L’oncologo al plurale

WP_000269Ho cinquantaquattro anni, sono in menopausa da tre e i dottori di Milano mi hanno detto che ho il cancro. Non me la sono presa più di tanto. Sono stata giovane anch’io, come si suole dire. Bella e sfrontata. Dicevano in paese.  Anche se la mia presunta sfrontatezza era roba da poco  a pensarci col senno di poi. Si, portavo i capelli corti. Ero l’unica ragazza che andava in giro in moto, un Cagiva rosso, 150 cc, piccola cilindrata ma comunque una vera motocicletta con le marce. Andavo a prendere il sole nuda con le mie amiche al laghetto delle streghe. Che poi non era nemmeno un lago ma una pozza di un torrente dove cent anni prima c’era stato un maglio. L’acqua  aveva un colore verdastro e ci saltavano dentro  le rane però c’erano delle rocce scure e piatte dove ci cresceva del muschio abbastanza morbido per potercisi sdraiare e  nessuno veniva   a disturbarci. Non ci andava nessuno perché il sentiero era franato e ci si arrivava da una scarpata calandosi con una corda da roccia, rubata da una nostra amica a suo zio, che avevamo legato a un faggio e tenevamo nascosta tra le frasche. Non so perché insisto con questo ricordo ma quella giornate passate in quella piccola Woodstock erano  quelle che più delle altre avevano il sapore di libertà e di aspettativa. Ridevamo delle nostre esperienze con i ragazzi dei paesi vicini, più o meno imbranati, e ci raccontavamo i nostri sogni. Mio marito l’ho conosciuto in discoteca a Fano, era più grande di cinque anni e aveva soldi in tasca e una Triunph  bellissima perché già  lavorava, nella salumeria del babbo. Ci siamo sposati presto, cerimonia religiosa, ma poi siamo partiti per il viaggio di nozze in moto direttamente dal sagrato della chiesa. Altro scandalo. Un giro di due mesi per l’Europa, dormivamo, pochissimo, in una canadese del fratello di Elio. Concerti Rock, raduni di motociclisti, birra. Sembrava un film. Tornati  a casa abbiamo preso in mano la salumeria. Gli affari andavano bene ma il lavoro era  duro, l’estate si teneva aperto anche di domenica per i turisti. All’una e mezza si  chiudeva la saracinesca e facevamo l’amore nel magazzino. Se ci andava anche la sera, dopo aver fatto tardi in birreria con gli amici che ancora non avevano figli. Poi è nato Piero. E’ cresciuto in fretta come una lattuga piantata con la luna crescente. E’ un bravo ragazzo che ama la natura e i funghi. Soprattutto quei cazzi di funghi. Almeno portasse a casa dei porcini da mangiare. Invece  piglia piccoli funghetti strani che poi riproduce  con gli acquerelli. Ha vinto anche un premio di pittura. Ma è meglio così perché  almeno quelli, i funghi,  qui ci sono. Per il resto non c’è molto altro. Gli anni successivi sono passati in fretta come la mortadella nell’affettatrice. Così arrivata alla mia età mi è sembrato anche naturale che fosse finita. 2 Non era dello stesso parere il dottore di Milano: un uomo grande e grosso con la barba che parlava sempre al plurale. “ Signora ce la faremo. Ce la dobbiamo fare” “Dobbiamo fare la chemio, ci darà dei disturbi ma vedrà che guariremo” “Signora come ci sentiamo oggi?” Quanto tempo era che non me lo chiedeva più nessuno? Devo confessare che mi faceva piacere che qualcuno si occupasse di me. Le infermiere che mi guardavano le pupille per  capire se sentivo dolore, le loro chiacchiere maliziose nei momenti di pausa mi ricordavano la mia adolescenza. Le ho viste uscire per una sigaretta. Ho chiesto se potevo raggiungerle. Le due più giovani hanno guardato la caposala che ha alzato impercettibilmente le spalle. Sono andata con loro. Il tempo di parlare del tempo e di dove si abitava, se avevamo un marito o un fidanzato. Andavo a Milano a fare la chemio come se andassi in vacanza. Scendevo l’Appennino in macchina tra i cipressi e le querce dorate frenando un attimo prima delle curve. e poi via,  in autostrada di corsa. La musica a tutto volume. Cantavo. Non avevo molto da perdere.  “Se è credente avremmo anche un religioso, vuole parlarci?” m’ha detto l’oncologo “ se invece non è credente abbiamo anche la psicoterapeuta” “accidenti, non vi fate mancare niente..” Ma cosa diavolo era un religioso? Ah un prete. Anche se  non ci assomigliava. Pareva piuttosto un manager di una finanziaria. O almeno alla mia idea di come potesse essere, dato che non ne avevo mai visto uno.  