Il Cimitero in Patagonia


Sono morto come un cretino, una domenica mattina, mentre mi allenavo in palestra: infarto. Volevo dimagrire e, bisogna ammettere, ha funzionato alla grande,  di lì a poco avrei perso un sacco di peso. Vi sarete sicuramente chiesti cosa succede dopo morti. Beh, ve lo spiego io: iniziate col togliervi dalla testa cori di angeli, reincarnazioni, fiumi di latte e miele, vergini tirolesi discinte e disinibite. Non ho mai capito come faccia la gente a credere in frottole del genere. Dopo morti è come guardare la televisione. Ecco com’è. State lì stecchiti e tutto vi scorre davanti, come un film già visto ma che non vi ricordate tanto bene. Avrete poco di cui preoccuparvi se non contemplare l’eternità e cercare di capirne il senso. Col tempo scoprirete che anche la vostra stupida vita aveva un significato. Persino le cose più cretine. Soprattutto le cose cretine.
Mi godevo lo spettacolo del mio funerale:  fui sorpreso di notare che c’erano ben quattro persone: Fabio, Laura, Tiziana e Aldo, mio padre.Dopo il funerale quelli delle pompe funebri chiesero ai miei amici che cosa volessero fare del mio cadavere.Nel silenzio generale Fabio disse. “Lo prendo io lo porto in Patagonia”
“Cazzo Fabio, era una stronzata” avrei voluto dirgli, ma come sapete ero morto quindi non avevo voce in capitolo.

In Cile c’eravamo andati assieme anni prima, riaffiorò quel ricordo: si sentiva solo scorrere quel fiume immenso e azzurro, ci sedemmo sottovento davanti ad una baracca di legno tinta di blu, sopra ci stava scritto in rosso Iglesia Universal: davanti a noi solo mucche e un piccolo cimitero con le croci sghembe, l’erba alta e  fiori di malva.
Lasciammo le canne da pesca nella macchina e tirammo fuori le tortillas, le avevamo comprate da una vecchia lungo la strada assomigliavano molto alla tigelle che si mangiano a Modena.
Salame non ne avevamo, c’era solo del formaggio, ma in compenso aprimmo una bottiglia di ottimo Malbec comprato per pochi pesos.
Potevo sentire ancora, da morto, la fragranza delle tortillas ancora tiepide e il sapore amaro di quel vino, come in uno di quei sogni riusciti bene.
E così dopo una lunga sorsata dissi “Fabio, quando crepo è qui che voglio essere seppellito”.
Mai avrei immaginato che qualcuno potesse prendermi sul serio.
I miei amici guardarono Fabio “ Vengo anch’io” disse Laura, era una delle poche donne del nostro corso di laurea quindi  si sentiva in dovere di bere più di noi, scopare più di noi, fare il bagno nuda nelle rapide dell’Adda  d’inverno se qualche imbecille del giro avesse fatto una simile idiozia, dunque, anche adesso con marito e figli, non era cambiata.
Fabio sorrise. Gli altri due si guardarono.

“ma come ce lo portiamo?”  chiese, con ragionevole perplessità Aldo, mio padre.

“Lo cremiamo e portiamo lì le ceneri” fece Tiziana, pragmatica, era la mia ex fidanzata. Ci eravamo lasciati solo perché io mi dovevo  trasferire in Belgio e lei, commissario di polizia, non poteva spostarsi. Una decisione molto logica senza liti né lacrime.

“Ma a lui sarebbe andato bene lo stesso?”

“Ma che vuoi che gliene fregasse è sempre stato ateo, e poi è l’unico modo”

“Ci portiamo l’urna in aereo affittiamo un fuoristrada e lo portiamo nel suo cimitero”

“Allora venite tutti?”

Restarono in silenzio  due secondi poi, visto che mio padre si era distratto, si misero a ridacchiare: begli amici.. ridevano al mio funerale.

