Il destino è un cavallo che vince al fotofinish

1980
In una mattina di novembre me ne stavo seduta con due mie amiche su una panchina del parco Sempione di Milano in prossimità della fontana dell’acqua marcia.
In quegli anni la nebbia saliva anche in pieno centro, stavo guardando il vapore della fontana .
Avevamo bigiato, ricordo che ci stavamo passando una sigaretta fatta col Samson. Adesso in tabaccheria si trovano almeno venti tipi diversi di tabacco sfuso ma allora c’era quello, il trinciato per pipa del monopolio e il Clan, in un pacchetto scozzese che però non sapeva di nulla.
Giulia, fece l’ultimo tiro, spense la sigaretta sulla panchina e mi chiese “ Così ti piace Jacopino?”
“ Si, non lo so, deve essere per il modo che ha di tirarsi su la frangia quando parla in assemblea o per quel buffo accento emiliano, bello non lo è mica tanto”
Non ero bella nemmeno io: capelli biondi appiccicati alla faccia dove stavano sparse delle lentiggini, mi dicevano che somigliavo a Patty dei Peanuts, non mi pareva un gran complimento..
“Non è questo il problema è che secondo me è culo” disse Giulia.
“ Dici così perché non ti si fila, per me è solo imbranato” Questo fu il commento di Marta, più giovane di un anno, l’unica di noi tre ancora vergine, capelli cortissimi, pelle chiara, piuttosto timida coi ragazzi per via del complesso delle tette piccole.
Più che piccole proprio non le aveva, e ai voglia a dirle che a tanti ragazzi piacevano proprio così, o alla peggio non gli importava. Per Marta le tette erano un problema.
“Ecco ha parlato l’esperta” dissi.
Ridemmo.
“ Però magari la piccola stavolta c’ha preso- disse Giulia- se è solo imbranato un rimedio c’è: fargli sapere che ti piace. Così sa di andare sul sicuro e si disciula”
“ Mi sembra un bel piano” fece Marta incoraggiata dal giudizio di Giulia che consideravamo la più figa e la più scafata del gruppo.
“ mi pare che sia amico del Colnaghi, quello dei cavalli..”
Pochi giorni dopo il concupito Jacopo stava bevendo un bianchino al bar di fronte al suo liceo.
Aveva un conto aperto nel locale. Ogni tanto la barista glielo condonava perché Jacopo organizzava scioperi e occupazioni che per l’azienda si traducevano in incrementi considerevoli di fatturato dovuti al maggiore afflusso di studenti nell’esercizio.
Colnaghi entrò nel bar ordinò uno Stravecchio Branca e gli chiese di parlargli in privato.
Il Colnaghi era un tipo molto educato e formale, gestiva con discreto successo un’attività di bookmaker abusivo presso l’ippodromo di S. Siro con un giro d’affari di una decina di milioni di lire . Non si occupava di politica ma tra i due c’era una reciproca stima.
“Devo darti una dritta”
Jacopo pensò a un cavallo sicuro alle prossime corse, già altre volte gli aveva fornito informazioni simili che si erano rilevate quasi sempre affidabili.
“ Si tratta di Monica. Gli interessi”
“ Oh checcazzo sei sicuro?”
Ma la domanda non si poneva, l’affidabilità di Roberto Colnaghi era indiscutibile, come quella del Financial Times per un agente di cambio.
Tra la popolazione maschile del liceo avevo la fama di una facile, una specie di Messalina, fama sicuramente esagerata, ma riconosco che qualche elemento concreto c’era.
Nonostante mio padre fosse severissimo, tanto che non mi lasciava uscire quasi mai da sola, appioppandomi spesso un cugino ebete, ciellino e rompipalle, avevo già avuto diversi ragazzi .
Fortunatamente, a differenza di Giulia che i miei consideravano una ninfomane incline alla tossicodipendenza che mi avrebbe trascinato sicuramente alla perdizione, Marta, col suo angelico pallore verginale passava per una innocua brava ragazza e si prestava volentieri a coprire le mie avventure.
A casa sua ci si perdeva da tanto era grande e comunque i suoi non c’erano quasi mai, c’erano solo degli orrendi botoli di razza carlino inoffensivi, quanto la madre, che una volta mi aveva beccato in flagranza,nella sua vasca da bagno in compagnia di un biondino e si era limitata a chiudere la porta senza fare una piega.
Marta, si infilava nel letto di sua sorella e mi cedeva volentieri il suo a patto che le raccontassi tutto nei dettagli.
Questa procedura, naturalmente, era universalmente nota ai miei compagni di scuola quindi Jacopino fu molto colpito dalla successiva dichiarazione del Colnaghi.
“Inoltre” disse Roberto con una certa solennità “a Natale va a casa di Marta a Monterosso sono solo loro due e la Giulia”
“Roberto grazie è un informazione importantissima. Come posso sdebitarmi ?” “ “Venerdì ho compito in classe, mi farebbe abbastanza comodo se ci fosse uno sciopero”
“Roberto, Venerdì è l’anniversario di piazza Fontana, facciamo sempre sciopero, lo faremo in ogni caso”
“Beh, tanto meglio. In bocca al lupo!”

