Dal libro “La corte degli arcani”

personaggi dal libro “La corte degli arcani” di Settedinoi

Bettino

L’incontro di Lucia prima della disgrazia

Si svegliò col mal di testa aveva dormito male, c’erano delle cose che non gli tornavano e questo era insolito. Il faccione rassicureante di un Bettino Craxi giovane che gli sorrideva dalla gigantografia sistemata davanti al letto dei suoi, ora di sua proprietà, gli diede fiducia.

Ne aveva fatto il suo idolo quando aveva letto la storia del partito socialista, unica eredità di suo nonno partigiano,  povero vecchio, se lo ricordava appena.

All’inizio era un libro palloso ma poi si faceva interessante.

Probabilmente il nonno sperava che ispirase al nipote i nobili ideali di Pietro Nenni e Sandro Pertini invece il giovane aveva trovato molto più degne di ammirazione le gesta di Bettino Craxi e Giannni De Michelis.

Soltanto sette anni prima era un marmocchio di dodici anni. Era stata quella malattia a cambiare la sua vita. Una polmonite che resisteva agli antibiotici che lo aveva costretto in casa. Troppo intelligente per la televisione e troppo debole per leggere si divertiva ad osservare i suoi vicini di casa con un binocolo da teatro. Cercava di capire le persone, annotarsi le loro reazioni: la ringhiera era il suo laboratorio di cavie umane. Le cavie si erano dimostrate sorprendentemente prevedibili ma ora due cose gli sfuggivano: Lucia e la morte della pazza.

Doveva ripercorrere la giornata precedente. Si ricordò di essere andato a sistemare il computer di Alfredo, infettato da virus, poi a portare a Mino il Game Boy (rubato) per Betty, infine era passato da Giacomo e gli aveva rifilato un po’ di pastiglie di cattiva qualità che la clientela più scelta avrebbe schifato. La giornata gli aveva fruttato 150 euro Poi uno dice che in Italia sia difficile guadagnarsi da vivere

La festa, solito teatrino di rimbecilliti, c’era andato per motivi professionali, doveva mantenere buoni rapporti con la clientela, unico aspetto positivo le gambe della Montes, per il resto una noia mortale.

Se ne ara andato presto con la scusa di portare l’aperitivo a Lucia.

Le finestre sul ballatoio erano chiuse ma dall’interno proveniva musica jazz, non c’era il campanello, bussò con energia.

Aprì la porta, dopo un bel po’ di tempo, una tipa sui trentacinque con addosso una specie di camicia da notte di cotone, era scalza aveva i capelli neri ondulati tenuti su da un legnetto e l’aria infastidita. A Bettino sembrò bellissima, si sentì a disagio.

-Che vuoi?

Un cefalo, ecco cosa le ricordava quel ragazzo basso e occhialuto coi capelli rapati. Un grosso cefalo, che la guardava con gli occhi da pesce curiosi.

-Scusa se rompo, non è che ti va di venire giù a mangiare. Comunque se se non ti va t’ho portato io un po di aperitivo.

Il cefalo aveva un’aria sveglia, cercava di sbirciare all’interno, non c’era granchè da vedere.

“Ti ringrazio ma non sono molto socievole, sono qui con un amica, lei è Chiara, io mi chiamo Lucia”

Indicò un’altra tipa bionda, più giovane che se ne stava in maglietta e mutande, mezza sdraiata sul divano Ikea a fumare. Fece un cenno distratto e impaziente, il gesto sembrava più un invito ad andarsene che un saluto.

“Bettino” disse deluso.

Posò l’aperitivo dove capitò e fece il gesto di avviarsi per dove era venuto .

Il cefalo è un pesce che nuota in branco nelle acque melmose e inquinate dei porti e dei canali di pianura: mangia di tutto: detriti, piccoli pesci, ogni sorta di schifezza. E’ difficile da pescare perché sbocconcella l’esca evitando l’amo. Una specie di furba pantegana marina.

Il cefalo si voltò e disse

-Comunque dispongo di merce molto migliore di quella che state fumando a un prezzo concorrenziale. Mi trovate al primo piano..

L’istinto del cefalo.

Tornò alla festa, di nuovo fiducioso nel sol dell’avvenire.

La tipa, Lucia, lo aveva colpito: non recitava, parlava in modo diretto e concreto, niente amennicoli inutili nel suo soggiorno. Era di un’altra pasta rispetto agli altri.

Era tornato giù e poco dopo era morta quella disgraziata: anche questo non tornava.

Era pazza, d’accordo, ma mica così scema. Una specie di bambina viziata che alla fine riusciva a ottenere quello che voleva. Meglio lei di quei quattro vecchi sfigati che le mettevano le mani addosso quando potevano. Non pareva una che si sarebbe buttata da sola da un ballatoio. In quel momento stavano sparecchiando la tavola, erano tutti in giro e lui stava parlando con la Brescia, che doveva tenersi buona in quanto proprietaria della baracca.