–  Posso venire anch’io? Ah, mi dovreste prestare i soldi del biglietto.. ma in cambio guido, cucino..mi renderò utile-

Irene era in ritardo anche al suo esame di laurea, sostenuto l’anno prima, figuratevi se arrivava puntuale al mio funerale.

Tutti la guardarono con curiosità: mi assomigliava e portava un bracciale di turchese uguale quello che indossava la mia salma. Doveva essere una di famiglia.
Si voltarono verso Fabio, quello che mi conosceva meglio. Lui si sentì in dovere di dare comunque la sua opinione, come quando chiedi un’ indicazione stradale a un indiano e lui, non sapendo assolutamente dov’è il posto dove devi andare, te lo dice lo stesso e ti manda chissà dove.
Quindi abbassò gravemente il capo in senso affermativo. Del resto Irene era giovane e carina così furono contenti di portarsela dietro  pagandole il biglietto: era gente che non badava a spese.

Non vi racconto il loro viaggio, sarebbe il solito road movie con il cadavere appresso. Un film già visto. Cambiamo canale e passiamo direttamente al momento in cui si misero a scavare per seppellirmi.

Mi venne in mente un pensiero, come in quei momenti in cui lo sai che stai sognando e cambi volontariamente il corso del sogno. Non so se il prete che uscì da quella chiesa fosse il mio fantasma o fosse un uomo vero ma si comportò proprio come avrei voluto che facesse.

Sparò in aria con una doppietta calibro 12 e urlò ai miei amici:

–         Che state facendo? figli di puttana!-

–         Ci scusi padre, volevamo seppellire le ceneri di un nostro amico, pensavamo che il cimitero fosse abbandonato- Fabio, il diplomatico.

–         Abbandonato un accidente! È il cimitero della mia chiesa. Comunque scusate. Credevo foste profanatori di tombe. Da dove arrivate?-

–         Da Milano in Italia: eravamo intenzionati ad esaudire le ultime volontà del defunto – Tiziana la funzionaria.

–         Di che religione era?

–         Veramente era ateo, possiamo seppellirlo lo stesso?- Irene, l’incauta.

–         Certo che potete seppellirlo, la mia chiesa si chiama Iglesia Universal proprio per questo: accoglie tutti. Però un morto mica si seppellisce così a cavolo. Ci vuole un funerale: ve lo organizzo io per duecento pesos.

–         Per noi va bene, mi sembra un prezzo onesto, come funziona?- Aldo, conclusivo.

–         E’ una cerimonia semplice io recito il padrenostro e facciamo tutti la comunione con una tortilla e un bicchiere di vino. Quindi voi dovrete pronunciare ciascuno un breve discorso raccontando del vostro amico: chi era, che faceva, perché eravate amici…cose così. Alla fine io recito il requiem e lo seppelliamo. Se qualcuno sa suonare in chiesa c’è una pianola, dovrebbe funzionare ancora.

–         Suono io! – disse Irene felicissima di rendersi finalmente utile.

Un altro funerale dunque! Bene. Ero pronto per lo spettacolo.

2

Conclusa la trattativa tutti entrarono in chiesa. Il prete appoggiò il fucile in un angolo,  indossò i paramenti sacri, accese le candele.

La chiesa era talmente piccola da sembrare affollata con quattro persone: Irene si mise alla pianola, un vecchio organetto Bontempi, attaccò con alcuni pezzi lenti dei Queen. Non pensavo fosse così brava: la gente poteva finalmente piangere. Si era guadagnata il viaggio.

Dopo il padrenostro il prete benedisse le tortillas, e le distribuì assieme a generose tazze di vino rosso, mentre Irene suonava, mi pare, qualcosa dei Pink Floyd.

Quel prete stava facendo un buon lavoro, si era guadagnato i suoi 200 pesos: un funerale come dio comanda.

Potrei chiudere con questa immagine ma non mi sono scomodato dall’oltretomba solo per farvi assistere ad una melensa esibizione di anime belle. Se vi racconto questa storia è solo per spiegare  a voi ancora vivi quel poco che per ora ho capito sulla vita e sulla morte e sugli amici.