Dalle parti di Monterosso, forse Corniglia, aveva una seconda casa anche Zambretti, uno sfigato allucinante, patito del Rock progressivo. Suonava con alcuni amici , i Diamonds negli oratori di periferia, perché nei centri sociali li avrebbero linciati.
Individualmente non è che suonassero male è che ognuno andava per conto suo, e poi erano dei tarri terrifici tutti vestiti di bianco.
La domenica successiva Jacopo si recò ad una loro esibizione in un sala parrocchiale di Quartoggiaro. Tolte due dodicenni brufolose che applaudivano gli altri erano tutti usciti a fumare.
Jacopo prese da parte il Zambretti: gli fece i suoi complimenti per il concerto dicendo che erano molto migliorati e che gli ricordavano gli Area dei primi tempi. La rock star ne fu lusingata.
“ Che fai a Natale? Ah suoni alla parrocchia del Gallaratese?, peccato perché dev’esserci una specie di festa a Monterosso a casa della Marta, c’è pure la Giulia e la Monica. Sai sono da sole in casa..”

Mussolini, Lenin, Cicerone: parlare in pubblico è un dono di natura, Jacopo poteva annoverarsi tra i più dotati a patto che si trattasse di masse oceaniche. In contesti più ristretti non spiccicava parola, era tremendamente timido o semplicemente non sapeva che dire.
Ma con me fu diverso. Lo intercettai in manifestazione, nel gruppo dei marxisti leninisti. Erano stretti in cordoni, cioè camminavano in lunghe file dandosi il braccio tipo falange macedone. Quale occasione migliore?
Mi infilai in mezzo ai militanti e mi strinsi al braccio di Jacopino.
Dopo la manifestazione mangiammo assieme una focaccina e passammo il pomeriggio parlando di politica, libero amore, Dio ed altri grandi temi esistenziali di cui si usava parlare a quell’epoca.
Ora ho un po’ di nostalgia per quei discorsi seriosi e per la nostra ingenuità, ma credo che quel giorno avessi altro per la testa.
Così su una panchina dei giardini della Guastalla gli appoggiai amichevolmente una mano su una coscia e lo sentii trasalire. Gli piacevo, lasciai la mano deve stava per circa una per un bel po’.
“ Dove vai per le vacanze? Monterosso? Ma guarda ?Pure io. Da Zambretti, si, è un po’ fissato con la musica underground ma è simpatico, ci vediamo lì allora ”
Stava arrivando il filobus, Jacopo fece per darmi un bacio sulla guancia. Girai la testa, restammo lì al limonare e a toccarci sotto i vestiti con le mani gelide per non so quanto tempo.
Alle vacanze di Natale mancavano due giorni.

