L’ombrello di J W Stilton

Entrai infreddolito e fui subito investito dall’odore del rafano e della birra acida, la bitter: quella sbobba aspra e calda alla quale non mi ero ancora abituato,  ne ordinai una  solo perchè agli inglesi piaceva che gli stranieri condividessero la loro passione per quella schifezza.

Mi avevano detto che lo avrei trovato in quel piccolo pub dietro Fenchurch street dove era più facile, dopo qualche pinta, trovarlo un po’ meno inacidito che nel  palazzone in vetro e allumino dei Lloyds.

Infatti JW Stilton era lì e parlava con Kate, una broker sui trentacinque abbastanza navigata da non farsi intimorire.

Alta quasi come Stilton, gambe nude, ginocchia arrossate dal freddo, piedi bianchi solcati da vene di antigelo azzurro che entravano e uscivano dalle scarpe nervosamente.

La conversazione si era animata: J W ha strappato dalle mani di Kate il contratto e gli ha dato fuoco con l’accendino, buttando i restii  in un secchio di metallo accanto a lui.

Kate si era alzata imperturbabile dicendo:

         beh ci si vede Jim, speriamo nella prossima volta

Chiamava Sir James Stilton soltanto “Jim” e già questo sottolineava una distanza abissale tra me e lei.

         Tocca a lei signore

Ho sentito una sfera di ghiaccio nello stomaco.

–           Come ti chiami? di dove sei?

         Luca Basso, sono di Milano

         Milano, si, devo averla bombardata durante la guerra, bella città. Ma basso non vuol dire tappo?

         Si, Basso, in effetti, vuol dire piccolo.

         Che mi hai portato?

         Rivolte in Sudafrica, ma se vuole torno un altra volta

Eravamo alla fine degli anni ottanta: Johannesburg  e Cape Town erano infuocate dalla rivolta dei neri.

JW mi strappò dalle mani il contratto: mi aspettavo che le sue ceneri si sarebbero mischiate presto a  quelle del precedente nel secchio di latta.

Invece lo lesse, ci scarabocchiò sopra un numero con parecchi zeri, la sua firma e, di fianco,  una percentuale. Avrebbe intascato il 50% di tre milioni di sterline per assicurare delle proprietà in Sudafrica ma ne avrebbe pagati 15 se le cose si sarebbero messe male.

         Vai da Rodney Doyle, quel vecchio pervertito, mi odia ma se vede la mia firma è probabile che ci metta anche la sua con l’altro 50%. Prendi il mio ombrello che sta per piovere, e lunedì me lo riporti assieme al contratto con la firma del pedofilo per le ultime formalità.-

Volevo rifiutare l’ombrello ma il barista mi fece segno che era meglio di no. Corsi fuori a cercare Doyle.

Rodney Doyle si lisciava i capelli unti arricciati sul collo di una camicia color avorio che dieci giorni prima doveva essere stata bianca e soprattutto doveva aver avuto un odore migliore.

Dietro alla scrivania gagliardetti degli scout, a sessant’anni era ancora membro attivo di questa organizzazione, per adescare ragazzini, si diceva.

Come previsto, Rodney  non ci mise molto a firmare,  e  nemmeno io a filarmela felice con il contratto chiuso.

Di ritorno a casa in metropolitana ammiravo quello splendido ombrello: il tessuto sembrava seta, il manico di radica aveva intagliato una scena di caccia, sul calcio vi erano intarsiate, in argento, le iniziali JWS.

Arrivato a casa fui sorpreso di trovare il bagno libero, odorava dei diversi bagnoschiuma delle  ragazze che dividevano l’appartamento  con noi .Ma uscito dalla vasca constatai con raccapriccio che l’ombrello era sparito dal portaombrelli dove lo avevo messo.