Abito scuro, smartphone, auricolare. Io se sono credente non lo so ma ero là e già che c’ero.. Non sapevo cosa dire e gli ho chiesto di confessarmi, mi è sembrato molto stupito .Forse i preti di Milano non lo facevano più. Parlava con accento spagnolo. Argentino di Buenos Aires. Mi ha detto dopo. Mi ha fatto strane domande: se uscivo con le amiche, cosa facevo nel tempo libero ” Nel tempo libero lavoro in casa.” Ho detto. Alla fine niente avemerie e padrenostri di penitenza mi ha detto solo: “vede, il peccato più grande è quello di non godersi la vita, che è un dono di Dio o comunque è un dono di qualcuno. Adesso non si riesce nemmeno ad andare in osteria a bere un bicchiere di vino con un amico. E’questo il peccato ” ha detto pensieroso. Poi ha sorriso. “ Abbiamo un’associazione che regala le parrucche ne vuole una?” Così mi sono fatta accompagnare da Laura, che è l’infermiera più giovane in questo posto pieno di parrucche. Ne avevo una in mano tutta  boccoli, rossa come il fuoco,  forse una parrucca  di carnevale. “ la provi.. vede le sta benissimo.. prenda quella” La fonte del consiglio non mi pareva  un’autorità dal punto di vista estetico. Aveva il camice aperto ma sotto pareva una zingara. Somigliava a uno stendibiancheria: esile ma piena di orecchini, pendagli e colane. Era  la psicoterapeuta in dotazione al reparto. E’ lei che poi mi ha convinta a scrivere queste righe. “la aiuterà a focalizzare” E io nel mio piccolo, un po’ per volta, ho focalizzato. Per esempio ho focalizzato che ne ho piene le palle di affettare salami ma per ora non ho ancora capito che cosa potrei  fare per non sprecare il tempo che mi rimane. Poco o tanto che sia. Un giorno mentre aspettavo tra un’infusione e l’altra è passata  Laura che mi ha detto “perché non va a farsi un giro in città?” “mi piacerebbe ma ho paura a guidare in quel casino. Sono una  di campagna” “le chiamo un taxi?” Pioveva. Il tassista guidava tranquillo nonostante il traffico.  I clacson e l’isteria del natale milanese non lo turbavano. Dalla sua radio si percepiva una musica a bassissimo volume. “Può alzare per favore?” “Le piace? Sono i Genesis. Li conosce?” “Mi ricordano il mio viaggio di nozze, piacevano molto a mio marito” “li ho ascoltati dal vivo qui a Milano, negli anni ottanta, è venuta un sacco di gente importante  a suonare in quegli anni Bob Marley, I Clash, Frank Zappa i Queen” Così abbiamo chiacchierato un po’. Pino, così si chiama, ha detto di essersi laureato in filosofia e che ha deciso di fare il taxista perché è un mestiere che  gli consente di  leggere e  ascoltare musica. “la gente a Milano è sempre  incazzata ma io non mi do pena. A proposito dove vuole che la porti?” “non so in centro.. Piazza del duomo?” “ha mangiato?. è quasi ora di pranzo.. non so se può mangiare.. mi scusi” Mi ha lasciato davanti a una specie di panetteria dove fanno i panzerotti Proprio vicino al Duomo. C’era un sacco di gente in coda anche fuori dal locale. Non mi andava di mangiare ma sono stata lì una mez’ora a sentire l’odore. Odore di fritto, di mozzarella e di pomodori. Mi ha anche detto che se ho una salumeria, mi sarebbe piaciuto sicuramente il negozio Peck, sempre lì nei paraggi,ma come ho detto ne ho le palle piene di affettati  e  non ci sono andata. Ho girato un po’ la città a caso e mi sono stupita per  il gran numero di stranieri. Poi ho richiamato Pino al numero che mi aveva dato e mi sono fatta riportare all’ospedale. Mi sembrava di essere una ricca signora con l’autista. “ lei che si intende di  letteratura, cosa mi consiglierebbe di leggere, una  cosa facile per ingannare l’attesa in ospedale, tenga presente che non ho mail letto niente dai tempi dell’alberghiero..” “ Così su due piedi è difficile Provi con “Lessico Famigliare” della Ginzberg” “Dal titolo non sembra tanto facile” “  E’ un libro divertente. Parla dei modi di dire che si usano in famiglia. Delle parole che si usano solo con i propri cari” “Tipo mio marito che mi chiama La Gnagnera” “si, cose così” Mi sono fatta accompagnare in una libreria grande come un ipermercato e l’ho comprato. E  poi , visto che vendevano anche dischi ho preso  “Physical Graffiti” dei Led Zeppelin, una copia per me e una per il taxi driver. “ se già ce l’ha gliela cambio” E’ stato molto contento e mi ha detto che se una sera resto a Milano gli sarebbe piaciuto portarmi in un locale dove suonano dal vivo. “un posto alla buona in periferia. Ma la musica merita” Dopo il libro di Natalia sono venuti i racconti. Abbastanza corti da leggersi comodamente nella pause della terapia. Erano piccole storie di autori americani. Spesso non succedeva quasi niente: la conversazione tra due vicini sulle lumache in giardino, un ragazzo che inseguiva un tacchino. Però in quelle storie sembrava di esserci dentro tanto erano ben scritte. 3 Le infermiere, in pausa sigaretta, mi hanno raccontato che c’è una paziente della mia età che va in una pasticceria in pieno centro dove ci sono dei giovinotti che per danaro accompagnano  le carampane come me e le soddisfano in ogni loro desiderio. Che cazzo me ne fregava?. Avevo la mia parrucca coi riccioli rossi.  