La casa di Zambretti era una stamberga in cima a una collina, ci volevano quaranta minuti di cammino dalla stazione del paese. Non c’era riscaldamento e faceva un freddo porco. Ma il piano era ben congegnato. Per allettare il padrone di casa Jacopo si era dichiarato possibilista su eventuali disponibilità della Marta nei suoi confronti . “ Non ha ancora il ragazzo e se combino con la sua amica, il che è praticamente matematico, sarà psicologicamente incoraggiata a dartela. Le ragazze hanno questa specie di spirito di emulazione”
Allo Zambre sarebbe interessata più la Giulia , ma lì anche a essere molto ottimisti non c’era storia, meglio indirizzarlo su un obbiettivo meno impegnativo..
Jacopo era un ragazzo onesto e realista, non poteva fomentare illusioni, ne andava della sua credibilità..
Passarono tre giorni pattugliando tutti i bar di Monterosso e percorrendo spiagge deserte sferzate dal maestrale. Delle tre amiche nessuna traccia.
Si nutrivano esclusivamente di pasta condita con un barattolone di pesto, che aveva preparato la madre dello Zambe, pessima cuoca, ci aveva messo il dado. Al quarto giorno il Zambretti cominciò a spazientirsi e a disperare sul nostro arrivo. Anche Jacopo cominciò a pensare a un pacco o che fosse successo qualche guaio.
In effetti un guaio era successo: a mio padre venne un infarto mentre stavamo facendo la spesa di Natale all’esselunga.
Mi spaventai moltissimo ma riuscii a chiamare il pronto soccorso e a salvarlo. La partenza fu ritardata alla sera di capodanno.
Il treno di ritorno di Jacopo incrociò il nostro di andata da qualche parte dell’appennino quella sera.
Come disse un giorno il Colnaghi:
“Ti studi i risultati sulla stampa specializzata, metti Trottosportmen, punti su un cavallo affidabile, lo segui tutta la corsa mentre è avanti di quattro lunghezze ma alla fine spunta un altro stronzissimo equino e il tuo perde al fotofinish.
E’ più che la sfiga: è il destino. Non c’è un cazzo da fare.”

1984
Marta malgrado l’assenza di tette trovò finalmente il suo primo ragazzo: era piuttosto bello, gentile e affettuoso ma, disgraziatamente, tossico.
Abitava da solo in una soffitta in Corso S. Gottardo, lei andò a stare da lui e non la vidi più.
Lui la trovò alle cinque del mattino dopo nella vasca da bagno: l’acqua ormai era gelata e lo era anche Marta.
Pare che l’eroina fosse di buona qualità ma il cuore di Marta aveva un difetto congenito, non aveva retto.
L’amava. Pensò seriamente di suicidarsi. Ma dopo aver pianto per delle ore tenendo quella fredda mano bagnata trovò la forza di chiamare i suoi genitori che lo rinchiusero a S. Patrignano. Non ho più avuto sue notizie.

1988

Il Colnaghi si era laureato alla Bocconi e aveva trovato subito lavoro da un commercialista, amico di famiglia.
Andava ancora qualche volta all’ippodromo ma aveva perso il vizio del gioco.
I soldi non erano mai stati un problema, aveva un sacco di amici e la sera prima era stato a una festa e aveva rimorchiato una bella ragazza tedesca.
Andava tutto alla grande.
Aveva dormito a casa di lei, poi era tornato verso casa fermandosi al bar lì sotto a fare colazione.
Poi era salito nel suo appartamento per cambiarsi e andare in ufficio.
Il commercialista, non vedendolo arrivare provo a chiamarlo al telefono e, visto che non rispondeva, dopo un paio di giorni chiamò suo padre.
La madre aveva le chiavi di casa sua.
Lo trovò in giacca e cravatta, seduto sul divano. Morto.
Sul tavolo uno specchio e una banconota arrotolata.

2001
Avevo accompagnato i bambini al catechismo e stavo tornando verso casa, mi fermai a guardare una vetrina: vendevano sandali di cuoio artigianali come quelli che usavo da ragazza. Li faceva Marta, le piaceva lavorare il cuoio.
Lo chiamavano vintage. Mi venne un po’ di nostalgia e sorrisi.
Improvvisamente sentii un dolore al petto accompagnato da una sensazione di freddo intenso. Ho cercato di respirare ma non ci riuscivo. Ero terrorizzata: non c’era nessuno in giro.
Infarto stavo morendo: ho pensato a mio, ho pensato a Marta ho pensato ai bambini.
Il cuore, cazzo, è sempre il cuore che ti frega.
Mi sono trovata in ospedale: non c’era da preoccuparsi, era stato solo un attacco di panico.
All’ospedale mi rassicurarono, c’era un team specializzato per questo disturbo. Mi diedero delle pastiglie. Ebbi altri due episodi ma poi sembrò andare meglio.
Mi raccomandarono di frequentare un gruppo di auto aiuto per depressi e disturbi d’ansia. Ci andavo tutti i martedì. Stavo lì con altri ansiosi o depressi, parlavamo dei nostri problemi, alla fine ha funzionato.