Mentre stava ricostruendo l’accaduto vide Lucia scedere le scale.

-Oh Lucia, vuoi un caffè?

Lei esitò un momento ma poi decise di accettare.

– sentito di Anna?

–         si

Niente nessun commento, un’altra avrebbe detto almeno “mi dispiace”

–         Pensi che si sia suicidata?

–         Non credo

–         Che sia caduta?

–         Vuoi dire che l’anno ammazzata? Potrebbe essere.

–         Chi?

–         Chiunque, dava fastidio: potrebbe essere stato qualcuno che approfittava di lei, un suo parente o sua madre stessa, per la vergogna, un inquilino a cui pisciava sullo zerbino. Non mi interessa.

–         Non ti interessa sapere quello che succede?

–         No, mi fa schifo quello che mi succede intorno, cerco di starne alla larga il più possibile

Fece per andarsene.

– Ah Bettino non avevi detto che avevi del fumo

Le porse una scatoletta di caramelle.

-Il prezzo?

– Niente, per te è gratis

–         Bettino, non mi va di avere debiti e nemmeno ricevere piaceri da nessuno, tantomeno da un moccioso invadente come te. Prendi. E vedi di non rompere i coglioni.

Gli infilò cento euro nel taschino

“Però che classe” pensò Bettino guardando l’angolo della banconota con sguardo fisso e sorpreso.

Lucia

La sveglia suonò alle tre e mezza del mattino ma l’uomo non accennava a svegliarsi.

Lucia cominciò a scuoterlo dolcemente

– Dai svegliati, devi andare

– Che ore sono, che c’è?

– Sono le tre è mezza, è ora che vai-

– Dove devo andare? Avrò dormito sì e no un paio d’ore

– A casa tua, dove ti pare, ce l’avrai un posto dove stare?-

– Certo mica dormo per strada, se è per questo non gioco nemmeno a pallacanestro, non suono lo Jambè e, come avrai avuto modo di constatare, non sono nemmeno un superdotato. Contraddico qualsiasi clichè sui negri-

– Ma dai Amed, lascia stare le questioni razziali e pensa a vestirti, se vuoi continuare a frequentarmi ci sono delle regole da rispettare: la prima è che per le quattro di mattina devi sgombrare-

– Mi chiamo Mohamed, ma perchè devo andare? Aspetti qualcuno? Tuo marito?

– La seconda regola è: niente domande-

– Posso fare una doccia?

– Certo, a casa tua

– Scusa ma ho fatto qualcosa che non va? Non ti è piaciuto..o qualcosa..

-No Mohamed, sei andato benissimo, non ti preoccupare

Modu guardò Lucia scuotendo lievemente le treccine: i capelli sciolti, una sottile collana di corallo che riluceva nella penombra e nient’altro.

-Va beh, come vuoi. Mi dai il tuo numero? – le chiese mentre si vestiva

– No lasciami il tuo ti chiamo io.. dai non fare quella faccia.. vieni qua.. dammi un bacio.. ti chiamo la settimana prossima.. ce ne andiamo al cinema se ti va

Mohamed alle quattro meno dieci era in mezzo alla foschia amara della bassa padana, afosa, velenosa e schifosa: solo e innamorato. Per fortuna aveva insistito ad usare la sua macchina altrimenti lei l’avrebbe lasciato come un pirla in mezzo alla strada di quel sobborgo umido e triste senza la possibilità di tornare a Milano prima di chissà quale autobus da prendere chissà dove.

La comodità della macchina, una berlina da commendatore blu ministeriale gli diede un po’ di conforto. “ Finalmente una donna bella e intelligente, peccato sia completamente pazza. Speriamo che richiami. Sono un commercialista “ pensò “il miglior commercialista negro di Milano, forse anche l’unico, ma ciò non toglie che lo sia” lo disse per darsi coraggio, ma quella notte aveva alterato il suo equilibro.

Lucia si addormentò.

Alle sette e mezza suonò di nuovo la sveglia.

Fece una colazione abbondante e un bagno caldo, si infilò un gessato grigio da uomo, ne aveva sei identici, una maglietta bianca, scarpe da tennis bianche di tela come tutti i giorni. Il suo abbigliamento prevedeva poche varianti: il vestito per il lavoro; i pantaloni di cotone blu e la giacca di pelle per quando usciva. Maglietta e scarpe da tennis bianche andavano bene per entrambe le occasioni.

Alle nove era nel suo ufficio della banca d’affari, padrona delle sue azioni.

La sua scrivania era sgombra da qualsiasi oggetto, lo sfondo dello schermo era completamente nero.

Mario, il suo capo, si dimenava nervoso, sfogliava “il sole 24 ore” accartocciando le pagine senza leggere nemmeno i titoli da circa quaranta minuti. Doveva fare il colloquio di valutazione a Lucia un momento che odiava, il momento che odiava.

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Racconti possibilmente umoristici
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