Non mi conosceva nessuno. Ci sono andata. Mi hanno detto che dovevo ordinare un the al limone e guardarmi in giro. Le occasioni non sarebbero mancate. Così dopo un quarto d’ora mi si è presentato un tizio. Molto abbronzato e un po’ troppo muscoloso, ma abbastanza fine e garbato. Abbiamo amabilmente conversato di concerti classici e delle mostre che c’erano a Milano. Gli ho detto che non mi intendevo di arte e che ascoltavo solo musica rock. Mi sono sentita un po’ ignorante ma lui era molto gentile. Faceva, l’insegnate di sostegno , in una scuola per handicappati, veramente era precario, quindi arrotondava con le signore. Sposato, due bambine. Facevo  evidentemente troppe domande tanto che mi ha chiesto se ero una giornalista. Dopo un mez’ora ho detto che andava bene così e ho lasciato cento euro per la piacevole conversazione. Si è quasi offeso e li ha rifiutati. Ha detto di essere un professionista serio e che non accettava soldi solo per una chiacchierata. O il servizio completo oppure amici come prima. E’ andato via piccato facendomi inchino e baciamano come nei film. Non era roba per me. Il sesso è meglio farlo quando si è giovani e belli, alla mia età non se ha più tanta voglia e quando anche ci si riesce  non si prova più un granché. Si rischia di rovinare solo i bei ricordi. Preferivo farmi scarrozzare da Pino dapprima in centro ma poi anche nelle periferie. Il Giambellino,  la Bovisa, Rogoredo, Quarto Oggiaro. Mi raccontava aneddoti sulla città, più che altro fatti di sangue e storie di malavita. La panetteria di Quarto dove andava sempre un boss la notte a prendere i cornetti alla crema, che è stato ammazzato proprio lì alle quattro del mattino. La banca dove avevano aperto tutte le cassette di sicurezza con la lancia termica e quelli della banca che erano stati talmente scemi da segnare le cassette più ricche con un bollino rosso. Quando mi sono sentita un po’ meglio mi portava in trattorie fuori dal tempo a mangiare il risotto e le frittate con le ortiche. Bevevamo quel loro vino un po’ amabile e frizzante che all’inizio non mi piaceva. “me pare spuma” dicevo E’ stato un buon amico. 4 “ ce l’abbiamo fatta” ha detto un giorno tutto trionfante l’oncologo al plurale “ i valori sono tornati nella norma, le metastasi sconfitte. Deve solo fare dei controlli ogni sei mesi E’ contenta ?che fa piange? Vai a capirle le donne.” Ero guaita.  E adesso? Non mi restava che tornare al paesello ad affettare prosciutti “ non si potrebbe parlare con la psicoterapeuta?” mi è venuto da dire “Caro Elio, scusa se sono scappata così senza dire niente ma non sarei riuscita a congedarmi di persona, mi sarebbe venuto da piangere pensando a tutti i bei ricordi e non sarei riuscita a partire. Non hai niente da rimproverarti perciò non ti sentire in colpa.  Sei stato un bravo marito e un bravo padre. Ci siamo divertiti assieme. Soprattutto all’inizio. Poi il tempo è passato troppo in fretta senza che ce ne rendessimo conto. Non è colpa di  nessuno Non preoccuparti per me.  Sto abbastanza bene, i dottori di Milano mi sono sembrati ottimisti. Almeno per ora. Poi lo so la malattia probabilmente tornerà e così sia. Ma per ora sono qua e sono viva. Sono dai miei cugini in Australia. Mi hanno fatto una bella festa con pizza vino e maccheroni. Si sentono molto fieri di essere italiani anche se noi spesso ce ne vergogniamo. Qui la gente vive in compagnia, le signore bevono il the, ma più spesso la birra assieme,  gli uomini  solo quella oppure giocano al golf. Ci si ritrova la domenica e si esce la sera. Qualche volta andiamo in spiaggia, da Adelaide ci si arriva in tram, è tutto pulito e non ci sono gli ombrelloni e le sdraio. Ma i bagni e gli spogliatoi sono gratis. Ci si siede per terra sulla sabbia. C’è un sacco di spazio dappertutto. Le ragazze vanno in giro con la divisa della scuola fino a quasi vent’anni.  Sono vestitini a quadri da bambina. Chissà quanto ti piacerebbero. Non mi sentirei gelosa, piacciono anche a me, sono giovani e sembrano  avere speranza. Nessuno parla di malattie che qui è cattiva educazione. Non stanno tanto lì a lamentarsi e dicono sempre che non c’è problema, anche quando qualche problema inevitabilmente ce l’hanno. Come tutti quanti. Me ne starò qui per un po’, non lo so se torno. L’indirizzo è sulla busta, se hai tempo scrivimi, magari vieni a trovarmi, il viaggio non è poi così lungo. Abbi cura di te e di Piero. Vi voglio bene Clara

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Racconti possibilmente umoristici
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