Quindi vado avanti.

Il prete diede la parola a mio padre per il suo discorso: era il più anziano e il parente più prossimo, una scelta ineccepibile.

“Prima di tutto vorrei ringraziarvi per quello che state facendo per mio figlio e per avermi portato con voi. In particolare Irene, con la sua bella musica. Nel suo sguardo vedo riflessi gli occhi di mio figlio e la continuità della mia vita.

L’avevo chiamato Antonio come Antonio Gramsci. Era un bambino tranquillo che non socializzava molto, ma non era nemmeno tonto, come volevano farmi credere le sue insegnanti. Non sembrava avere alcun interesse particolare, si adattava a tutto senza esprimere conflitti, ma mi sembrava ricettivo e interessato a quello che ascoltava.

Una domenica pomeriggio avrà avuto dieci anni, stavamo passeggiando vicino a San Siro, passammo davanti all’ippodromo, quello del galoppo. Si fermò a guardare la statua del cavallo e gli chiesi se voleva entrare.

Rimase affascinato dallo spettacolo delle corse e mi chiese di riportarcelo la domenica successiva.

Ero in un periodo di depressione: lavoravo come capo del personale di una multinazionale: il mio lavoro era quello di licenziare la gente. Avevo anche iniziato un attività di import export con i paesi dell’est per fare qualcosa che non fosse in conflitto con i miei ideali, ma non riuscii mai a farne una professione. Anche i rapporti con mia moglie erano conflittuali: per colpa del mio malumore.”

Sono d’accordo eri veramente  pessimo.

“Così portavo volentieri Antonio all’ippodromo ogni domenica. Ero felice di aver trovato qualcosa che lo interessasse e di potermene stare tranquillo a leggere sulle panchine all’ombra degli alberi lontano dal lavoro e da sua madre. Antonio intanto girava per l’ippodromo per conto suo con un notes e una penna a prendere appunti su chissà cosa. Credevo giocasse.”

Lavoravo, altro che giocare! Con dei genitori simili era meglio mettersi in proprio prima possibile. Pensai

Capì quel che stava facendo solo quando fui convocato dal suo preside delle medie, perché  aveva organizzato un giro di scommesse clandestine nella sua scuola.

Cercai di difenderlo dicendo che era colpa mia e che avevamo problemi in famiglia.

Se la cavò con un paio di giorni di sospensione.

A casa cercai di convincerlo a restituire il denaro ai suoi compagni.

Mi disse: “Papà puoi far riassumere le persone che licenzi? Non è facile guadagnarsi da vivere senza portare via qualcosa agli altri. La gente è obbligata a comprare il pane ma non è obbligata a scommettere sui cavalli.

Mi resi conto allora che Antonio era un ragazzo intelligente: ragionava con una logica materialista, forse ero riuscito a trasmettergli qualcosa del pensiero marxista. Anche se non saprei come collocarlo politicamente posso dire che aveva una sua etica: aveva un senso della misura nell’accettare scommesse da chi non poteva permetterselo. Mi disse che avrebbe studiato per aprire un proprio picchetto legalmente. Poi invece è andato a lavorare in banca, credo, non so se sia un mestiere più o meno onesto del bookmaker, a dire la verità di questi tempi ho le idee molto confuse su ogni cosa, ma sono sicuro che lui è rimasto lo stesso, un ragazzo onesto e intelligente, che aveva idee proprie che ascoltava gli altri senza per questo farsi condizionare.”

Poi non riuscì o non volle più dire nulla.

3

Prese quindi la parola Fabio, mio ex compagno di scuola, un attore di successo, sarebbe stato degno delle aspettative?

“Non so se ad Antonio importasse veramente essere seppellito qui in Patagonia piuttosto che al Musocco o in qualsiasi altro cimitero delle tristi piane lombarde. Egli non credeva alla vita ultraterrena ed era uomo pratico che disprezzava inutili rituali.

