308°5′

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Aperto il recinto, il gregge trotta e pervade ogni spazio della nave: s’arrampica sui gradini, salta recinti, scantona. Qualche pecora si perde, incuriosita da qualche abbaglio, ma poi si ridesta e si unisce placidamente ai suoi simili.
La nave non ha nulla da invidiare a Metanopoli: la palestra, la discoteca, i negozi, il ristorante, anche se in versione più elegante.
Ma le pecore sembrano ricercare proprio questi elementi di familiarità piuttosto che l’esotismo della crociera, si compiacciono dell’esistenza del ping pong, ben presente, del resto, anche all’oratorio del loro paese. Perché non ci sono rimasti?
Una ragazza mi indica la mia cabina: avrà poco più della mia età, e un sorriso che mi sembra l’unico sincero su tutta la nave, deve essere slava a giudicare dagli occhi grigi, quasi trasparenti e dal seno pieno e alto.
La cabina è piccola ma ha una porta sufficientemente robusta che mi isola dal mondo esterno. Al mare vorrei starci attaccata: con una barca di massimo dieci metri, cercare di controllare la rotta in balia degli elementi, ma qua siamo ai piani alti, il mare si vede da lontano come dalla collina di Corniglia. La Metanopoli marina procede contro vento incurante del mare forza 4.
Ho deciso però di comportarmi bene, nonostante i miei genitori mi abbiano deportato su questo mostro.
Povericristi: il babbo tutto il giorno a tediarsi in una compagnia di assicurazioni, la mamma infermiera a svuotare padelle e pappagalli, si sono fatti abbindolare dai pieghevoli e dalla panzane dei vicini. Mi han chiesto di accompagnarli e ci sono venuta.
Potrò esercitarmi per la patente nautica, mi sono portata una bussola da rilevamento che di tanto in tanto punto verso la costa, la carta nautica della zona, le squadre col goniometro e il compasso che quando sbaglio gli esercizi mi infilzo con rabbia nelle gambe, sono tutta piena di buchi.
Disgraziatamente sono disgrafica e spesso inverto l’ordine delle cifre dei gradi che leggo sul goniometro: leggo 325 e scrivo 352: nell’ultimo esercizio di carteggio sono finita all’incirca sul campanile di Piombino.
I nostri compagni di tavolo, al ristorante, sembrano scelti dagli organizzatori con una cura da impiegati che nulla lasciano al caso: un cialtrone con le bretelle secondo cui nel suo cortile di Cortina pascolano i cervi. Sarebbe da comunicare la buona notizia al WWF. Lavora anche lui nelle assicurazioni come papà, fa il broker.
La moglie, una specie di meringa ingioiellata che quel fesso di mio padre si mangia con gli occhi, stesso segno zodiacale di mia madre, una meticolosa Vergine.
La prole: una ragazzetta che non stacca mai gli occhi dall’Iphone, manco quando mangia il dolce, alternando un caleidoscopio di espressioni: accigliata, felice, sorpresa, delusa, che viene da chiedersi che cazzo succeda dentro quell’affare.
Infine un orrido tamarro che secondo le alchimie degli impiegati Metanopoliti dovrebbe essere la mia possibile avventura romantica: ogni tanto mi guarda le tette. Io invece guardo insistentemente un punto indefinito alle spalle di Cialtrino, figlio di Cialtrone, come un monaco buddista in meditazione.
Evito le leziose pietanze sul menu foderato di finta pelle amaranto “gamberi rosa su letto di verdurine dadolate”, sicuramente surgelati e di provenienza nipponica, ordino una frittata.
Trinco bicchierate di rosso d’ un fiato senza la minima esitazione del polso.
Grazie a questi semplici accorgimenti, nessuno osa rivolgermi la parola, esco a fumare prima che a qualcuno venga in mente di farlo e prima che servano il dolce.
Punto un faro sulla costa e cerco di calcolarne la distanza.
Me ne torno in cabina, perfettamente rigovernata dalla mia deliziosa governante slava e mi addormento immaginando di averla tra le braccia, di accarezzarle il seno altero e di sentire il suo profumo salato.