Mi precipitai in soggiorno: Franca una sarda piuttosto ombrosa si stava radendo pacificamente le gambe con l’epilady, un arnese orribile molto di moda ai tempi. Lena stava facendo i conti della spesa era la nostra addetta alla fureria e contabilità, con 20 sterline alla settimana riusciva a dar da mangiare a 5 persone. Veronique non c’era. Manolo si era svegliato da poco, faceva il portiere di notte.

–          Ragazzi qualcuno ha visto un ombrello nero?

Dissi senza nemmeno salutarli, in preda al panico.

–          L’ho dato a Sky

–          A Sky?! Manolo ma sei scemo.

–          Era con il Pollo, nevicava..

Sky stava per Skybrain, una che quando il convivente la picchiava, cioè almeno due volte alla settimana, dormiva da noi. Le atre tre le facevano posto nel letto matrimoniale che dividevano.

Scriveva su un quaderno ogni cosa che faceva.

“Ore 18.30 ora mi fumo una sigaretta. Ore 18, 35 ora spengo la sigaretta.” Cose così.

Avrà avuto 17 anni ma aveva già un figlio: il Pollo appunto, un povero bambino di un anno pallido e minuto al quale eravamo tutti molto affezionati. Viveva con Tom un piastrellista ubriacone di quarant’anni, brava persona da sobrio ma violento da sbronzo, cioè quasi sempre.

Il Pollo era l’unica tesi difensiva che avrebbe sottratto Manolo alla mia esecuzione

–          Beh, se è per il Pollo, ti capisco, ma io sono un uomo finito non è che magari sai dove sono andati?

–          Andavano a fare un po’ di spesa poi tornavano da Tom, rilassati sento che l’ombrello è al sicuro,  ceniamo poi andiamo da lui e ci facciamo restituire l’ombrello.

Manolo si riteneva un sensitivo, arrotondava lo stipendio leggendo le carte e facendo l’oroscopo alla gente del quartiere: Notthing Hill, ai tempi era un sobborgo di neri.

Io dubitavo un po’ delle facoltà paranormali di Manolo ma Sky chissà dov’era: tanto valeva cucinare e andare da Tom dopo cena.

Mi occupavo io della cucina e mi toccava smaltire le abbondanti scorte monotematiche acquistate a prezzo di ingrosso da Lena. Ero nel pieno del mio periodo Porrista, dovevo smaltire due cassette di porri: la sera prima avevo fatto maiale stufato con mele e porri, il giorno precedente  frittata di porri quella sera, che era venerdì, avrei fatto zuppa di cozze con  porri e zafferano.

–          Veronique viene a cena?

–          Boh, non ha avvertito magari fai un po’ di più che mangia dopo

Vero, lavorava sulle navi da crociera come cameriera, viaggiava sei mesi poi sbarcava, si godeva i soldi del viaggio per altri 5-6 mesi e poi si reimbarcava. Quando era a terra comunque era abbastanza stralunata soprattutto i primi giorni dopo lo sbarco e dio sapeva dove andava e quando tornava.

Mangiata la zuppa e spiegata agli inquilini la fondamentale importanza dell’ombrello nella mia vita, Manolo ed io ci avviammo verso casa di Tom.

–          Compriamogli quattro birre, servirà ad ammansirlo se è incazzato.

–          Hai ragione Manolo

–          Io ti ho messo nei casini e ora ti ci tiro fuori

Tom era seduto in poltrona e guardava la partita, gradì molto le birre ma Sky non c’era e nemmeno l’ombrello. In compenso il Pollo era lì: sembrava felice, mangiava Nutella servendosi dal vasetto con le mani, era tutto sporco.

–          Quella puttana è andata con Maria a casa del suo ragazzo a cambiarsi e poi vanno a una fottuta  festa

–          Il suo ragazzo attuale chi sarebbe? è una settimana che non la vedo

Dissi io

Maria era una ragazza di Vicenza i cui genitori la pensavano ad un convitto di suore. In realtà Maria aveva un debole per i neri, soprattutto se grandi, grossi e pericolosi cambiava fidanzato ogni dieci giorni provocando gravi problemi di ordine pubblico in tutto il quartiere.