Allora perché seppellirlo quaggiù affrontando questo lungo viaggio?”

Già perché?- pensai- spiegaglielo a questi poveri disgraziati cosa te li sei trascinati a fare in capo al mondo-

“ A lui non sarebbe importato dove l’avremmo inumato ma sarebbe stato lieto di dividere con voi la pace assoluta di questo luogo che abbiamo condiviso in vita in uno dei nostri viaggi.

Qui siamo irraggiungibili,  c’è solo vento, polvere sole e fango.

Durante il viaggio siamo diventati amici.

Qui, siamo lontani dalla menzogna.

Qui possiamo ricordarlo degnamente.

Conobbi Antonio all’ultimo anno del liceo classico Tito Livio, proveniva da un’altra scuola.

Sembrava un ragazzo schivo, vestiva  abiti desueti, era di poche parole. Ci sembrò un po’ tonto.

Ce la mettevo tutta, ma dovevo veramente sembrare davvero  uno sfigato.

Una mattina durante una lezione di filosofia, particolarmente noiosa, uscì dalla classe senza dare spiegazioni. Al rientro la professoressa gli chiese dov’era andato. “a bermi un bianchino” disse serafico. La professoressa gli ricordò che non era educato allontanarsi durante le lezioni, tantopiù per andare ad ubriacarsi. Il giorno dopo si presentò a lezione con una valigetta 24 ore. Ne estrasse una tovaglia a quadri, stoviglie, bicchiere, un involto contenete due etti di mortadella, pane pugliese ed una bottiglia di lambrusco secco.

Si mise tranquillamente a mangiare durante la lezione di filosofia.

La  professoressa non volle dargli soddisfazione commentando quella messa in scena e pensò invece di interrogarlo sulla lezione precedente.

–         Barozzi: mi parli del distacco di Nietzsche rispetto alla filosofia di Schopenhauer?

Antonio parlò brevemente delle tesi spiegate dalla professoressa il giorno precedente e cioè del superamento del nichilismo di Schopenhauer da parte di Nietzsche.

Poi aggiunse.

–         Signora professoressa, questa è la dottrina prevalente: è la solita cosa che c’è scritta sul libro e che lei ripete da anni guadagnandosi onestamente i soldi dell’affitto. Se mi consente vorrei esprimere anche il mio punto di vista. A mio parere il punto focale d questo distacco è il concetto di “dionisiaco”

Parlò per quaranta minuti citando Popper, Colli, Evola e l’antipsichiatra inglese David Cooper.  Terminò con questa ultima citazione: “Potrei credere solo ad un dio che sapesse danzare.
E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità – grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide.”
Mi piace credere che fu proprio quella citazione ad aiutarmi a scegliere la mia strada: il teatro.”

La storia della mortadella me la ricordo, è autentica, ma all’interrogazione me la cavai con sei e mezzo, non mi pare di essere stato così brillante.

“Credo che Antonio come me, malgrado il suo carattere riservato, fosse animato da uno spirito istrionico.

Gli proposi una volta di recitare ma mi rispose. “Il teatro? è l’ultima cosa che vorrei fare.”

Non si riusciva mai a capire se scherzava o diceva sul serio. Ma credo che per lui fosse la stessa cosa.

Fino a quando non ho conosciuto Tiziana, al primo funerale,  ho sempre pensato che fosse gay.”

 

Davvero pensavi che fossi finocchio? Oh perbacco!

“ In tanti anni che lo conoscevo non l’ho mai visto guardare una donna, né me ne ha mai parlato.

Quella mattina al liceo conclusa l’interrogazione chiesi: “Professoressa che voto gli darà?” Mi guardò “ Non lo so. Lei che voto gli darebbe?”

Non ho saputo rispondere, e non so nemmeno rispondere adesso, Antonio il mio migliore amico è rimasto per me un mistero.”

4

Si avvicinò Laura all’altare, bellissima nonostante avesse già superato i cinquanta: sembrava la più emozionata: tremava come una foglia, ebbi come il presentimento che le grandi rivelazioni non erano finite.