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In mare si dorme da dio. Mi sono fatta undici ore filate di sogni di barche a vela e boschi incontaminati con risvolti pornosoft.
Nel cesso della mia cabina tutto è potentissimo, dal getto della doccia che pare di essere in un autolavaggio di autoarticolati, alla violenza inaudita dello scarico.
Dove andrà la nostra cacca così di fretta? mi chiedo se finisce direttamente in mare aperto o viene scaricata nei malcapitati porti dove attracchiamo, come si fa con i camper.
Comunque scompare, il termine tecnico sarebbe viene rimossa: lo scarico è talmente potente da far sparire i rifiuti anche dai nostri ricordi.
Me lo segno per il mio prossimo esame di psicologia clinica.
Comunque oggi sono di buon umore e decido di esplorare un po’ la nave.
Il gregge in questo momento è impegnato nell’assalto ai maritozzi del buffet, io mi defilo verso la piscina che è ancora poco frequentata.
Mi vergogno ad esporre le mie gambe martoriate dal compasso come quelle di San Sebastiano, mi tolgo solo la maglietta e mi metto a studiare meteorologia.
Lo scorgo in fondo alla piscina al mio angolo opposto, quando un alieno intercetta un suo simile lo riconosce.
L’esemplare ostenta occhiali da miope e sta leggendo qualcosa di ineluttabilmente tosto, come si può intuire dalla copertina austera e monocromatica: Sartre? Nietzsche? Herman Hesse? ah ecco! Ora riesco a leggere: è “L’idiota” di Dostoevskij.
Il nostro letterato è piuttosto carino, occhi chiari distratti, capelli lunghi arruffati, spalle sufficientemente larghe da non sembrare un intellettuale sfigato. Ti prego salvami. Vieni qua a chiedermi una sigaretta, a dirmi che ti sembra di conoscermi, una stronzata qualsiasi e avrai le chiavi della mia cabina.
Niente, non mi si fila minimamente, adesso gli passa davanti una tizia decisamente polposa in bikini, non può non notarla, vediamo almeno se è vivo. Non alza gli occhi dal libro. Sarà finocchio? Decido di giocare pesante. Mi levo il reggiseno, te lo do io il principe Myskin. Oddio non è che ci sia chissà che da vedere, ma è il gesto che conta. Stavolta mi pare che mi guardi, si alza, mi riguarda, se ne va.

3
Ormai mi sono distratta, non distinguo i cumulinembi dai cirri, tanto vale fare un giro.
La palestra di Metanopoli è proprio vicino alla piscina. Le ragazze sono perfettamente truccate con i capelli lavati di fresco e pettinati a coda di cavallo, qualcuna ha perfino gli orecchini. Corrono sui loro tappetini con le cuffie guardando fisso il vuoto cosmico, hanno un aria serissima, per forza, contemplano i buchi neri, i quark, le comete.
Gli uomini le guardano e si guardano a vicenda, un tizio solleva pesi enormi in costume attillato: è perfettamente depilato, pure sotto le ascelle, sulle gambe, sull’inguine.
Ora, una già ha i suoi problemi seri di identità sessuale, se poi ti combinano queste cose è chiaro che non ci si capisce più niente.
Nella piscina attigua un nostalgico del terzo Reich incita gridando “Forza rammollite” una mezza dozzina di povere casalinghe sovrappeso che fanno acquagym al ritmo techno.
E’ il personal trainer, in parole povere un rompicoglioni di professione.
Ma che significa tutto questo? Perché pagare per soffrire?
Come per i film di fantascienza, la religione e le gare di pesca il masochismo non l’ho mai capito. Secondo Freud si tratta di pulsioni di morte, ma a me non mi torna: è un concetto che non riesco a comprendere.
Non sono una donna, non sono una lesbica, non sono terrona, non sono settentrionale, non faccio il tifo per nessuna squadra di calcio, nemmeno la nazionale, non mi sento italiana. Non riesco a identificarmi nei discorsi di partigiani, tifosi o femministe. Sono spaesata: senza paese.
Straniera ovunque mi trovi.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