–          Ora sta con Francisco, lo conosco io, sta a All Saints Road

Fece Manolo

–          Oh Merda

All Saints Road era veramente tosta: i tassisti rifiutavano di portatici, almeno di notte, si spacciava a livello di ingrosso e le risse con le stecche da biliardo dell’ameno pub locale erano molto pittoresche.

Difatti nel famoso pub era in corso una retata: botte manganellate, urla: filammo veloci per le scale della casa di Francisco.

Francisco era un gigante nero, però sembrava amichevole: si produsse in un lungo saluto rituale con give me five e strette di mano incrociate.

–          Sono andate alla festa da Freddy sta qui vicino ti do l’indirizzo, interessa dell’erba?

–          No grazie, c’è in giro la polizia

–          La polizia è qua per il pub, anfetamine, eroina, coca, armi, eventualmente puttane, se minorenni: non è interessata alla mia erba, io ti dò l’indirizzo di Freddy ma voi mi date una mano a me. E’ buona ve la faccio assaggiare.

Non era buona: era ottima. Alla fine ne comprammo mezzo etto, del resto non potevamo presentarci ad una festa a mani vuote. Comunque dopo l’assaggio ridevamo come due cretini e la paranoia mi era un po’ passata.

–          Che facciamo Manolo?

–          Andiamo alla festa, prendiamo l’ombrello e ce ne andiamo.

–          Ma non siamo invitati.

–          Ma noi abbiamo mai mandato via qualcuno che si presentasse a una nostra festa e per di più con un bel regalo?

–          No, effettivamente no, andiamo.

La festa era nell’area elegante di Portobello Road in una casa a tre piani dove viveva Freddy, la sua fidanzata e un’altra coppia.

Era una bella casa elegante, Freddy doveva passarsela bene.

Venne ad aprici Rita, una nostra amica, era vestita stile anni trenta: era una fottuta festa in maschera.

–          Rita che ci fai qua? Possiamo imbucarci?

–          Che ci fate voi? venite dentro non c’è problema.

Maria c’era ma era strafatta. Disse che l’ombrello l’aveva preso un certo Arnold. Chi era Arnold? .

–          Arnold è un ladruncolo, circa cinquant’anni, si fa di colla e abitava in uno squat. Meglio non andare a cercarlo lì, è un posto piuttosto pericoloso appena sotto il fiume: lui vende tutta la refurtiva a Ben che è quello che ha la bancarella di rigattiere proprio sotto il cavalcavia (di Portobello Rd) se vai lì presto domattina trovi sicuramente il tuo ombrello. Se dite che è vostro Ben ve lo ridà indietro, fa il ricettatore ma è una persona per bene e non vuole noie.-

Questa era l’autorevole opinione di Fred, che sembrava uno che sapeva stare al mondo.

–          Sentito Luca, stai tranquillo, godiamoci la festa poi domani mattina andiamo al mercato e ci riprendiamo l’ombrello.

–          Sarà ma io sono un po’ preoccupato.

–          Rilassati, sento che lo troveremo

Manolo sembrava divertirsi, c’erano un sacco di ragazze, era un bell’uomo, era simpatico e positivo. Ci sapeva anche fare, rimorchiava quasi sempre.

Praticamente il contrario di me.

In quel momento l’avrei ammazzato.

Io mi aggiravo mesto pensando a che scusa inventare con Stilton. Potevo dire che un incendio aveva distrutto la nostra casa e con essa l’ombrello. Magari avrei potuto appiccargli veramente il fuoco per rendere la cosa più realistica.

Quand’ecco che mi si avvicinò una ragazza, si mise a chiacchierare con una scusa, poi ne arrivò un’altra e subito un’altra, e poi un’altra ancora. Un autentico miracolo in breve ero la star della serata.

Manolo stava già limonando con una bionda, Patty, scoprirò più tardi.