Jacopo aveva una vita tranquilla.
Sposato, niente debiti, niente figli, un buon lavoro: un treno che correva su solide rotaie,. Nessuna problema nessuna rottura di coglioni..
Una domenica mattina uscì per comprare il giornale. Mentre stava tornando a casa vide una coppia di anziani: si tenevano per mano, lei aveva in mano un sacchettino con dentro un pesce rosso. Si fermò a guardarli. Fu come il crollo di un muro.
Tornò da sua moglie in lacrime e continuò a piangere per tre giorni.
Andò da uno psichiatra che gli prescrisse dei farmaci, dopo quindici giorni iniziò a star meglio.
Gli raccomandarono di frequentare un gruppo di auto aiuto per depressi e disturbi d’ansia. Ci andava tutti i lunedì. Stava lì con altri ansiosi o depressi, parlavano dei loro problemi, lo faceva stare meglio.

2005
Stavo bene e non frequentavo più il gruppo di auto aiuto.
Ogni quattro o cinque anni però l’associazione organizzava un corso per reclutare nuovi conduttori di gruppi. Sonia, la presidentessa dell’associazione fece un giro di telefonate tra gli ex pazienti che le sembravano più adatti all’incarico, cioè i meno squinternati.
Ero disponibile il gruppo mi aveva aiutato e non avevano chiesto un soldo. Mi sentivano in dovere di fare qualcosa.
Stavo ascoltando una noiosa lesione teorica sulla depressione e cominciai a distrarmi guardando le altre persone, eravamo quasi tutte donne di maschi ce n’erano solo tre.
Uno aveva un aspetto piacevole: era pelato ma aveva qualcosa di familiare.
Doveva essere lui, guardai l’ora, attesi fino alle 18 e 15, nascosi l’orologio sotto il maglione e gli chiesi che ora fosse. La r delle sei e un quarto era la sua inconfondibile erre moscia ferrarese.
“ mi sembra che andavi a scuola al Volta”
“ Monica? Ma eravamo amici, non ti ricordi?”
Finsi di non ricordarmi, finsi di confonderlo con qualcun altro.
Parlammo della povera Marta, di Giulia che era diventata una famosa giornalista televisiva e di come se l’era sempre un po’ tirata.
Dopo sei mesi di corso, delle cinquanta persone che c’erano all’inizio fummo entrambi dichiarati idonei.
Proponemmo a Sonia di lavorare assieme: non c’erano controindicazioni: un uomo e una donna, un’ansiosa e un depresso saremmo stati rappresentativi di entrambe le patologie saremmo andati più facilmente d’accordo.
Si trattò di formare i gruppi facendo uno screening tra i candidati: quelli troppo impegnativi andavano scartati o almeno lasciati gestire a conduttori più esperti.