4
Rientro mesta in cabina. La mia badante sta finendo di sistemare il letto. Cerco di sorridere, faccio sempre fatica, come se i muscoli delle labbra fossero stanchi e atrofizzati ma questa volta ci riesco. Si chiama Bodomila, è croata di Spalato, studia legge, le piace lavorare sulle navi così guadagna per pagarsi l’università e viaggia per il mondo.
Rimbocca le coperte, la gonna sale un po’ sopra la piega dietro al ginocchio. Fremo.
Vorrei regalarle qualcosa. Cerco nella valigia e ne estraggo una confezione di ombretti, me li ha regalati mia madre.
Mamma è’ molto discreta e rispettosa delle mie scelte, ma cerca con delicatezza di mandarmi messaggi subliminali attraverso i suoi regali: trucco, graziosi completi intimi, romanzi d’amore.
Questi ultimi sono di autori tosti che non mi venga in mente che lei è una frivola: Marquez, Almudena Grandes, grandi classici.
Spera che diventi un po’ più femminile, o che almeno scopra il lato romantico della vita.
Comunque Bodomila gradisce molto i suoi ombretti di cui io non so che farne.
Mi ringrazia con un bacio infantile sulla guancia.
Sono sommersa da un’emozione devastante che non c’entra niente col sesso: è..è amore, cosmico, universale. Arrossisco e appena sola mi infilo nell’autolavaggio con getto gelato a tutta manetta.

5
Ritorno sul ponte un po’ stordita.
I miei genitori sono seduti sulle sdraio e sorseggiano un aperitivo, mi siedo con loro e ordino un Negroni, i miei vecchi si compiacciono.
Sono contenti che con il mio aperitivo partecipo in qualche modo al rituale della crociera: potrei sbronzarmi fino al coma etilico, sarebbe sempre meglio che starmene lì con l’aria spaesata.
Faccio conversazione.
Ma certo che mi diverto, ho dormito benissimo, non preoccupatevi per me, lo so ci sono tanti ragazzi della mia età, prima o poi ne conoscerò qualcuno, anzi c’è già uno che mi piace, sono qua anch’io per rilassarmi non preoccupatevi.
Per fare vedere che faccio qualcosa ricomincio a puntare la costa con la bussola da rilevamenti, sembro un po’ bacata ma almeno non sono lì seduta senza sapere che dire.

6
A cena il babbo cerca di tirarmi in mezzo raccontando alla famiglia Cialtroni delle mie aspirazioni nautiche, preferirebbe la danza classica, ma cerca di capirmi..
Vorrei essere risucchiata da un vortice spazio-temporale. Cialtrino tenta di attaccare discorso chiedendomi a quanti nodi all’ora stiamo andando.
Cialtrone, lo bacchetta asserendo correttamente che i nodi non sono all’ora ma sono nodi e basta.
Io dico “venti” e la faccio finita.Mi siedo fuori contemplando la quarta copertina del libro di testo della patente nautica.
“Cosa guardi? sei lì da mezz’ora”
Oddio! è lui! il Principe Myskin in persona.
“Studio le bandiere, ognuna ha un suo significato tipo “ho un ferito a bordo” oppure “sto accostando a dritta” ma corrisponde anche ad una parola o ad una lettera: è come l’alfabeto ebraico.”
Egli mi afferra un dito e guidandolo sulle bandiere compone una o due parole.Ora io ho un’intelligenza normale che mi ha permesso dignitosi risultati scolastici ma in quell’istante, con quel semplice gesto cretino da quindicenne il maledetto bastardo mi ha bruciato tutti i neuroni come una manciata di paglia gettata nel caminetto. Sono sui centocinquanta di frequenza cardiaca, sudata fradicia, rischio l’infarto miocardico.
“Che hai scritto?” Domando.
”Che sei bella” risponde il Principe.
A questo punto, sola ed a porta vuota, scaglio il pallone verso i popolari della curva sud. I miei tifosi sugli spalti fanno un ooohhh di delusione.
”Grazie, voglio dire, non so.. è che credo.. che mi piacciano le ragazze”
Ma perchè ho detto una cosa del genere? perchè non sono nata muta? perchè non mi riesce di controllarmi? comunque sua eccellenza non si scompone e afferma inaspettatamente:
”Bene, abbiamo gli stessi gusti. Magari potremmo diventare amici.”
Sorridi cretina, almeno sorridi.
Gli porgo una mano sudatissima e gelida e dico: “ Marina”
Lui me la stringe e sembra non volermela più restituire e risponde “Fabio”
Torno nella mia cabina agitatissima e passo una notte di pensieri torbidi che si alternano tra la mia ninfa Croata e il Principe Myskin.