Una delle mie fans si chiamava Olimpia era  una spilungona coi capelli corti e un decolté più grande di un tacchino. Essendo un ometto mingherlino ho sempre avuto un debole per questo genere di donne.

Dopo due chiacchiere sulla musica del momento, arrivammo presto ad un punto morto della conversazione.

–          Allora saliamo o cosa?

Mi disse Olimpia senza fare troppi giri di parole..

Sopra c’era uno stanzone con quattro letti singoli e cuscini sparsi per terra, mi sembrò di vedere  nell’oscurità qualche altra coppia.

Olimpia rispetto a me, un sedentario lombrico della city, era una tigre: stringeva, mordeva, graffiava si fermava con tempismo e poi riprendeva. Credevo che mi avrebbe ucciso, si decise a smettere alle sei di mattina: mi addormentai schiantato.

Mi svegliai che era già tardi, esausto e con il mal di testa . Di fronte a me c’era Patty in maglietta e mutande che fumava una sigaretta e mi guardava sorridendo.

– Ciao

–          Ciao

–          Tu devi essere il petroliere?

–          Il petroliere?

–          Manolo, il tuo amico, ha detto in giro a tutti che sei pieno di soldi, che sei figlio di un petroliere…

–          E’ per quello che sono arrivate tutte quelle ragazze. Che figlio di puttana

–          Un figlio di puttana, forse, ma è uno che conosce il senso dell’amicizia, mi ha detto che eri molto preoccupato e avevi bisogno di distrarti un po’ così ha pensato di aiutarti.

–          E Olimpia si è offesa? E’ per quello che è sparita?

–          Ma figurati. Non è il tipo. Si è fatta una risata. Doveva andare al lavoro: il sabato fa la commessa da Harrods. Solo che dovresti darmi la sua gonna, ci hai dormito sopra, gli ho prestato la mia perché non voleva svegliarti ma ora mi serve la sua per uscire.

–          Manolo?

–          E’ giù che fa colazione, ti aspetta per la storia dell’ombrello, ti spiace se vengo con voi

–          Ma allora è una cosa seria?

–          Mi piacciono le persone che pensano agli altri, Manolo ha fiducia nelle persone e nel destino: è ottimista. Mi piace è cool.

Manolo era con Freddy e signora aveva fatto amicizia . Quello che stavano bevendo sembrava succo di pomodoro.

–          Bloody Mary caro J R, quello che ci vuole dopo una sbronza

Disse Freddy porgendomi un bicchierone. Sua moglie una freak  un po’ più giovane di lui, molto carina, stava fumando la nostra marjuana pura da una lunga pipa da donna.

Erano ormai le dieci, speravo che l’ombrello non fosse stato ancora venduto.

–          Mi spiace, l’ha comprato ad una ragazza francese poco fa, aveva un grosso impermeabile giallo, magari se cercate in giro è ancora al mercato. Ve l’avrei restituito, sono un mercante onesto.

–          -si Ben ce l’avevano detto

Ero sconsolato e anche Patty sembrava aver perso le speranze, solo Manolo rimaneva fiducioso.

Perlustrammo il mercato per ore.

Ci fermammo in diversi pubs per parlare con i nostri amici e chiedere notizie sulla francese ombrelluta: all’epoca nessuno aveva il telefonino ed erano pochi quelli con il telefono fisso in casa, si condividevano gli appartamenti e il telefono era la fonte principale di litigi e seccature.

Così avevamo tutti un Pub di riferimento, andavamo quasi sempre là almeno per la prima birra della serata, così gli amici potevano trovarci o almeno chiedere informazioni al barista.

Manolo per tenere alto il morale della truppa offriva da bere ad ogni stazione di quella via crucis alcolica.

Ormai sbronzi incontrammo Gimondi. Gimondi era un aspirante rock star, suonava il basso elettrico nei Carter un ridicolo complesso rock che si esibiva in tenuta da ciclista.