Chiara
Una delle nostre prime clienti fu Chiara una ragazza sui trent’anni siciliana: bionda con dei grandi occhi azzurri che si riempirono quasi subito di lacrime.
Le tremavano le mani, con le quali tormentava un fazzoletto zuppo.
La storia di Chiara era abbastanza semplice.
Era arrivata a Milano a ventitre anni per assistere una zia ammalata.
Andava a fare la spesa alla Coop, vicino casa della zia. Un giorno aveva un carico particolarmente pesante e una guardia giurata l’aiutò a caricarlo sul motorino.
La guardia era gentile e tutte le volte l’aiutava con la spesa; così si conobbero, fecero l’amore nel suo piccolo appartamento e un anno dopo si sposarono.
La famiglia di lui non la sopportava, dicevano che il figlio meritava di più. Ma lui era affettuoso e la difendeva.
Una mattina il marito vide una signora bionda in difficoltà con una pesante cassa di acqua minerale, cercò di aiutarla. L’ultima cosa che ricordava e che la donna sembrava portare una parrucca. Poi tutto nero.
Gli rubarono la pistola e rapinarono il supermercato.
Ai voglia ad essere addestrato ma se ti prendono di sorpresa non c’è niente da fare.
Commozione celebrale.
Il marito dopo l’incidente era cambiato, non lavorava più: se ne stava in casa a guardare la televisione, non si lavava, non faceva più l’amore con lei.
La picchiava, era patologicamente geloso: Beveva e fumava, le rubava i soldi.
I genitori di lui dicevano che era una puttana. Solo perché usciva di casa a lavorare.
Non riuscì più a continuare il suo racconto sopraffatta dai singhiozzi.
Guardai Jacopo: era decisamente un caso troppo difficile per due pivelli come noi.
Ma in quel momento forse non ci si sentivano i cinquantenni spompati che eravamo ma i due ragazzi della panchina della Guastalla.
Abile arruolata. Si presenti lunedì prossimo alla 17,30. Grazie arrivederci e cerci di calmarsi e che Dio, o qualcuno, ce la mandi buona.
Già il primo giorno sorsero delle difficoltà perché Chiara iniziò subito a piangere e strillare, in un evidente tentativo di resistenza alla terapia,- avremmo poi commentato con Jacopo- diceva che lei non sarebbe più venuta perché aveva paura a tornare a casa a quell’ora di notte da sola.
Il gruppo era già allo sbando, la gente non sapeva dove guardare.
Mi stava venendo un altro attacco di panico, Jacopo non sapeva che cazzo dire. Ma i gruppi di autoaiuto sono una forza della natura dalle risorse imponderabili.
Così una signora anziana disse: “Vieni con me, prendo il radiobus”

