E’ tutto finto ma bisogna pur passare il tempo

cavalloSe vuoi sentirla tutta, Pasquale, portamene un altro, con l’acqua a parte, e poi versatene uno anche per te, che tanto qua non viene più nessuno e mi sa che nemmeno tu hai a casa qualcuno che ti aspetta.
Ma tu dimmi, se nelle sere d’estate a Milano c’è un posto più bello di questo?
La statua del cavallo, il fresco degli alberi, l’odore delle scuderie, le decorazioni liberty sui muri dell’ippodromo, l’urlo dell’arrivo.
Ma sta andando tutto a farsi fottere.
L’ippica è finita Pasquale. Forse va bene così, come diceva sempre suo padre, ma io Anita qui non ce la lascio. Sarebbe come lasciare un fenicottero dentro a un serraglio di galline. La porto in Inghilterra dove alle corse ci va pure la regina.
Il papà di Anita era un tipo strano:faceva il produttore per una compagnia di assicurazioni.
Non se la passava bene: le ragazze del call center gli fissavano qualche appuntamento durante la mattinata, ma in quel periodo nessuno aveva soldi da investire in assicurazioni sulla vita.
Così nel pomeriggio con la pioggia nelle scarpe o il sudore che gli macchiava la camicia finiva sempre allo stesso modo: sceglieva un palazzo mediamente signorile, possibilmente senza portineria, prendeva l’ascensore, saliva all’ultimo piano e cominciava a suonare campanelli dal primo sulla destra all’ultimo a sinistra per poi scendere una rampa di scale e ricominciare. Anche se sapeva benissimo che non sarebbe servito a niente.
Poteva funzionare con le produttrici giovani e carine. Quando apriva la porta un vecchio solo e triste, in pratica uno come lui, riuscivano quasi sempre con due moine a portarsi a casa la polizza vita, l’RC auto, l’incendio con danni ai beni, gli infortuni e chissà che altro.
Ma a lui quelli più educati rispondevano che erano già assicurati “su tutto” gli altri lo mandavano direttamente a quel paese.
Era abituato ad essere insultato, allora diventava ancora più gentile, per far vedere che era superiore e che nulla lo avrebbe scalfito. Gli mancavano otto anni alla pensione.
Viveva solo con due gatti: Castore e Polluce (anche se Castore era in realtà una femmina) regalati dalla sua ex moglie: due soriani grigiastri senza alcun segno distintivo. Banali.
La notte i vicini lo sentivano gridare:
“Gatti del cazzo! Giù dal divano. Stronzi!”
Però la mattina li spazzolava amorevolmente e gli comprava la fesa di tacchino.
Lui invece mangiava quasi sempre spaghetti al pomodoro. E un pezzo di formaggio di cui era ghiotto.
Dopo cena una bottiglia di Sangiovese, un po’ di televisione e un libro già letto.
Così da quattordici anni.
Da quando sua moglie, Marina, se ne era andata.
Erano rimasti in buoni rapporti.. lei si era semplicemente annoiata di lui.
Marina si sentiva un po’ in colpa, per questo tutte le domeniche veniva a rompergli l’anima: metteva in ordine, buttava via calzini e mutande usurate (a cui era peraltro affezionato) o peggio sequestrava formaggi grassi e malsani dal frigo, quelle volte che Gino si dimenticava di nasconderli.
Era vegana, appassionata di tisane e tofu.
Povero cristo.
Non aveva più avuto una donna: a volte le guardava con interesse, soprattutto d’estate, ma oramai erano un capitolo chiuso.
In fondo andava bene così.
Una domenica non avevo niente da fare così ma ne andai a vedere un concorso ippico in un maneggio di periferia.
Li conobbi lì.
Anita aveva sedici anni, era una bella ragazza con i capelli scuri e degli occhi chiari che non si sapeva da chi avesse preso.
L’unica cosa di buono che Gino avesse mai fatto nella vita, almeno secondo lui.
Quando Anita era piccola Gino non sapeva dove portarla, era una bambina strana, non parlava e sembrava non interessarle niente.
Così un pomeriggio l’accompagnò a vedere i cavalli, proprio in quel maneggio.
La bambina si ne innamorò a tal punto che volle assolutamente salirci sopra.