Non la vedevo da più di vent’anni, sapevo solo che era diventata una famosa designer. Dirigeva una grande azienda di divani. Ero sorpreso che fosse venuta già al primo funerale, e adesso perché era così  emozionata? Fece per allontanarsi. Il prete l’ha abbracciata forte e l’ha riporta al suo posto vicino l’altare. Era un vero professionista.

“Ero innamorata di lui, dalla prima volta che l’ho visto, l’ultimo anno di liceo.”

Si era di nuovo interrotta  Pianse. Io invece finalmente capii. Ecco chi ero: un idiota.

Se  la mia testa non fosse stata ormai un mucchietto di cenere e avessi avuto un muro a disposizione ce l’avrei fracassata contro.

Ma ero morto e da morto la cosa mi lasciava abbastanza indifferente.

“Era inaccessibile: bello, elegante con la sua giacca inglese di tweed e le scarpe di cuoio grasso. Sono convinta che fosse un dandy, un esteta un uomo troppo lontano da noi intellettualmente.  Sono convinta che mi disprezzasse, che mi ritenesse sciocca e frivola.”

In realtà non osavo nemmeno rivolgerle la parola: era troppo bella e troppo sicura la corteggiavano tutti. Non la guardavo neanche: non potevo permetterlo.

“No, non era omosessuale Fabio, ho avuto una storia con lui i primi anni di università. Abbiamo fatto l’amore… a Lisbona.”

Forse aveva esagerato col Peyote la sera prima, si stava inventando tutto.  Doveva essere sempre la protagonista assoluta: quella che ne sapeva più degli altri. Se si parlava di pesca sportiva ,lei ti diceva che  in un’altra vita era stata una carpa. A un funerale, era logico, come minimo si era scopata il morto ed era l’unica a conoscerne tutti i più intimi segreti.

“E’ finita perché beveva troppo. Lo capisco perché da qualche anno anch’io, dopo aver messo a letto i miei figli, dopo che mio marito si è addormentato, vado in cucina e mi scolo mezza bottiglia di Obam.. “Allontana l’ansia.” mi aveva detto Antonio quando gli chiesi perché beveva tanto. Ho paura. Ho paura che possa succedere qualcosa ai miei bambini, ho paura per mio marito, per gli operai della mia fabbrica di divani. Ho paura di morire e lasciarli soli e disperati.”

Pianse di nuovo stavolta non ce la faceva più, il prete ha capito e le ha versato un’altra generosa porzione di Malbec. E che altro poteva fare? Poveretto.

5

Tiziana non era agitata:  ci voleva altro che un paio di  funerali per turbarla.

“Ho conosciuto Antonio sul lavoro. Una storia di riciclaggio. Aveva diversi conti correnti in banche estere. L’ho interrogato. Rispondeva con semplicità e precisione: una persona solida. E innocente, anche se non ho mai capito bene quale fosse il suo lavoro. Diceva che faceva trading sulle valute. Sarà. Non mi interessava. Evidentemente lavorava in proprio perché piombavo a casa sua a qualsiasi ora del giorno o della notte, stanca, tesa, dopo ore di lavoro massacrante. Lo trovavo sempre. Un porto sicuro. Apriva una bottiglia di vino, accendeva il camino oppure d’estate mi offriva del cocomero o dei fichi. Mi toglieva la divisa e mi massaggiava le spalle o i piedi. Potevo appoggiare la testa sulla sua spalla e sentirmi piccola. Protetta.  Era rassicurante. A volte, ma solo se gli facevo capire che ne avevo voglia, facevamo l’amore.”

Il problema era che ne aveva sempre voglia ed era lei a togliersi la divisa appena entrava in casa. Io non avevo il tempo di prendere alcuna iniziativa e, nonostante negli ultimi tempi spendessi una fortuna in Viagra, non sempre riuscivo a tenere il ritmo.