Mario
Mario non aveva fratelli, però aveva un cugino: Michele.
Il cugino Michele era più grande di tre anni, anche lui era figlio unico ed erano inseparabili, sin da bambini.
Michele era più di un cugino o di un fratello per Mario era il Modello da seguire.
Era più coraggioso, più originale, sapeva un sacco di cose e piaceva alle ragazze, piaceva a tutti.
Gli aveva insegnato a pescare con la mosca, in un paese dove non si andava oltre il verme, a fumare le Davidoff, che erano molto meglio delle Marlboro che fumavano tutti, e poi le birre migliori, i vini migliori, la barca a vela.
Avevano fatto qualche regata sui laser, così per ridere, e un paio di volte avevano vinto.
Michele era generoso, divideva con lui tutte le sue cose, e gli presentava le ragazze innamorate di lui che non gli interessavano. E alcune gliela davano anche, perché se era cugino a Michele e se stava sempre appresso a lui che lo considerava carne della sua carne e lo stimava, significava che questo Mario non poteva essere un fesso qualunque.
Al paese Michele era rispettato, pure dai camorristi.
Da quando suo cugino se ne era andato a Milano a studiare, Mario si sentiva solo, il paese gli andava stretto, il bar, i tossici i nullafacenti.
I soliti discorsi, le solite ragazze.
Tutto sembrava predestinato: le coppie, il lavoro, le compagnie, erano già assegnati fin dalla nascita , non poteva succedere niente di nuovo.
Aveva fatto bene ad andarsene Michele, e quell’anno era tornato per le vacanze.
Si era comprato una macchina, un fuoristrada nero, non uno dei più cari ma lo aveva preso con i soldi suoi. Si era portato la ragazza, una di Varese, bella, sportiva e simpatica.
Si era laureato e ora lavorava in uno studio legale americano. Perché crisi o non crisi se uno era come Michele a Milano lo trovava il lavoro. Lo pagavano bene. Si vedeva dai vestiti da avvocato che portava.
Così Mario aveva chiesto ai suoi genitori di andare anche lui a studiare a Milano, sarebbe andato a casa di Michele, che lo avrebbe magari aiutato nello studio e che forse lo avrebbe pure presentato nel suo studio legale casomai ci fosse stato bisogno di una mano.
I genitori ne furono entusiasti. Michele era una garanzia: finalmente il loro figliolo, che gli era sempre sembrato un po’ tonto, aveva elaborato un piano, aveva dimostrato maturità e carattere.
Gli comprarono un paio di bei vestiti e gli garantirono un vaglia mensile di 800 euro che a loro sembrava una piccola fortuna.
Tuttavia quando chiamò al telefono Michele per comunicargli la bella notizia, nonostante il suo entusiasmo gli sembrò di percepire un attimo di esitazione, un paio di secondi di silenzio prima che dicesse:
“Ma certo Mario, sei il benvenuto, qui ho una stanza in più che avevo affittato a una studentessa, ma poi da quando c’ho la ragazza l’ho lasciata libera. Ma con te è diverso, sei di famiglia. Martina sarà contenta, c’ha un sacco di amiche da presentarti.”
Ma quei due secondi di silenzio gli pesavano.
Ma era normale, Michele era uno che valutava bene le cose, che ci pensava prima di dare una risposta o a prendersi un impegno.
Infatti tutto andò bene, Michele era stato gentile, lo aveva portato a cena fuori, aveva dato una piccola festa in suo onore, con Martina e le sue amiche che gli erano sembrate carine e spigliate. Anche se nessuna di loro sembrava avere un lavoro, bevevano Negroni sbagliati a secchiate e spendevano senza preoccuparsi per i soldi, Michele sembrava avere un conto aperto nei locali che frequentava.
Si vide per un po’ una di queste ragazze, si chiamava Paola, a letto gli pareva un po’ fredda, sembrava volesse solo compiacerlo e si muoveva in un modo un po’ meccanico, non sembrava molto coinvolta.
Mario frequentava, l’università, studiava.
Una sera rimase alzato fino a tardi per preparare il suo primo esame: diritto privato.
Tornò Michele un po’ubriaco.-
“ Vieni cuggino, beviti con me l’ultimo bicchiere, il bicchiere della staffa”
Versò due dosi abbondanti di burbon con ghiaccio.
“ Mario, ti devo dire una cosa: la laurea, lo studio legale, la fidanzata, sono tutte stronzate, tutte palle”
” Ma che scherzi Michè? ci siamo stati tutti alla tua laurea alla statale, i professori, gli altri candidati, la tesi.”
“Mario ascolta, io sono venuto qua come tanti altri stronzi a pigliarmi una laurea.
Sono venuto coi mille euro dei genitori, che tra affitto e puttanate finiscono subito, l’università, le tasse da pagare, gli studi legali che non ti danno un centesimo, manco il biglietto del tram, per lavorare dodici ora al giorno.
Sai in quanti lo capiscono che non ci sta un cazzo da fare Mario? Che è uguale al paese solo che costa tutto il doppio. Un sacco di gente. Se non sei figlio di qualcuno, non conti niente e te la puoi solo pigliare nel culo. E sai come fanno gli altri: falsificano il libretto, scrivono i voti finti, che manco a dirlo sono tutti trenta e lode e bevono, fumano e se ci riescono si scopano qualche compagna di corso.
Poi alla fine il gioco non regge più e confessano tutto ai genitori. se c’ hanno il coraggio, e se ne tornano al paese a vivere della pensione della nonna.
Oppure si ammazzano Mario, l’ho letto sul giornale ci sta uno che si è buttato dalla finestra. Una morte orribile, spiaccicato per terra come uno scarafaggio, ma forse più dignitosa rispetto a confessare a tutti il proprio fallimento.
Io ho falsificato i voti, ma ho fatto le cose in grande: ho ingaggiato una compagnia di attori di una scuola di teatro: mi è costata una fortuna ma i soldi non mi mancano. Tutto finto: ho noleggiato un’aula della statale, e c’ho messo i professori, i compagni di corso, i parenti dei compagni di corso, la tesi rilegata, la festa coi parenti. Tutto finto”
“Michele scherzi, ci saranno state almeno cinquanta persone..”
“Le comparse costano poco. Gli aspiranti attori sono tutti dei morti di fame”
“E i soldi dove li prendi?”
“ Cocaina, Mario, la vendo al dettaglio, sempre nell’ambiente degli avvocati e dei giudici: la vendo in un bar dietro il palazzo di giustizia, qualche volta pure dentro.”
“ E Martina? È finta pure lei”
“ Martina è un’amica. Non è la mia ragazza, è lesbica. Io copro lei, lei copre me, andiamo d’accordo.”
Mario si mise a piangere, come un deficiente.
“ Mario che piangi, scusa ma te lo dovevo dire, mi sento meglio, non ne potevo più almeno a te dovevo dirlo”
“ ma adesso Michele, adesso.. io che minchia faccio?”
“ Vedi tu Ma’ o fai come me, o te ne torni al paese, oppure ti laurei e provi a trovare un lavoro, magari ti può pure andare bene”
Mario, finì tutta la bottiglia e la mattina dopo mandò affanculo l’esame di diritto privato.
Stranamente si sentì leggero, aveva capito la differenza tra lui e suo cugino.
Michele era un grande, lui un mediocre.
Ma non c’era niente di male ad essere un mediocre, una vita semplice, poche preoccupazioni, magari una famiglia, una ragazza che gli sorridesse quando tornava a casa dal lavoro, dei figli.
Un avvenire di mediocrità lo rendeva più sereno: c’era una dignità e un orgoglio in quella modestia.
Sapeva quello che voleva. Fece diversi concorsi pubblici e qualche mese dopo fu assunto al ATM per guidare i radiobus la sera.
Quando lo disse ai suoi sua madre scoppiò a piangere, suo padre invece constatò che quello del tranviere è un lavoro onesto.
Andò a Milano a trovarlo, si fece mostrare il radiobus, gli disse che lo rispettava.
Lavorare la notte gli piaceva, la città sembrava più bella, aveva uno stipendio suo di cui era fiero e si trasferì in un monolocale in piazzale Corvetto.
Una sera salì sul radiobus una ragazza bionda con dei grandi occhi spaventati, era accompagnata da una signora più anziana che gli disse “ mi raccomando me la riporti sotto casa la mia bambina” la guardò tutto il tempo dallo specchietto retrovisore. Gli sembrò bellissima.
Lui chiese al suo capo di cambiargli il turno in modo da essere sempre in largo la Foppa tutti i lunedì alle 8 di sera. Il capo si informò delle motivazioni e non ebbe nulla da obbiettare.
Gli disse solo questo:“ Va bene ma solo per una settimana, lo faccio per te. Perché non devi perderci del tempo. Portala fuori a cena, dalle un bacio e se ci riesci trombatela quella sera stessa. Se le lasci il tempo di pensare è finita.”