In breve fu chiaro a tutti che Anita era nata per cavalcare. Non aveva paura di niente e possedeva una grinta e una determinazione sorprendenti.
Gino era contento di aver trovato qualcosa che le piaceva e per farla felice si iscrissero entrambi a un corso per principianti.
Così tutti i sabati mattina, l’unico giorno che potevano vedersi secondo il tribunale dei minori, Gino e Anita cavalcavano in quel maneggio di periferia da soli, in silenzio.
Era il loro modo di stare insieme, di comunicare.
L’unico.
Il giorno che la vidi per la prima volta fui colpito da come cavalcava.
La ragazzina saltava gli ostacoli con grande naturalezza le sue giunture si piegavano in sintonia con quelle del cavallo sembrava una piuma sospesa in aria sopra la sella mentre l’animale correva per conto suo.
A quella gara si classificò terza solo perché era troppo irruenta. Cazzate da fighetti dei concorsi ippici. Secondo me era nata per le corse.
Andai a cercarla alle scuderie. Gino era lì che faceva la ruota come un tacchino.
“La ragazza ha del talento, mai pensato alle corse a San Siro?”
“ Lo chieda a lei” disse Gino.
Mi piacque la risposta. Glielo chiesi.
Fece un cenno con la testa, un mezzo sorriso, se ne andò verso i box quasi investendomi col cavallo che tirava per la cavezza..non doveva essere tanto normale.
Chiesi cosa a Gino cosa avesse.
Mi disse che si trattava di una forma di autismo: non parlava, prendeva tutto assolutamente alla lettera e a volte diventava violenta e spaccava tutto, sopratutto se pensava che le mentissero.
Qualunque cosa le sembrasse minimamente falsa, anche solo un modo di dire, la faceva uscire di cervello ed erano botte, urla, calci, pugni.
E la madre che faceva? Aveva battagliato per avere l’affidamento ma poi si dedicava prevalentemente a fesserie new age.
La presentai in diverse scuderie di amici e conoscenti ma quello che non andava era il carattere della ragazza.
Non diceva mai una parola e, quelle rare volte che lo faceva, sorrideva sempre con mezza bocca mentre l’altra metà della faccia restava seria.
Era un po’ inquietante.
Cominciai a frequentare anch’io lo scalcinato maneggio dove si allenava Anita e mentre lei finiva di pulire il cavallo e di cambiarsi io e suo padre, di qualche anno più vecchio di me, facevamo due chiacchiere al bar
Gino aveva l’aria di uno che si sente un fallito ma, come quando i clienti lo mandavano al diavolo, non si lamentava mai e tirava a campare come un mulo. Uno abituato a incassare bastonate. Mi piaceva.
Volevo fare qualcosa per tirarlo su di morale, non pesai alle conseguenze.
“ Gino ma come ti piacciono le donne?” gli chiesi.
“Mah? Normali”
“Come normali? Che risposta è? Non esistono donne normali. Alte? Base? Bionde? More?”
“Che ne so? più o meno tutte.. direi non troppo appariscenti. Normali E a te come piacciono?”
“A me piacciono le negre. Ma non svicolare.. Senti mercoledì compi sessant’anni. Io avrei pensato a un regalo. Sempre se non ti offendi. Vai a questo indirizzo alle sei e mezzo. Si chiama Laura.”
“Ma dovrei andare con una puttana?”
“Offre la ditta. E poi Laura non lo fa proprio di mestiere, diciamo che arrotonda.. sai la crisi..Una normale come piace a te”.
“Ma non so se sono ancora capace. E poi una cosa finta..”
“ e che credi che quelle normali, come le chiami tu, non fanno finta? 8 su 10 o alla meglio 7 su 10 fingono..e non mi dire che non te ne sei mai accorto”
“certo che me ne accorgo, tutti se ne accorgono, ma poi che le dici? “guarda cara che non me la sono bevuta È inutile che urli e strepiti tanto si vede benissimo che è tutta una commedia?”
“Dici che se ne accorgono proprio tutti?” gli chiesi
“Certamente. Tutti se ne accorgono ma fanno finta di crederci per convenienza. Il mondo è pieno di gente che racconta palle e di altri che fanno finta di bersele perché gli conviene”
Un filosofo tedesco sarebbe stato più ottimista.