7
Al mattino presto scrivo un messaggio di bandierine disegnate da infilare sotto la porta di Fabio, poi mi sento una ragazzina patetica, butto tutto nel cesso e aziono il turbo.
C’è un signore molto interessante sulla nostra nave: avrà settant’anni. Indossa bermuda caki e camicia a quadretti a mezza manica azzurra. Sandali ai piedi. Ha una telecamera e filma tutto dalla mattina a notte fonda. Mi chiedo se sia il solito maniaco dei gadget tecnologici, se cerci di lasciare un testamento spirituale oppure se sia un infiltrato che sta girando un documentario sull’idiozia delle crociere di lusso. Evidentemente in questa nave noi alieni siamo più di quanto pensassi.
Ieri, ad esempio, ho avvistato un tizio con una bellissima ragazza con l’aria di uno che lo stessero portando al patibolo
Ma non divaghiamo Seguo il cineasta di soppiatto. Dev’essere come sospettavo: sta filmando le persone, mica i paesaggi. Zoomma sugli zatteroni di una valchiria, indugia su una foto di gruppo con sfondo bianco sul quale i bari da crociera amano taroccare sfondi finti thaitiani, spazia con il grandangolo sul ristorante e la discoteca per poi rubare primi piani distorti.
E’ un fottutissimo neorealista punk col gusto dell’osceno che sta girando un documentario grottesco che Sodoma e Gomorra a confronto sembrerà Bianca e Bernie.
Lo incrocio e gli strizzo l’occhio, lui risponde a tono e sogghigna satanico accarezzandosi la barba.

8
Torno in cabina alla stessa ora delle mattina precedente sperando di sorprendere Bodomila mentre fa il letto. Ma è già tutto perfetto e immacolato. Delusa, mangio il solito cioccolatino alla menta sul cuscino ma scopro che mi ha lasciato un messaggio sulla cartolina della buona notte.
Catastrofe: mi invita in discoteca: io odio le discoteche e poi non so ballare. Con il solito infantilismo che mi contraddistingue pianifico di presentarmi con una gamba ingessata per dirottarla al bar dove sarei molto più a mio agio.
Mi aggiro nervosa come una pantera per la nave: c’è il comandante sul ponte e tutti vogliono farsi fotografare con lui.
Più che comandante lo definirei Almirante Magno da quanto splende di luce propria.
E’ un essere umano anche lui ma la venerazione di cui è oggetto farebbe montare la testa pure al Dalai Lama. In qualche modo provo compassione per lui.
Il regista Punk è lì a filmare tutto nel suo travestimento da innocuo vecchietto.
Stavolta sono io a sorprendere il Principe intento a discutere con una piacente cinquantenne. Dato che oramai ho capito che siamo alla crociera del sordido non so che pensare.

9
Attracchiamo a Ibiza: il gregge scende all’unisono popolandola in pochi secondi di cinquemila ovini indistinguibili.
La popolazione locale di mercanti di paccottiglia ha steso le proprie nasse già da quando la nave è entrata in porto.
Siamo rimasti in pochi a bordo: al bere del ponte 2 siamo soli: il principe, il regista nichilista ed io.
Fabio mi racconta che la carampana con cui stava parlando stamattina non era che sua madre.
Ecco che ci faceva sulla nave il Principino, mi ha confessato che sta cercando di piazzare la matrona, ha letto che le crociere sono l’ultima spiaggia e lui sta provando a sbolognarla.
Comunque la signora si diverte, e ha ottenuto sin ora un tale successo da preferire le avventure di una notte ad una relazione più stabile, con grande cruccio del rampollo.
Il vecchio non ha più niente da filmare così indirizza la telecamera verso di noi: facciamo un po’ gli scemi, ci diamo un bacio e brindiamo verso di lui. Il regista filma tutto, applaude e ci fa rivedere la scena.
Prendo coraggio è invito anche lui in disco con Bodomila e le mie paure.
Capisco immediatamente che questa mossa dal punto di vista strategico è una turpe puttanata.