Erano tre mesi che Chiara non si vedeva più al gruppo di auto aiuto, ma quel giorno era lì e sembrava un’altra persona. Ci disse che una mattina si era svegliata sorridendo e che aveva continuato a sorridere. Ci disse che aspettava un bambino.
Lo so è un fottuto happy end, uno di quei finali a sorpresa che dovrebbero dare un senso a tutta la storia e che ti fanno venire il voltastomaco e pentire di aver imparato a leggere.
Ma è andata così.
Finita la seduta, senza dire nemmeno una parola Jacopo ed io siamo andati al bar, abbiamo ordinato due negroni e brindato dopo esserci guardati per un secondo negli occhi, come fanno i tedeschi. E mi è toccato risentire tutta questa storia dall’inizio.

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Informazioni su limiteumano

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5 risposte a Il destino è un cavallo che vince al fotofinish

  1. ipsediggy ha detto:

    io mica l’ho capito perché jacopo ti ha ri-raccontato tutta questa storia a lieto fine dall’inizio, sai?
    (jacopo is back! olé!)

  2. limiteumano ha detto:

    me l’hanno già detto che è stralungo e complicato e che è difficile seguire la complessa vicenda, in particolare chi è chi.
    Jacopo riracconta tutto da capo, perchè la mendace Monica dice di non ricordarsi nulla del loro passato.
    Che le donne delle volte li fanno questi scherzi, dovresti ben saperlo

  3. Quello che ti segue da fuori ha detto:

    Sei sempre molto concentrato sul “come eravamo”. Sembra quasi che negli ultimi trent’anni tu non abbia vissuto troppe cose degne di essere raccontate. Che sia un problema della nostra generazione?

  4. ipsediggy ha detto:

    lungo e complicato no, ché leggendoti ho fatto attenzione.. m’ero solo perso i buchi mnemonici di monica che, per lo meno, non sclera, non urla e non aggredisce nessuno.

  5. limiteumano ha detto:

    a Quello:
    urcocan! e io che credevo stavolta di aver trovato il giusto equilibrio tra passato ( Monica e Jacopo) e presente (Mario e Chiara), di racconti legati al passato mi ricordo solo questo e quello di “vita sessuale e politica..” anche se entrambi cominciano trent’anni fa e arrivano poi al presente. Concordo però che la parte più interessante è quella più remota. Ma chi di noi ne ha combinate più da vecchio che da giovine? beh uno forse lo conosco..

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