Cambiai rapidamente argomento.
“Gino non stare a farla tanto lunga. Laura è una che ti mette a tuo agio. Non rompere le palle: fai il favore entra da quella porta e poi se non ti va te ne vai.”
Per Gino quell’appuntamento fu peggio dell’esame di maturità. Non ci dormì la notte e davanti a quella porta aveva 120 pulsazioni al minuto.
La porta si aprì lentamente e dietro di essa c’era una ragazza carina, senza trucco con un vestitino corto ma non volgare. Lei era gentile e le cose si svolsero in tutta tranquillità.
Dopo Laura gli offrì un bicchiere d’acqua e fecero due chiacchiere. Faceva parte del servizio.
Lui gli chiese quanto sarebbe costato tornare.
“In genere prendo cento. ” gli disse Laura. “Se però vieni spesso..non so tutte le settimane si può fare una specie di abbonamento con lo sconto”
Così tutti i mercoledì Gino alle 18,30 era da Laura.
Puntuale come un orologio per tre mesi. Un tipo metodico.
Alle fine c’era sempre il rito del bicchiere d’acqua e delle chiacchiere finali, ogni volta la parte sociale durava qualche minuto in più. Era un bonus per i clienti più affezionati.
“Che lavoro fai?” chiese un giorno la ragazza per fare un po’ di conversazione.
“Il produttore assicurativo, vendo polizze porta a porta”
“Mi spiace, dev’essere uno schifo di lavoro”
“Sempre meglio che lavorare dentro un ufficio davanti a un computer. E a te piace il tuo lavoro?”
“Sempre meglio che vendere polizze.”
“Già c’è sempre un lavoro peggiore.”
Gino raccontava sempre questo dialogo che lo divertiva molto.
“ti va una birra?” chiese Laura, forse contenta di averlo fatto finalmente ridere.
Gino naturalmente accettò e poi solo per abitudine le chiese::
“Laura tu hai mai pensato al tuo futuro? A quando non potrai o non vorrai più lavorare?”
Dopo mez’ora Laura consegnò a Gino cinquecentomila euro in contanti. La più bella polizza vita a premio unico della sua carriera. Laura avrebbe avuto la sua pensione. Gino le sue provvigioni.
Mi chiamò al telefono esaltatissimo, mi doveva vedere: subito.
Corsi a casa sua.
“ ci pensi Mario! Un bacino di utenza della madonna senza concorrenti: una miniera d’oro. Anita sarà fiera di suo padre.”
“ Gino vacci piano non so se tutto questo è legale.”
Diventai il suo consulente tecnico: nel mondo delle scommesse se ne vedono di tutti i colori: puttane, trans, ladri, usurai. Tutta gente bisognosa di previdenza integrativa.
Mi chiese di preparargli una lista di possibili clienti.
Provò con una certa Jessica. Ma gli andò male. Non poteva proporgli le polizze al primo appuntamento, doveva diventare un cliente abituale, conquistasi la loro fiducia.
Cominciò a darci dentro a ritmi serrati, non so se prendesse il Viagra. Sempre per motivi di lavoro, per carità.
Era entrato in diversi giri piuttosto loschi ma il core business rimanevano le prostitute.
Scoprì che non erano tutte professionali e gentili come Laura: c’erano quelle aggressive, quelle scazzate.. una guardava la televisione durante il rapporto, un’altra rispondeva al cellulare.
Comunque una volta stabilita una routine, era come col panettiere sotto casa, si facevano due chiacchiere, si instaurava una certa familiarità e le polizze le compravano.
Si fece una certa nomea nell’ambiente era diventato l’imps dei ladri e delle puttane.
“Mario” mi disse “Avevi ragione tu. In fondo non è molto diverso rispetto alle poche ragazze che ho frequentato prima. E’ comunque tutto un rituale..tutto finto..le porti a cena.. le fai dei complimenti, le fai ridere. Loro ridono.. fanno finta che sei brillante, che gli piaci, ma magari non gliene frega niente. Lo fanno così per passare il tempo. Me ne ricordo una che si muoveva completamente a casaccio, a letto era una frana, eppure ne aveva di esperienza.. di uomini ma anche di donne. Un’altra sembrava morta. Così invece è molto più schietto.. e poi alcune sono anche molto simpatiche”
La conoscevo: era l’ideologia del puttaniere romantico.
