoia esce:

1)      va al bar si mangia un panino cotto e carciofini, beve un crodino, una birra piccola, una media, due four roses con ghiaccio, un caffè corretto sambuca, un branca menta

2)      si legge trottosportmens dall’ inizio alla fine compresi i prezzi all’estero, gli annunci per la monta e le corse di Montecatini di ieri

3)      va a farsi un massaggio in un posto cinese vicino paolo sarpi, dove ci sono delle ragazze carine che fanno di tutto, tranne che i massaggi

4)      si sente un po’ meglio torna al bar e beve un campari

insomma cerca di ingannare il tempo

 

Torna in commissariato. La sorella di marta sta ancora parlando.

–         si va, bene torni il 29 febbraio

–         ma non è bisestile

–         appunto torni fra tre anni

 

-Licalzi

-agli ordini commissario

– si arresti

-in che senso?

– nel senso di arrestarsi da solo, è lei che ha ammazzato quella, quella lì, marta..marta cosi..

– come commissario?

– è lei che mi ha avvertito per primo, la prima gallina che canta ha fatto l’ovo

– ma come ha fatto commissario?

– applico i proverbi

– e il movente?

– me lo dica lei

– io..,io l’amo commissario..

– l’ho sempre saputo licalzi, anch’io mi creda le voglio molto bene, ma una fidanzata è l’ultima cosa di cui sento il bisogno

-la capisco commissario, ma almeno una volta mi chiami Francesca.

– Va bene Francesca, cosa vuole, sa, l’abitudine, vuole.. vuoi una MS?

Francesca Licalzi, si asciuga una lacrima, e, virilmente, accetta la sigaretta.

 

 

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Racconti possibilmente umoristici
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