Erano davvero fanatici della bicicletta anche nella vita e andavano sempre in giro vestiti in tenuta da gara rigorosamente in sella a bici da corsa.

Gli raccontammo la storia dell’ombrello, quand’ecco che ci sembrò di vedere una ragazza vestita in giallo con un ombrello simile a quello di JW salire su un autobus.

Gimondi si lanciò all’inseguimento, dovette darci dentro a pedalare perché l’autobus stava salendo su di un cavalcavia.

Lo trovammo quattro fermate più avanti che stava amabilmente parlando con la ragazza.

L’ombrello non assomigliava nemmeno lontanamente a quello di Stilton, ma lei era una fan dei Carter. Aveva riconosciuto Gimondi, era il suo idolo. A lui, che non se lo filava nessuna,  non sembrava vero.

Lo lasciammo sconsolati al suo idillio.

Tornammo a casa distrutti.

–          Hai visto Manolo? Non abbiamo trovato un accidente, nonostante le tue profezie del cazzo.

–          Ma io me lo sento, sento che lo troverai

–          Ma piantala almeno razza di imbecille

–          Smettetela, state tranquilli, è solo un ombrello

Cercava di comporre  Patty, stavo per mandarla a quel paese quando, aperta la porta di casa l’ombrello ricomparve miracolosamente lì nel portaombrelli dove l’avevo lasciato: lustro e perfetto.

–          Hai visto! Tu!, razza di miscredente, ateo, materialista, senzaddio

–          Cazzo, come è possibile?

Sopra l’ombrello sgocciolava, appeso all’attaccapanni l’inseparabile impermeabile di Veronique: quello che le avevamo visto addosso da sempre e che era stato per molto tempo oggetto dei nostri scherzi. Era un ricordo di un suo ex, un marinaio che a giudicare dal soprabito doveva essere stato alto più di due metri e pesare 120 chili, ce ne sarebbero state comodamente tre di Veronique lì dentro. A pensarci bene nessuna a Londra era tanto squinternata da andare in giro con un pastrano del genere.

–          L’ho preso io dal rigattiere. Ieri sera quando voi siete usciti le ragazze mi hanno raccontato tutto. Stamattina ero uscita per fare colazione e ho visto l’ombrello, c’erano le iniziali, non poteva che essere lui, l’ho comprato.

Alzò le spalle, sorrise e fece una piccola pernacchia, come usano i francesi.

Il lunedì irradiavo gioia nell’ufficio di Stilton: lui non fece caso all’ombrello che gli porsi trionfante, lo buttò distrattamente in un portaombrelli che ne conteneva una mezza dozzina: tutti uguali.

Gli chiesi dove l’aveva comprato.

Mi scrisse l’indirizzo di un piccolo artigiano di Myfair.

–          Se ti piace prendine uno dei miei, ci devi solo cambiare le iniziali

Sono passati vent’anni da quel giorno.

Ora vivo in una grande casa con il giardino, a All Saints Road:  il pub degli spacciatori lo hanno chiuso da tempo. E’ diventata una delle strade residenziali più eleganti di Londra.

La casa è moderna, odora di vernice e di mobili nuovi, l’ha arredata un architetto puzza-al-naso che costa una fortuna. .

Possiedo una mezza dozzina di ombrelli con iniziali LB fatti dallo stesso artigiano di JWS, che è morto qualche anno fa, siamo andati qualche volta a pescare salmoni assieme.

Se devo cercare qualcuno mi basta usare l’ i-phone che mi permette anche di lavorare senza quasi mai uscire di casa. Basta rispondere agli e-mail.

Ma se scorro la rubrica per cercare qualcuno con cui bere una birra non c’è nemmeno un nome da  chiamare.

Una volta mi ostinavo ad andare pub qui vicino sperando di incontrare qualcuno o scambiare due parole col barista: ormai mi sbronzo da solo di Scotch e non esco più: si fa prima, è più pratico.

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