MIO NONNO TUPAMAROS

Era il 1972, avevo 7 anni, stavo mangiando la pasta col pesto in un ristorante vicino Milano: poteva essere Segrate, la pasta faceva schifo, l’ avevano fatta col prezzemolo invece che col basilico.

Fu allora che ebbi la notizia dell’arresto di mio nonno. Le imputazioni erano associazione sovversiva, banda armata, importazione abusiva di armi da guerra e svariati reati finanziari.

Mio nonno somigliava ad Al Capone era sempre elegantissimo: vestito in tre pezzi anche in piena estate, cravatta o più spesso papillon, fiore immancabilmente all’occhiello intonato con la cravatta. Era sempre vestito così: in casa, si toglieva soltanto la lobbia. Si alzava a mezzogiorno, si vestiva di tutto punto, mangiava e poi faceva la pennica.

Quando passeggiava per la sua piccola città degli appennini tutti si scappellavano e lo chiamavano Don Berardo.

Sul fatto che mio nonno fosse uno dei capi dei Tupamaros, anzi il capo supremo dei tupamaros, come sosteneva l’accusa, non avevo il minimo dubbio, mi sembrava una cosa quasi ovvia. A sette anni ero molto fiero di avere un nonno terrorista.

 

La storia del nonno come me la sono immaginata io

Mio nonno si trovava a Montevideo per un torneo internazionale di Bridge, col bridge andava fortissimo, faceva coppia con una donna bellissima che si chiamava Astero, era di Atene, dicevano fosse la sua amante.

In una pausa del torneo notò un signore distinto con un avana tra i denti che cercava di accendere con un accendino che non funzionava.

Mio nonno gli porse il suo senza dire nulla. “Le parole ci dividono, le azioni ci uniscono” disse lo sconosciuto. “ Molto piacere Raul Sendic”

Mio nonno divenne molto amico del fondatore dei Tupamaros tanto da diventare il tesoriere del movimento. L’abilità finanziaria e commerciale del nonno contribuì a consolidare le casse del partito.

Pur essendo ostile alle armi, partecipò al rapimento del potente manager bancario Pereyra Rebervel occupandosi soprattutto della logistica e procurandosi il locale dove imprigionare l’ostaggio.

Nel 71 mio nonno Berardo organizzò il piano spettacolare che consentì l’evasione di più di cento militanti dal carcere di Punta Carretas.

Arrestato a Roma nel 72 fu accolto dai carcerati di Regina Caeli con un lungo applauso, Curcio l’allora capo delle brigate rosse volle conoscerlo personalmente e si appartava spesso con lui per parlare di politica internazionale.

Nel 73 durante un trasferimento, mio nonno riuscì a distrarre la scorta ed evadere dandosi alla latitanza. Imbarcatosi clandestino in un cargo diretto in sud america approdò a Cuba nel 74 dove fu accolto da una folla in tripudio e diventò consigliere finanziario di Fidel Castro.

Nessuno ha notizie certe sulla sua morte, dicono sia ancora vivo oggi all’età di 110 anni.

 

La storia di mio nonno come è andata veramente

Mio nonno era andato in pensione e non sapeva bene come passare la giornata.  Andava spesso a trovare un suo compaesano commercialista per discutere di tasse ma soprattutto per fare due chiacchiere.

Il commercialista aveva un cliente che aveva riciclato del danaro per conto dei Tupamaros, movimento di cui mio nonno ignorava persino l’esistenza. Misero sotto controllo il telefono del commercialista, di mio nonno e del cliente tupamaros. Una conversazione tra mio nonno e il commercialista fu mal interpretata dal magistrato e mio nonno finì a Regina Caeli.

Quando fu liberato, una ventina di giorni dopo, il nonno mi raccontò che i detenuti erano sati molto gentili con lui, che ebbero pena per quel povero vecchio spaesato che non sapeva nemmeno farsi il letto, ciascun di loro, disse mio nonno, aveva un uccellino che andava a trovarli passando attraverso le sbarre della prigione e mangiava nelle loro mani.

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Racconti possibilmente umoristici
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