10
Infatti eccoci in discoteca: c’è un casino d’inferno e non si riesce a spiaccicare parola: Bodomila ha due dita di minigonna, gambe un po’ robuste ma dotate di seducenti fossette laterali, tette che scoppiano sotto una canottiera azzurra, occhi di ghiaccio ma niente malizia e niente trucco, salvo un filo di rossetto.
Saluta il Principe che trasale, e lo comprendo, ma rimane abbastanza composto di fronte a tutto quel bendidio.
Bodomila scalcia via le scarpe e balla scatenata al ritmo techno, Egli la segue ipnotizzato e comincia a dimenarsi vicino a lei.
Io rimango pietrificata. Mai ballato in vita mia.
Ordino due Jack Daniel, doppi. Uno lo tracanno d’un fiato liscio. L’altro, con ghiaccio, me lo sorbisco lentamente con calcolato masochismo mentre li guardo ballare.
Finalmente l’ho capito: Freud e le pulsioni di morte. E’ meglio che schiacciarsi i foruncoli, meglio che piantarsi il compasso nelle cosce.
Sono bellissimi.
E le lacrime di colpo, come fosse crollata una diga mi rigano le guance.
Non piango di gelosia, piango quasi di gioia, penso a quanto sono belli, a quanto gli voglio bene, a quanto me li scoperei entrambi, penso che il mondo non è poi così male.
Ma adesso mi indicano col dito e vengono a sedersi al mio tavolo.
Sono felici e sudati e mi sorridono.
Poi penso che comunque vada, non sono sola, e riesco a sorridere pure io.
Ma immediatamente piombo ancora nel panico: ora sono al bar, un habitat per me favorevole ma come al solito non so che cazzo dire.
Vorrei essere brillante, poi mi faccio coraggio e decido che una conversazione può anche essere banale, purché sia.
Parlo di musica, dopotutto siamo in discoteca. Che argomento trito e inutile! Sono una cretina.
Cerco di imbastire una lezione di astronomia, sfruttando le nozioni apprese per l’esame di patente nautica e il cielo stellato.
I miei nuovi amici fanno di tutto per mostrarsi interessati al mio pedante monologo, in realtà si scambiano sguardi inequivocabili.
”Zia come mai sei rimasta zitella?” immagino mi chiederà un’ipotetica nipote tra cinquant’anni.
”Perché sono una deficiente figliola”
Rimaniamo a chiacchierare per circa un’ora poi adducendo un improbabile mal di testa mi ritiro in cabina lasciandoli soli affinché la natura faccia il suo sacrosanto corso.

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Mi sveglio col mal di testa, quello vero, dovuto a fisiologici postumi di sbronza da superalcolici.
Mi odio. Non voglio incontrare nessuno.
Vado in biblioteca dove ci sono tavoli sufficientemente grandi per esercitarmi al carteggio.
“Zia, perché non ti schiodi mai oltre le sei miglia dalla costa?”
“Perché non sono mai riuscita a prendere la patente nautica, nipote. Però ora sarebbe meglio che la piantassi di fare domande del cazzo e andassi a fare i fottuti compiti”
In biblioteca c’è l’opera omnia di Stephen King, Faletti, svariati codici da vinci, angeli e demoni come se piovesse.
Il vero mistero e come possa la gente leggere libri del genere: e vero o no che Gesu Cristo simpatizzava per Maria Maddalena? ma saranno affari suoi! Gossip religioso. Una volta si chiamavano pettegolezzi, credo fosse un termine più appropriato.
Accanto a questa consumata paccottiglia scorgo alcuni intonsi classici, per la maggior parte hanno su ancora la fascetta sulla copertina.