“Tra qualche mese le inviterai a cena” gli dissi per scherzo.
“Ma perché no?” rispose serissimo
“.. ma non dire cazzate”
Dopo qualche mese i suoi brillanti successi professionali attirarono l’attenzione della sua compagnia.
“Gino ! “ disse l’ispettore di produzione “ hai dormito per trent’anni e adesso mi stai battendo tutti i record di vendita. Complimenti! Vorremmo solo sapere come fai.. Ti proporremmo un contratto di agenzia. Agente di città: avrai dei collaboratori, un ufficio tuo, ma, per favore, comprati delle scarpe, dei vestiti decenti e una macchina nuova. Così fai schifo.”
“ Galimberti ti ringrazio della fiducia ma per ora preferisco fare da solo e mantenere il mio stile. I soldi su conto corrente vi arrivano no? Quindi non mi rompete i coglioni”
Questa risposta era sintomatica della metamorfosi che era avvenuta in lui, non era più il Gino mansueto e remissivo di prima.
Non aveva mai tempo, il cellulare gli squillava ogni minuto e si faceva rispettare.
Andava a gonfie vele. Mi chiesi quanto potesse durare.
Una volta mi chiamò nel cuore della notte. “Voglio un puledro. Voglio comprare un purosangue”
“Calmati Gino”
“ Ho una bella cifra. Sono tutti i miei risparmi. Investili bene.”
“Ma sei sicuro?”
Gli trovai un bel puledro: il budget era di tutto rispetto.
Anita quando glielo portammo lo abbracciò e si mise a piangere.
Passava tutto il tempo ad allenarlo. Lontano da occhi indiscreti.
Un giorno la sorpresi per caso mentre lo faceva girare al tondino.
Non si accorse che ero lì. Parlava.
Col cavallo parlava.
Gli dava degli ordini per allenarlo ma gli raccontava anche di se della sua vita.
Aveva una bella voce, profonda. Mi sarebbe piaciuto sentire cosa diceva ma me ne andai prima che mi notasse.
I cavalli non possono mentire. Penasi.
Gino continuava a lavorare a pieno ritmo finchè non gli venne un cocolone.
Per fortuna si trovava da Monika, una ragazza ungherese piuttosto robusta e con bel sangue freddo.
Lei si spaventò ma ebbe la forza rivestirlo, trascinarlo sul pianerottolo e chiamare il 118.
I medici del Niguarda non ebbero tempo per farsi troppe domande. La sua storia stava in piedi: era un assicuratore anzianotto che si era sentito male facendo le scale, era il suo mestiere. Inutile ficcanasare oltre.
Così Gino capì che il Galimberti non aveva poi tutti i torti, non ce la poteva più fare da solo. Necessitavano collaboratori. Ma chi?
Il candidato ideale avrebbe dovuto possedere le physique du role e possibilmente non disdegnare i transessuali, un mercato di nicchia certo, ma da non trascurare. Gino era un po’ troppo tradizionalista per tutto questo.
Conoscevo qualcuno che potesse fare al caso suo? Certo che si.
Naturalmente il dipendente era in nero, gli girava parte delle provvigioni sottobanco ma a quel punto, la storia di Gino la conoscevano tutti gli iscritti al Rui (Registro unico intermediari assicurativi) della provincia di Milano.
Passò qualche mese.
A questo punto posso solo fare delle ipotesi perché nessuno sa cosa è successo veramente ma ritengo essendo un bookmaker, uno che di ipotesi e teorie ci ha fatto una professione, di poter fornire una ricostruzione abbastanza qualificata.
Galimberti, il suo diretto superiore, non ha potuto pensare che le polizze di Gino piovessero dal cielo ma ne ha deliberatamente ignorato la provenienza. . Gli altri produttori racimolavano spiccioli, mentre il mio amico fatturava alla grande. Lo ha lasciato fare
Doveva raggiungere il budget, e il suo premio di produzione dipendeva direttamente da quei contratti. Era nella merda peggio di lui: aveva le rate della macchina da pagare e la figlia aveva bisogno di un apparecchio per i denti. Adesso che le cose erano diventate di pubblico dominio nel giro aveva paura.