“Mi ascoltava per ore senza mai esprimere giudizi o opinioni personali, tutt’al più faceva qualche domanda. Mi faceva stare tranquilla. Non saprei che altro dire, la nostra storia è durata tre anni: è stata una storia come tante altre, le vacanze al mare, le cene al ristorante, la spesa al supermercato. Ognuno viveva a casa sua ma il fine settimana lo passavamo assieme. Alle volte mi sembrava forse un po’ troppo distaccato, mai un litigio, mai un accenno di gelosia, mai che fosse lui a prendere chiaramente l’iniziativa. Però stavamo bene era un rapporto sereno.”

Lo ammetto con lei  un pochino mi annoiavo.

6

“Vi ringrazio tutti di avermi pagato il biglietto per venire qui – disse Irene- sembro un po’ tonta ma mi sono accorta che forse qualcuno di voi ha pensato che fossi la figlia di Antonio, mi dispiace per il malinteso. Ero la sua amante.

In compenso devo dirvi che sono incinta. Potrebbe essere che il bambino sia suo, quindi potrebbe anche darsi che avete pagato il biglietto a qualcuno di famiglia e non abbiate buttato via i vostri soldi per una scema come me.”

“ Ma no Irene sei dei nostri” disse diplomaticamente Fabio, seguirono altri attestati di stima e incoraggiamento.

“Facevo la cameriera in un ristorante di pesce sulla Grand Place a Brussel..

notai un signore di una certa età che leggeva il Corriere seduto a un tavolo e rideva. Mi rivolsi a lui in italiano. “Portami quello che ti pare” diceva sempre. Veniva spesso, lasciava buone mance..era gentile.. delle volte mi invitava al cinema, a bere una birra o a fare piccoli viaggi nei dintorni, credo si sentisse solo…non è che ci provasse. Sono stata io una volta che una sera ho deciso di restare a dormire da lui… non so mi andava… ho dovuto chiedergli se gli andava di darmi un bacio.. se fosse stato per lui non mi avrebbe nemmeno toccata…

Beh io avevo anche altre storie…ovviamente, ma credo che lui lo sapesse e non gli importasse…eravamo amici..

Delle volte gli domandavo delle cose vecchie.. di quando lui era giovane.. tipo le brigate rosse.. gli anni ottanta.. .. lui si divertiva a raccontarmi lunghe storie inventate dove.. metti… che Tognazzi era il capo delle brigate rosse o ..di uno strano Papa veneto mezzo matto che è stato accoppato dai sui cardinali perché diceva troppe scemenze.. era .. uno che prendeva la vita come un gioco e non dava importanza alle cose.. beh era una brava persona, mi manca.”

La cosa per cui nella vita un uomo può sentirsi davvero soddisfatto di se stesso è dare piacere ad una donna o almeno farla ridere. A me quindi non rimaneva che inventare storie.

Il prete mandò tutti a posto e recitò il requiem.

“Figlioli, la messa è finita andate in pace, no, non è la solita formula: lo dico sul serio e ve lo auguro con tutto il cuore. Irene, per favore mentre usciamo dalla chiesa suonaci ancora qualcosa.

7

Irene suonò un pezzo più moderno, potevano essere i Radiohead.

Feci un rapido elenco di alcuni degli aggettivi utilizzati dai miei amici per definirmi: marxista, onesto, istrionico, omosessuale, esteta, elegante,  solido, rassicurante, noioso, solo, burlone..

Quello ero io?

Irene smise di suonare.

Uscì lentamente dalla chiesa.

Aprì la borsa, cercò il fazzoletto.

Lo specchio, le stava per cadere.

Cercò di attutirne la caduta alzando un ginocchio.

Lo specchio rimbalzò prima sul ginocchio poi su un tronco, infine cadde su un sasso aguzzo.

Lo specchio era rotto ormai, il vento aveva spazzato via le nubi,  il sole obliquo splendeva sulle  schegge luccicanti.

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Racconti possibilmente umoristici
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