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Ho fatto 8 problemi: non uno completamente corretto. Ho le cosce come S. Sebastiano a furia di trafiggerle con il compasso. Inverto le cifre dei gradi degli angoli, punto il compasso dalla parte opposta, leggo ovest e traccio la rotta verso est. Ho gli emisferi inversi, ho le rotelle spanate, ho i neuroni incasinati. Forse ci vorrebbe l’elettrochoc. Ho letto che a voltaggio basso e sotto anestesia aiuta a ristabilire la polarità dei neuroni. Tutto nella scienza medica viene continuamente esaltato, gettato nella polvere e riabilitato.
A un certo punto scopro che c’è un giovane marinaio che mio osserva. Mi vergogno.
Deve essere un sottufficiale o un allievo sottufficiale.
Mi chiama signorina, ha un forte accento veneziano, grandi orecchie a sventola, occhiali spessi rettangolari con un’antiquata montatura nera. Sembra uscito da una commedia neorealista dove fa la macchietta del veneto tonto.
“Posso aiutarla, signorina?”
Questo è più stordito di me.
Anche il suo nome è ridicolo, si chiama Gerolamo, Momi per gli amici, che è ancora più buffo.
Però è un vero mago della nautica: traccia rapido rotte con precisione millimetrica, punta compassi come se non avesse fatto altro nella vita, e probabilmente è proprio così, fa complicatissimi calcoli a mente.
Alla fine mi regala una vera carta nautica tutta colorata.
“Così può seguire la nostra rotta, signorina”
Poi se ne va con l’ aria soddisfatta di chi ha compiuto un’azione giusta e opportuna.
Mi ricorda una canzone che ascoltava sempre mia madre: Ragazzo triste di Patty Pravo.
Mentre lavoro sulla carta nuova, mi accorgo che mi è più facile.
Di colpo i miei poveri neuroni, uno sparuto gruppo di dementi che caracolla inebetita spingendosi l’un l’altro e sbattendo ciecamente su ogni ostacolo, si desta, si riorganizza, si produce in un’ intuizione.
Lavorare sulla nuova carta mi riesce perché sono dentro la carta stessa con la mia Metanopoli marina. Vedo il sole, la costa, sento il vento, mi ci ritrovo.
Applico la stessa tecnica sulla cartina della scuola: sono a Piombino, ho alle mie spalle il porto, le ciminiere delle acciaierie, ne sento la puzza, percepisco una folata di scirocco dietro l’orecchio sinistro, di fronte a me c’è l’ Elba il mio obbiettivo, ma una subdola corrente mi trascina per tre gradi a sud ogni ora, correggo la rotta 308° 5.
Guardo la soluzione col cuore in gola.
E’ giusto! Che cazzo è giusto! Non ho sbagliato di mezzo secondo.
Tutto merito di Ragazzotriste. Triste come me.
Comincio a sospettare che non sia poi così scemo. Alla fine in “Pane e amore e fantasia” il carabiniere veneto tonto si scopa Gina Lollobrigida.
Mi accorgo che sono le dieci di sera, non ho mangiato, non ho bevuto, ma sono soddisfatta.
Torno in cabina.
Trovo un altro biglietto sul cuscino.
“Cara Marina,
passato il mal di testa? ti abbiamo cercata per tutta la nave. Sei arrabbiata con noi? Stasera andiamo al casinò, magari lo preferisci alla discoteca, se ti va ci troviamo lì alle 11.
Un Bacio.
Mila e Fabio”
Massì ci vado. Se non mi presento penseranno che mi sia arrabbiata perchè stanno assieme, che poi nemmeno lo so se stanno assieme. Giusto il tempo di prepararmi.
Metto un vestito. Non li metto mai ma per una volta sopravviverò. Voglio strafare: uso persino un po’ di matita sugli occhi e un filo di rossetto. Dopo un paio di errori grossolani che mi fanno sembrare un pugile pestato ottengo un risultato passabile.
Esco.
Fabio mi dice che sto bene, Mila mi abbraccia, mi da un bacio sul collo. Mi struscia un po’ troppo le tette su quelle povere cose che dovrebbero essere le mie.. Non porta reggiseno. Fabio le avrà detto qualcosa?
Mi agito, devo essere paonazza. Mila mi chiede con un sorriso innocente se mi sento bene.
Do la colpa al caldo sulla nave. Ma siamo ancora all’aperto e saranno 15 gradi.
Mi guardano perplessi. Avrò già la menopausa a ventun anni?
Al casinò ci sono una ventina di signore anziane che inseriscono meccanicamente secchielli di monete nelle slot.
Ogni tanto si sente una cascata di monete, al che la carampana di turno riempie il secchiello, senza alcuna apparente emozione, e ricomincia ad infilarle nella fessura.
Quando il secchiello è vuoto se ne tornano imperturbabili da dove son venute.
Fabio si mette a giocare a Black Jack, si vede che segue uno schema. Non punta tutte le giocate e aumenta le puntate secondo una progressione logica.
Vince moderatamente. Da professionista.
Io, come al solito, non so che fare e decido di liberarmi delle mie due fisch puntandole a caso sul numero a me più vicino, il 24. Vinco. Tutto da rifare. Ma non ho voglia, incasso la vincita e offro da bere ai mie due amici.
Probabilmente, rassicurata dai miei successi nautici del pomeriggio, riesco a imbastire una conversazione decente, gli racconto di Ragazzotriste e delle sue doti pedagogiche. Parliamo delle qualità di un buon insegnate: Fabio osserva che quella più preziosa è l’umiltà, il farsi piccoli per fare crescere l’allievo.
Torno in cabina soddisfatta della serata e di me stessa.