Ha tergiversato un po’ e poi ha scritto un bel rapporto al suo capo: il direttore distrettuale.
Si certo, si leggeva nel rapporto, le intestatarie delle polizze erano quasi tutte donne, quasi tutte cittadine straniere, senza una professione ben definita però.. a voler ben vedere: avevano pagato il premio in anticipo e in contanti ed erano incensurate nonché in regola col permesso di soggiorno quando non fossero cittadine comunitarie a tutti gli effetti. Può una compagnia di assicurazioni nutrire una presunzione di colpevolezza che non sarebbe lecita nemmeno a un magistrato? Il rapporto probabilmente si concludeva dicendo che qualora la compagnia avesse deciso di annullare i contratti il Galimeberti non avrebbe esitato a restituire i premi alle clienti.
Infine ci avrà sicuramente allegato un prospetto con i grafici relativi ai dati della produzione “as it” cioè come erano al momento, compresi i premi di Gino, e “As if” ossia come sarebbero miseramente stati senza Gino.
Galimberti fiero del proprio lavoro e con la coscienza limpida, ha infilato il tutto in una busta diligentemente depositata nella posta in uscita.
Il direttore del distretto era sicuramente meno coinvolto: Che schifo! Si trattava di riciclaggio, ne andava del buon nome della compagnia. Avrebbe dovuto licenziarli tutti e due: Gino e Galimberti che non aveva vigilato. O peggio che lo aveva coperto. Però quella statistica “As if” era davvero deprimente: il direttore distrettuale aveva già fatto conto di quei premi nel piano di produzione e aveva fissato obbiettivi ancora più ambiziosi. Non si poteva tornare indietro. Ne andava della sua credibilità.
Dopo averci pensato un bel po’, ha telefonato al suo sottoposto facendogli i complimenti per il rapporto “completo e articolato”, gli ha chiesto per cortesia di inviagliene copia in word per correggere alcuni piccoli refusi.
Arrivata la copia ha cambiato la data e ci ha messo il proprio nome spedendolo, tale e quale, più in alto.
La storia si è ripetuta analogamente per tutta la catena di comando della compagnia fino al tavolo dell’amministratore delegato.
L’AD letto il rapporto si sarà certamente adirato: a che servivano tutti quei dirigenti scalda poltrone buoni solo a leccare il culo?
Nessuno aveva fatto un tubo: doveva decidere sempre tutto lui. Stavano lì come le statuette del presepe a fare le comparse mentre un produttore riciclava il denaro delle prostitute e, una volta che lo avevano scoperto sul fatto, si rimandavano la palla a vicenda per mesi senza che nessuno decidesse un cazzo.
Ha preso il rapporto e lo ha gettato con rabbia nel tritarifiuti. Ha chiamato il direttore del personale.
I soldi erano ormai stati incassati e non si poteva raccontare agli azionisti che non c’erano più.
Ovvio.
Ma non si poteva neanche lasciare che un produttore mettesse in piedi un’agenzia di puttanieri. Che diamine!
La compagnia fece a Gino una proposta molto generosa: quattro anni di stipendio anticipato, le provvigioni relative ai suoi contratti se le poteva tenere. Calcolando che gli mancavano sei anni alla pensione poteva stare tranquillo.
Lo accompagnai all’aeroporto.
“ti è andata bene”
“ anche fosse andata male non mi importava. E’ tutto finto”
“non sei almeno contento per Anita?”
Rimase un po’ in silenzio come faceva spesso i primi tempi che lo conoscevo.
“ Certo. Mandami sue notizie ma non dirle mai dove sono. Adesso devo andare. Grazie di tutto”
Sarà pure tutto finto, Pasquale, ma è anche vero che dobbiamo pur passere il tempo: così ci ho voluto provare.
E così sono diventato un allevatore anche se nella mia scuderia c’è solo un cavallo e un’amazzone mezza matta. Domani abbiamo la nostra prima corsa veramente importante.
Se vinciamo spedirò a Gino la pagina del Trottosportmen con la foto della figlia. E adesso portami il conto che si è fatto tardi.

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