Australia

Grazie a un paio di pastiglie di sonnifero e alcuni gin tonic arrivo all’aeroporto di Adelaide fresco come una rosa. Vengono a prendermi due parenti di mia moglie Don e Jo alle 7 del mattino, per me è la prima volta in vita mia che qualcuno fa una cosa del genere, sono commosso.

La Famiglia è immigrata qui una cinquantina di anni fa, si sono moltiplicati e si sono ben acclimatati: tutti hanno grandi case con giardino e cane, non passano il tempo a lamentarsi come da noi, hanno relazioni sociali ricche e frequenti insomma stanno bene. E’ appena nato Jessie, la quarta generazione. Vado a trovarlo all’ospedale e trovo una folla di parenti e amici festanti.

Penso a come sarebbe stata l’Italia se non fossimo tutti impazziti, se non passassimo il tempo a fregarci l’uno con l’altro, se avessimo avuto un migliore esempio dalle istituzioni.

Sono l’unico parente italico, anche se acquisito, che si è avventurato da queste parti mi accolgono con molto affetto senza però perdersi in inutili complimenti. Tra feste, banchetti, pranzi e cene recupero in brevissimo tempo i chili persi coi brodini asiatici.

Organizzano una rimpatriata in mio onore a base di pizza saranno 50 persone e la pizza è ottima.

Sembro Ziobelo nel film “il barbiere di Rio”, sono un po’ imbarazzato ma cerco di fare il disinvolto e mi lascio fotografare accanto a tutti come la guardia della regina.

Mi portano a visitare le cantine della Barrosa Valley: è tutto perfetto, curato, pulitissimo, organizzato. Penso al casino delle aziende agricole italiane.

Il vino costa un patrimonio 30 dollari per una bottiglia appena bevibile, da noi ci compri un ottimo Chianti se non un Brunello.

E’ un paese enorme con infrastrutture costosissime: collegare due città con una strada (le strade, anche di campagna sono perfette) deve costare un patrimonio, hanno un welfare invidiabile e un imposizione fiscale modesta. Mi sono fatto l’idea che la principale fonte di risorse per lo stato siano le tasse sugli alcolici che sono comunque molto richiesti.

Mi aggiro per le strade di Adelaide si notano comitive di liceali: alcune sono alte un metro e novanta, sono dotate di ragguardevoli tette e di regolare fidanzato ma vanno vestite con la divisa della scuola: un vestitino a quadretti scarpe da tennis e calzini corti. Da noi non si vestirebbero così manco all’asilo, alle elementari usano il tacco dodici di Prada, tutto firmato dalla testa ai piedi. Alle medie viste da dietro non si distinguono dalle madri se non per il fatto che la madri portano la cartella.

Siccome l’ospite è come il pesce e dopo tre giorni puzza e sto mettendo su due chili al giorno decido di lasciare momentaneamente i simpatici parenti ed avventurarmi in Tasmania.

Mentre la zona di Adelaide è piuttosto arida la Tasmania è piena di boschi e fiumi.

Hobart sembra una grande marina, col suo porto, le sue barche a vela, i negozi di fish and chips, molti pub di amichevoli universitari.

Mi incontro con dei ragazzi italiani amici della mogliera: mi pare che stanno bene: non solo lavorano e li pagano ma fanno anche il lavoro che si sono scelti per vivere.

Dicono che gli manca un po’ l’italia perché la gente lì è un po’ bidimensionale. Sarà, penso perplesso.

Per il resto la Tasmania è una specie di far west, non c’è quasi nulla ma quel poco che c’è è valorizzato al massimo. In un museo vedo una scheggia di bottiglia di bibita, pare sia dei primi del novecento c’è scritto. Anvedì! Ma fanno bene loro.

Giro felice dappertutto godendomi strade deserte e paesaggi bellissimi, mangio pesce, faccio il bagno in splendide rischiando l’assideramento. Le spiagge sono deserte e senza ombrelloni ma inspiegabilmente ci sono i bagni e le cabine per cambiarsi:tutto pulitissimo e gratis. C’è forse un tizio che parte all’alba dal paese più vicino e fa sessanta chilometri per fare le pulizie tutte le mattine.

Sono tutti gentilissimi e socievoli. Sembra una svizzera allegra. Praticamente il paradiso in terra.

Finisco in un paesino di minatori. Nessuno in giro, sono tutti al pub sbronzi alle 4 del pomeriggio. Il Saloon è anche l’unico albergo le stanze sono messe peggio che a Bangkok, però si mangia bene, la birra è buona e gli ubriaconi non danno noia.

Al ritorno ad Adelaide partecipo al carnevale italiano, è un grosso padiglione fieristico pieno di vecchie Cinquecento e Giulie super. Ci saranno alcune migliaia di persone, ricorda un po’ l’oktoberfest.

I nostri connazionali sembrano conoscersi quasi tutti, hanno un’aria agiata e rilassata, le ragazze sono belle e un po’ più vistose rispetto alla media locale.

Malgrado abbia noleggiato una macchina Jo e Don mi insistono per scortarmi in aeroporto, ci beviamo una birra mentre penso al casino che mi attende al rientro.

 

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Racconti possibilmente umoristici
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