Oggi ho deciso di non studiare, mi sono presa un giorno di vacanza, rimango nella mia cabina a leggere ed esco solo verso sera.
Sulla nave c’è troppa confusione: mi cerco un angolo tranquillo dove guardare il mare.
Trovo un pezzo di ponte semideserto.
Semideserto perché affacciato alla balaustra vedo mio padre, faccio per chiamarlo:
“Che ci fai qua?”
“Piango” mi risponde.
Piange. Effettivamente. Ha la faccia solcata dalle lacrime e un aria tristissima.
– Che è successo?
Mi sento angosciata e imbarazzata. Per lui e per me.
– Penso a questa nave. Ai gerani sui balconi di casa. Ai cani. Agli alberi di Natale. Agli sforzi che facciamo per fingere di divertirci. Per dare un senso alla nostra vita. Per non pensare alla morte. A tua madre e a me e a quanto siamo piccoli e insignificanti. A quando uno di noi due morirà lasciando l’atro solo e triste. All’inutilità e all’orrore di tutto questo.”
Oh porca di una puttana. Questa è malinconia, e della peggiore. Da qualcuno dovevo pur averla ereditata.
Credevo questi fossero pensieri di esclusiva pertinenza di adolescenti sfigati e disadattati come la sottoscritta e non colpissero solidi lavoratori adulti e padri di famiglia.
Non esiste cura. Non dico niente Lo abbraccio e lo trascino al bar.
Restiamo lì a bere silenziosi e preoccupati per un po’.
“Scusa, no cioè..volevo dire grazie”
“Raccontami di come eri quando avevi la mia età” gli chiedo.
Abbiamo tempo, mamma è andata a teatro con la Meringa e il signor Cialtroni, lui gli ha detto che non ne aveva voglia e sarebbe andato in palestra.
Restiamo a parlare fino a tardi, alle undici siamo entrambi abbastanza ubriachi da poter intonare un coro di montagna, ma sono riuscita a farlo ridere e ricordare cose belle: delle ragazze che aveva conosciuto, di mamma da ragazza, dei viaggi con gli amici.

13
Un po’ scossa da questa esperienza intimista riprendo i miei esercizi di carteggio, per distrarmi un po’. Ormai però mi riescono facilmente, e ho quasi finito tutti i compiti delle vacanze.
Decido di tentare qualcosa di più difficile.
Così dopo aver preso qualche rilevamento e guardato la bussola, torno in biblioteca e mi diverto a tracciare la rotta della nostra nave sulla magica mappa di Ragazzotriste.
Ma qualcosa non mi quadra. Non è possibile! Eppure sembra che stiamo per passare proprio di qua. Incolpo i negroni. Rifaccio. Ritraccio. E’ uguale. Sto per pugnalarmi col solito compasso. Un boato. Mi ritrovo per terra in un angolo della biblioteca seppellita dai best sellers.
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È andata via la luce, urla, lamenti, pianto di bambini.
Mi rialzo e cerco affannosamente i miei amici, i miei genitori.
Malgrado il panico, mi viene in mente che ora o qualcuno da cercare, che non sono sola, questo pensiero mi sostiene. Mi faccio coraggio
Le altoparlanti parlano di un guasto all’impianto elettrico, dicono di stare calmi, ripartiremo al più presto.
Si, stronzate.
Non siamo lontani dalla costa.
Una nave ci mette un bel po’ ad affondare.
Riesco a radunare tutti quanti, una specie di arca di Noè degli affetti: i miei genitori, Fabio, Bodomila, persino il regista cinico che ho incontrato per caso sul ponte spaventato e confuso, c’è anche la famiglia Cialtroni al completo che si è aggregata ai miei genitori insieme ad altri intrusi.
In compenso non si vede l’ombra di un marinaio, sembrano tutti spariti.
Vado verso una scialuppa e comincio a togliere il telo di protezione, finalmente si vede qualcuno dell’equipaggio. I marinai mi guardano senza reagire.
Appare Ragazzotriste, ha un attimo di esitazione ma poi viene ad aiutarmi.
Il secondo ufficiale gli intima di attenersi agli ordini. Che per il momento non ci sono.
Con un insospettabile gesto di insubordinazione gli risponde: “Ma va in mona!”
Siamo scesi faticosamente in mare, le cime si sono impigliate varie volte, il motore ha faticato a partire.
Alcuni passeggeri sono nel panico e rompono decisamente i coglioni con domande inutili, lamenti e consigli di navigazione. Anche sull’arca c’era la zecca, lo scarafo e la zanzara: l’imperscrutabile disegno divino.
Il mare è molto mosso, stiamo tutti male.
A un certo punto la ragazzina dell’Iphone, si sporge per vomitare, perde l’equilibrio e finisce in mare.
Un secondo dopo Ragazzotriste le ha già lanciato il salvagente anulare, assicurato a bordo da una cima galleggiante. Tutti gridano come pazzi.
“Te la senti di stare al motore mentre cerco di prenderla?” mi dice Gerolamo.
Vado al motore, mi allontano dalla bambina, descrivo un ampio arco e mi porto su di lei sottovento, metto in folle.
La ragazza galleggia con la sua cintura di salvataggio non lontano dal salvagente anulare, ma è sbatacchiata qua e la dalla onde, la boetta luminosa attaccata alla cintura la fa sembrare una specie di lucciola che appare e scompare nel buio.
Ragazzotriste non riesce a prenderla, è come cercare acchiappare al volo un’anguilla da ubriachi sopra a un ottovolante.
Urla, si sbraccia, niente.
La Meringa mi inveisce contro.
A questo punto faccio una cosa che secondo le buone norme di salvataggio nautico sarebbe una grossa stronzata.
Aggancio il portachiavi della cabina al passante dei miei pantaloni, lo faccio scorrere sulla corda del salvagente anulare.
Ragazzotriste mi sgama e mi urla: “Che cazzo vuoi fare Noo!”
Ma io mi sono già buttata in acqua. Nuoto alla marinara sforbiciando con le gambe per non impigliarmi nella corda a cui sono attaccata, come a una specie di cordone ombelicale, riesco a vederla, mi avvicino, mi afferra i capelli e mi tira sotto. Mi aggrappo a lei, il suo salvagente e quello a cui sono attaccata ci tirano a galla, la abbraccio con tutta la mia forza cercando di immobilizzarla.
“Ce l’ho. Tira.”
Ci ripescano, sono tutti attorno alla ragazzina io sto tremando dal freddo e dalla paura.I miei mi abbracciano, Fabio e Mila mi guardano preoccupati. Io, lucidissima in acqua, ora ho una specie di crisi isterica, piango e tremo.
In poco tempo siamo sulla costa.

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Mi allontano dagli altri, mi tolgo i vestiti bagnati e li strizzo: sono nuda, senza alcun pudore in mezzo a un casino inverosimile di naufraghi, protezione civile, marinai, giornalisti, idioti che fanno foto col telefonino. Ma nessuno sembra notarmi.
Ragazzotriste mi raggiunge e mi mette addosso la sua giacca da marinaio.
Sorrido. Non mi riesce difficile.

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